Economia

Perché non mi convincono le tesi di Gualtieri su Recovery e dintorni

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L’intervista rilasciata dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, al Corriere della Sera letta e commentata da Gianfranco Polillo

 

Della lunga intervista concessa da Roberto Gualtieri a Federico Fubini – due paginate de Il Corriere della sera – alcune cose convincono. Altre molto meno. Bene l’incipit sulla giustizia: “La Commissione vuole pacchetti organici di investimenti e riforme. E ha ragione. Smaltire l’arretrato dei processi è importante, ma se si vogliono ottenere le risorse necessarie a farlo, bisogna dimostrare che non si formerà di un nuovo ancora arretrato”. Insomma: la prova regina, per rimanere sul campo. Ma che ne pensa il ministro della Giustizia, non capo delegazione al governo, il pentastellato Alfonso Bonafede? Soprattutto i suoi sodali corporat-giustizialisti. Quelli, tanto per capirci, secondo i quali solo loro possono ragionare di etica pubblica e di riforme del settore.

Per il resto, invece, seppure con questa novità non da poco, il discorso non è stato altro che una sintesi dell’ultimo documento predisposto da Palazzo Chigi, rubricato con il sottotitolo: “Linee di indirizzo per la bozza da sottoporre al CdM”. Quelle tredici pagine che tanto hanno fatto infuriare Matteo Renzi, che andranno, di conseguenza riviste, se non si vorrà staccare la spina al Conte II. Che cosa non convince? Innanzitutto, l’approccio. Siamo in presenza di una mega legge finanziaria, destinata ad operare nel corso degli anni. Una saldatura forse con quel “programma di legislatura” di cui tanto si parla? Quando invece sarebbe stato necessario trovare quella leva capace di modificare, come pure è stato detto a mo’ di semplice propaganda, un vecchio “modello di sviluppo”.

Cosa al di fuori della portata di questa maggioranza, ma forse di tutte le forze politiche attualmente rappresentate in Parlamento. Per quanto ci riguarda, avremmo preferito che, più modestamente, si individuassero i punti più critici della situazione italiana, cui far corrispondere uno sforzo a provvedere. Quindi non la solita distribuzione di pani e di pesci, che è tipica di una decisione accentrata, come quella prevista dalla legge di bilancio, che, in condizioni di normalità, dovrebbe provvedere per l’intero esercizio finanziario. Ma opzioni programmatiche specifiche ed inevitabilmente destinate a scavare in profondità, contro la piattezza di un programma omnicomprensivo.

Che significa? Dire, ad esempio, “non intervengo a favore di tutta l’industria, perché quelle aziende legate al mercato internazionale vanno bene, se non meglio delle concorrenti francesi e tedesche. Mi interessano, invece, tutte le attività legate soprattutto al mercato interno”. Perché, come ritiene la Commissione europea (Com (2019) 651 final): “con una posizione patrimoniale netta sull’estero prossima al pareggio, la posizione sull’estero è stabile e le partite correnti registrano un avanzo. Tale avanzo è in parte legato alla debolezza della domanda interna e alla bassa crescita dei salari. La stagnazione della crescita della produttività incide sulla competitività non di costo e sulla crescita del PIL potenziale, il che, a sua volta, ostacola la riduzione del debito pubblico”.

Una premessa indispensabile per capire le ragioni più profonde di una crisi che si trascina dal 2011: dieci anni che, a prescindere anche dalla pandemia, hanno dato alimento alla lunga agonia. La speranza è che, anche a seguito della crisi politica che il Paese sta vivendo, si possa avviare finalmente una discussione seria, in occasione della possibile formazione di un nuovo Governo. Che non è perdita di tempo o “avventura”. Ma lo strumento ordinario con cui, in democrazia, si cerca di elaborare una proposta politica che sia nell’interesse del Paese e vada nella giusta direzione. Dopo il caotico balbettio di questi mesi.

Se così fosse si potrebbe resistere meglio alla deriva tracciata dal ministro dell’Economia. L’indicazione, data a mezza bocca e subito smentita, che nel 2021 il deficit pubblico potrebbe salire, come indicato da Fubini, nella sua domanda, al “12 % del Pil”. Macché: risposta del ministro. “La previsione della legge di bilancio – cinguetta – è di un deficit del 7 per cento del Pil. Ad esso si dovrà aggiungere il costo del nuovo pacchetto di sostegno all’economia e l’impatto di un’eventuale revisione al ribasso della crescita. Tuttavia allo stato attuale non c’è assolutamente motivo di prevedere un deficit a due cifre in rapporto al Pil”. Della serie: “chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza”.

Nel frattempo, tuttavia, l’ulteriore sforamento di bilancio, prossimo venturo, sarà di 24 miliardi di euro. Di cui altri 3 miliardi necessari per la sanità. Ed è qui che si apre un nuovo ed inquietante capitolo. I miliardi previsti per far fronte alla pandemia diventano infatti 21. Di questi 18 sono già previsti nel nuovo Recovery Plan, dopo le minacce di Matteo Renzi. Stiamo andando, quindi, a passi da gigante, verso il traguardo dei 37 miliardi indicati come limite massimo dal Mes. Che potevano essere già incamerati dalla scorsa primavera, se non fossero prevalsi i sospetti contro un Europa ritenuta matrigna e pronta a “fregare” il povero Davide. Nonostante le assicurazioni fornite da tutti i principali responsabili della Commissione: Paolo Gentiloni in testa. Potenza della forza distruttiva di una cattiva ideologia.

Alla fine potremmo quindi essere costretti ad un grande ripensamento: dovuto non alle pressioni di Matteo Renzi, ma alla cocciutaggine delle cose, contro le quali è difficile combattere. Si scoprirà allora quanto sia stato inutile perdere tempo prezioso. Si scopriranno i vantaggi relativi di quella proposta: a partire dai bassissimi tassi d’interesse e dalla lunghezza del periodo di ammortamento. Altro che segmentazione del debito pubblico italiano: come detto più volte da Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Problema che non esiste, per il semplice fatto che la copertura di quel finanziamento non darà luogo ad emissione di titoli, ma sarà semplicemente cartolare. Il tema resta, comunque, uno dei corni del dilemma in quel mescolìo confuso di proposte e strategie politiche divergenti. Che sono il segno più evidente di una crisi politica dirompente.

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