Economia

Perché non dobbiamo essere troppo preoccupati per il rallentamento dell’economia cinese

di

Cina - Xi Jinping

L’analisi di Giuseppe Schlitzer, Independent Advisor Economic Affairs e Adjunct Professor presso l’Università Cattaneo

Uno degli aspetti di maggiore attenzione nell’attuale fase congiunturale è senza dubbio il rallentamento dell’economia cinese. Il tasso di crescita è infatti sceso dal 6,9% nel 2017 al 6,6% nel 2018 ed è atteso, in base alle ultime indicazione del FMI, ridursi ulteriormente quest’anno, al 6,2%. Dato il peso che la Cina ha raggiunto sullo scacchiere globale, è comprensibile che questo graduale ridimensionamento susciti preoccupazione, e ci si chiede se esso sia il preludio di un’imminente recessione o di un assestamento permanente del gigante asiatico su un sentiero di sviluppo più moderato.

Non bisogna tuttavia lasciarsi ingannare da quella che è la normale evoluzione del ciclo con i fondamentali dell’economia. Anche solo rispetto a un paio di anni fa, i fattori di rischio interni si sono ridotti e il paese ha ancora un enorme potenziale da esprimere in termini di produttività e apertura dei mercati, che si esplicherà sul medio-lungo termine.

Dietro il rallentamento della crescita vi è, in parte, il calo delle esportazioni, conseguenza sia dell’indebolimento della domanda globale che della guerra dei dazi con gli Stati Uniti. Ma la principale spiegazione risiede nel rapido ‘de-leveraging’ imposto al settore privato, che ha inevitabilmente pesato sulla dinamica degli investimenti. Una politica, iniziata a metà del 2016, che le autorità hanno attuato con caparbietà per ridurre il debito eccessivo delle imprese, soprattutto nel comparto delle costruzioni.

La crescita impetuosa del debito privato è considerata da anni uno dei maggiori elementi di rischio, tanto da far parlare della Cina come di una ‘bomba’ ad orologeria. Le autorità di Pechino, che peraltro controllano le maggiori banche del paese, hanno ristretto le condizioni di accesso delle imprese al credito e ai mercati finanziari, sia onshore che offshore, e combattuto il fenomeno dello ‘shadow banking’. Il debito ‘corporate’ si è così stabilizzato intorno al 133% del Pil (dati FMI, luglio 2018). Anche se il debito complessivo, pubblico e privato (260% del Pil), è destinato ancora a salire, la determinazione delle autorità sembra aver disinnescato uno dei principali fattori di vulnerabilità.

Di grande interesse sono poi le misure recentemente intraprese in direzione di una maggiore apertura al mercato, in special modo l’eliminazione del requisito che prevedeva una partecipazione non superiore al 49% nel capitale di un’impresa o banca domestica da parte di un’entità straniera. Le autorità hanno ripetutamente sottolineato la loro intenzione di ridurre le barriere agli investimenti dall’estero, anche in settori chiave, e in generale di voler condurre politiche sempre più ‘market oriented’.

L’acquisizione di partecipazioni di controllo da parte di imprese straniere rimane soggetta all’autorizzazione delle autorità cinesi, ma la direzione di marcia è chiara. In ambito industriale, il gigante della chimica BASF è stato di recente autorizzato alla costruzione, nella provincia del Guangdong, di un mega impianto a capitale 100% BASF. In ambito finanziario, UBS sarà la prima banca straniera a superare la soglia del 50% nella sua joint venture con una locale banca statale nel business dell’asset management. Prima di UBS aveva messo radici nella Cina continentale HSBC che tuttavia, vantando origini a Hong Kong, ha beneficiato di un trattamento privilegiato.

È molto probabile che nei prossimi anni assisteremo alla rincorsa di multinazionali che vorranno mettere piede in Cina, sia in ambito industriale che finanziario. Gli investitori appaiono del resto ancora molto fiduciosi nel futuro della seconda economia del mondo e guardano non solo e non tanto al ritmo di crescita del Pil quanto alla ‘qualità’ del suo processo di sviluppo.

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