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Perché nessuno difende Draghi sul piano Sure?

Draghi Sure

Le parole di Draghi sul piano Sure, i rutti dell’olandese Rutte e i silenzi dei politici italiani. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Viva Mario Draghi, abbasso Mark Rutte. Questo incipit del pezzo è di parte, lo riconosco. L’ho scritto di getto, perché, come dicono a Roma, «quando ce vo’, ce vo’». E di fronte a ciò che è accaduto al Social summit Ue in Portogallo, penso che sia giusto schierarsi al fianco del nostro premier, Mario Draghi, e collocare quello olandese, Mark Rutte, tra i leader europei più detestabili. Il motivo? Nel suo intervento al summit Ue di Porto, Draghi ha auspicato che il Sure, il fondo europeo di sostegno all’occupazione varato un anno fa per contenere i danni della pandemia, «rimanga al suo posto e diventi strutturale», vale a dire permanente. Niente affatto, gli ha risposto Rutte: «Il Sure è una tantum». Dunque, uno strumento da cancellare al più presto, poiché nella visione ordoliberista dei paesi frugali del Nord Europa il Sure è basato su fondi da dare in prestito, dopo averli raccolti sul mercato. Dunque, un debito europeo comune, a cui i paesi frugali si oppongono da sempre, insieme alla Germania.

Le buone ragioni di Draghi sono nei numeri. Nel 2020, grazie al Sure, sono stati salvati tra 25 e 30 milioni di posti di lavoro, quasi un quarto degli occupati nei paesi Ue coinvolti nel meccanismo. Grazie a questo fondo, hanno tratto benefici circa 2,5 milioni di imprese. Gli Stati che hanno ricevuto prestiti hanno risparmiato 5,8 miliardi di euro di interessi, rispetto all’emissione di titoli del loro debito sovrano. E L’Italia, grazie al Sure, ha ricevuto 27,4 miliardi di euro, più di un quarto dei 100 miliardi messi in campo dal fondo per l’intera Europa. Non a caso, di fronte a questi risultati e alle condizionalità non vessatorie, molti analisti hanno commentato «più Sure, meno Mes». Anzi, per alcuni il Mes andrebbe sciolto e fatto confluire nel Sure, per utilizzare meglio le decine di miliardi che dormono sui suoi conti, inutilizzati per le note condizionalità vessatorie.

Di fronte a questi numeri, stupisce non poco che in Italia nessuno dei principali leader politici abbia manifestato solidarietà a Draghi, difendendone la proposta. Sul web ho trovato soltanto una dichiarazione a favore di Mara Carfagna, Fi, ministro per il Sud e la coesione territoriale. Davvero poco. Un silenzio imbarazzante, l’ennesima pessima prova di una classe politica inadeguata, che da settimane perde tempo su questioni marginali, come l’omofobia e l’orario del blackout notturno, invece di sostenere un premier che, solitario, ci mette la faccia per tutelare milioni di cassintegrati, italiani ed europei.

Al summit di Porto, Draghi ha spiegato che la protezione sociale dei lavoratori è un problema di tutti, non soltanto italiano: «Nell’Ue, un giovane su sette non è occupato, né frequenta un corso di istruzione o di formazione. In Italia siamo vicino a uno su quattro. Il divario di occupazione tra uomini e donne nell’Ue si attesta a 11,3 punti percentuali. In Italia è quasi il doppio. Un terzo della popolazione italiana vive nelle regioni del Sud, ma la sua quota di occupazione totale è solo di un quarto». Con una visione storica del problema, il premier ha aggiunto: «Così come durante la Grande Recessione e la crisi del debito sovrano in Europa, sono i nostri giovani e le nostre donne a pagare il prezzo di questa tragedia, che ha profonde radici storiche e culturali, oltre a svelare evidenti carenza istituzionali e giuridiche».

Ancora: «Troppi paesi Ue hanno un mercato del lavoro a doppio binario, che avvantaggia i garantiti, in genere i lavoratori più anziani e maschi, a spese dei non garantiti, come le donne e i giovani. Mentre i cosiddetti garantiti sono meglio retribuiti e godono di una maggiore sicurezza del lavoro, i non garantiti soffrono di una vita lavorativa precaria. Questo sistema è profondamente ingiusto e costituisce un ostacolo alla nostra capacità di crescere e innovare. E lo shock provocato dal Covid-19 ha reso questi divari ancora più profondi. Questa non è l’Italia come dovrebbe essere, né l’Europa come dovrebbe essere».

Cambiare strada, per Draghi, è possibile quanto doveroso: «Da tempo l’Ue ha fatto del suo modello sociale un punto di orgoglio. Il sogno europeo è di garantire che nessuno venga lasciato indietro. Ma la realtà, già prima della pandemia, era di altro segno: le nostre società e i nostri mercati del lavoro erano frammentati, a causa di disuguaglianze generali, disuguaglianze di genere, disuguaglianze regionali». Da qui la proposta rivolta all’Unione europea: «Il programma Sure di sostegno all’occupazione rimanga al suo posto, diventando strutturale». Non solo: «Anche le politiche comunitarie di aiuto alla crescita e all’innovazione restino a lungo».

L’Italia, ha spiegato Draghi, ne sta facendo l’uso appropriato: grazie al Recovery Plan, saranno investiti 6 miliardi per riformare le politiche attive del lavoro, sapendo che «servono formazione e riqualificazione di coloro che devono cambiare lavoro o che sono alla ricerca di una prima occupazione, seguendo l’esempio del programma europeo di garanzia giovani». Va da sé che anche il Recovery Plan, ribattezzato Pnrr, anziché durare fino al 2026, dovrebbe diventare strutturale per garantire che nessuno rimanga indietro. Ma anche qui, un altro dei personaggi europei più detestabili, il commissario Ue Valdis Dombrovskis, non ha perso l’occasione per ribadire di che pasta è fatto. Prima ha aperto, con una dichiarazione a sorpresa, all’ipotesi che il Recovery Plan possa diventare strutturale, ma in meno di 24 ore ha cambiato parere, anzi l’ha ribaltato, escludendo tale possibilità con le stesse parole di Rutte sul Sure: «Il Next Generation Eu è uno strumento una tantum, non ricorrente e strettamente limitato nel tempo».

Una chiusura demenziale, che imporrebbe ai politici e ai giornaloni di casa nostra di dare un sostegno a Draghi, su Sure e Recovery strutturali, più forte e convinto di quanto visto finora.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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