Cinquecentomila tonnellate di olio straniero varcano i confini, mentre i prezzi per i produttori italiani colano a picco e la tensione nelle campagne sale ai livelli di guardia. Il 2026 si apre per l’agroalimentare nazionale con una crisi di nervi tra banchine portuali e scaffali, segnata da un’ondata record di importazioni che mette sotto scacco il Made in Italy e accende un infuocato confronto sulla trasparenza delle filiere e sulla sopravvivenza economica delle aziende agricole.
RECORD DI IMPORTAZIONI E PREZZI AL RIBASSO PER L’OLIO D’OLIVA
Stando ai dati Coldiretti citati dal Financial Times, nel corso del 2025, l’Italia ha importato circa 500.000 tonnellate di olio d’oliva, una cifra che supera ampiamente la produzione nazionale, attestatasi a circa 300.000 tonnellate.
A fronte di un fabbisogno interno annuo di 600.000 tonnellate, il mercato ha registrato un incremento del 40% delle importazioni dalla Tunisia nei primi dieci mesi dell’anno. L’olio tunisino entra in Italia a un prezzo medio di 3,50 euro al chilo, soglia che, secondo le denunce dei produttori, rende la competizione insostenibile e costringe molte aziende italiane a vendere sotto i costi di produzione. In Puglia, territorio già provato dalla Xylella, il prezzo dell’olio è diminuito del 40% a causa di questi flussi.
Mentre Coldiretti punta il dito contro mercati “opachi” e pratiche di dumping, l’associazione industriale Assitol sostiene che le importazioni siano una necessità strutturale dovuta al deficit produttivo italiano e che il calo dei prezzi rifletta una generale ripresa della produzione nel bacino del Mediterraneo dopo due stagioni di siccità.
IL RAPPORTO DELLA CORTE DEI CONTI E LE CRITICITÀ NEI CONTROLLI
La sicurezza e la tracciabilità della filiera olearia, tuttavia, come ha scritto Start, sono state oggetto della Relazione speciale 01/2026 della Corte dei conti europea. Sebbene il quadro normativo Ue sia solido, la Corte rileva che la sua applicazione è disomogenea: i controlli sui residui di pesticidi funzionano bene per l’olio prodotto nell’Unione, ma per l’olio importato da paesi extra-Ue le verifiche risultano spesso “inesistenti o molto limitate”. Attualmente, solo il 3% dei prodotti alimentari extra-Ue viene sottoposto a controlli alle frontiere.
Sul piano dell’etichettatura, viene inoltre contestato l’uso della dicitura “confezionato in Italia”, che permette di commercializzare prodotti la cui materia prima è straniera con indicazioni sull’origine spesso riportate in caratteri minimi. Questo scenario alimenta un mercato del falso “Made in Italy” che all’estero ha raggiunto il valore record di 120 miliardi di euro, oltre alla diffusione di “finto olio” composto da oli di semi colorati con clorofilla.
ANCHE GRANO E NOCCIOLE SOTTO ATTACCO
Ma le stesse dinamiche di mercato colpiscono duramente anche altri settori strategici. Il comparto delle nocciole, per esempio, evidenzia Coldiretti, ha registrato l’arrivo di oltre 81 milioni di chili di prodotto estero nei primi dieci mesi del 2025, per metà proveniente dalla Turchia, proprio in un anno in cui il raccolto nazionale ha subito cali fino all’80% in alcune aree.
Non meno critica è la situazione del grano duro: nel 2025, sempre secondo l’associazione, sono state importate in Italia 2,3 milioni di tonnellate di prodotto per la pasta, con un balzo del 93% degli arrivi dal Canada (555.000 tonnellate). Tale afflusso ha provocato una caduta dei prezzi da 0,34 a 0,29 euro al chilo in un anno, con una perdita stimata per gli agricoltori italiani di circa 200 milioni di euro. In questo contesto, le organizzazioni agricole hanno chiesto di rafforzare i controlli sull’uso di sostanze come il glifosato, vietato in Italia in fase di pre-raccolta ma ammesso in altri Paesi esportatori.
SQUILIBRI TRA CAMPI E SCAFFALI DI ORTOFRUTTA
Il comparto ortofrutticolo, infine, mostra ampie forbici tra i prezzi pagati alla produzione e quelli al consumo finale. Un caso emblematico, stando a Coldiretti, è quello dei carciofi brindisini, pagati agli agricoltori appena 5 centesimi al pezzo per uso industriale, a fronte di un prezzo al dettaglio di circa 1,50 euro. La pressione, afferma l’associazione, è alimentata dalla concorrenza dei carciofi egiziani, le cui importazioni sono cresciute del 30%.
Il calo dei listini agricoli ha poi colpito trasversalmente diversi prodotti, tra cui i broccoli che hanno registrato una flessione del 25%, seguiti dai finocchi (-21%) e dalle biete (-18%), oltre a riduzioni per clementine, sedani e patate.
Ecco perché in occasione della prima tappa nel Mezzogiorno di una mobilitazione nazionale in difesa del “Made in Italy” agroalimentare, gli agricoltori hanno sollecitato l’Unione europea a garantire il principio di reciprocità, affinché i prodotti importati rispettino gli stessi standard sanitari e lavorativi vigenti nel mercato interno.



