Economia

Perché lo spread snobba le letterone di Bruxelles contro l’Italia

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Lo spread non ha seguito gli umori di Bruxelles. Bene. Ma la Lega è all’altezza della situazione? Formidabile strumento di lotta per azzoppare gli avversari ma troppo incerta in quell’arte ben più difficile che è cambiare, nella crisi, il senso di marcia di un intero Paese. Il commento di Gianfranco Polillo

 

In una settimana, per molti versi cruciale, le cose non sono andate così male. Dopo i primi triboli, in cui gli spread avevano superato i 290 punti base, il rientro è stato intenso e progressivo, con chiusura intorno ai 260 punti base. Non era così scontato, considerando il forcing di autorevoli Istituzioni. La Commissione europea aveva confinato l’Italia nel limbo dei reprobi. Insieme alla Grecia ed a Cipro. Accostamento ben poco significativo rispetto alla logica dei grandi numeri. Considerata la diversa stazza economica. Una singola regione (la Grecia), poco più di un piccolo comune (Cipro). Ma la rigida logica giuridica della Commissione non teme lo sprezzo del ridicolo.

Ci sarà rimasta male anche Moody’s che punta sulla reazione dei mercati, per indurre i governanti italiani a più miti consigli. Nel senso dell’ulteriore inasprimento delle condizioni finanziarie, nella vana speranza di aggredire deficit e debito. Come se l’esperienza degli anni passati non fosse servita. I mercati non hanno seguito queste sirene. Come Ulisse, hanno messo tappi di cera nelle orecchie e continuato a comprare, sul mercato secondario, titoli del debito pubblico italiano. Così la domanda è stata superiore all’offerta. Il prezzo dei titoli è aumentato e di conseguenza – elementare Watson – i rendimenti sono diminuiti.

Naturalmente è troppo presto per cantare vittoria. Il campionato è ancora lungo e siamo solo alle prime battute. Il tempo può cambiare rapidamente fino a gelare non solo l’ottimismo, ma ogni possibile speranza. Quindi prudenza. Tuttavia il dato del miglioramento rimane e quindi va in qualche modo spiegato, pur nella sua assoluta provvisorietà. Evitando di indossare i panni del pregiudizio. Cosa più che frequente nella confusa situazione italiana, in cui lo sport principale sembra essere diventato il tiro al piccione. Non tanto nel senso Di Maio, che ha smesso di volare. Ma prevalentemente concentrato su Matteo Salvini. Il “truce”, secondo alcuni delicati editoriali de Il Foglio.

Un’ipotesi possibile ci dice che i mercati sono, ovviamente, incerti. Ma che un dato l’hanno interiorizzato. La stretta fiscale non serve. È come prescrivere l’astinenza dal cibo ad un anoressico. Sono quindi anche loro alla ricerca di una diversa soluzione, che, purtroppo stenta a manifestarsi. Meglio comunque non sparare sul pianista. Sarebbe un segnale contraddittorio rispetto alla soluzione ottimale del problema. Si spiega così la freddezza rispetto ai rilievi della Commissione europea ed al verdetto di Moody’s. E l’atteggiamento contrario nel comprare i titoli di Stato.

Se questa fosse la spiegazione, i compiti di Matteo Salvini sarebbero ben più gravosi. Non si tratterebbe solo di fermare, com’è già avvenuta la “resistibile ascesa” dei 5 stelle. Ma di elaborare un progetto credibile; proiettato in una dimensione di medio periodo, come ha ricordato Mario Draghi; capace se non proprio di far volare il Pil, almeno di non determinarne l’ulteriore caduta. Ci sono le condizioni politiche per realizzarlo? Purtroppo ne dubitiamo. E questa volta i 5 stelle c’entrano poco. Si sono auto eliminati. Il problema è la Lega: formidabile strumento di lotta per azzoppare gli avversari. Ma ancora fin troppo incerta in quell’arte ben più difficile. Che è cambiare, nella crisi, il senso di marcia di un intero Paese.

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