Economia

Perché le banche tremano per gli effetti nefasti del Mes sul debito pubblico italiano

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Il governo rassicura su tempi e modi del Mes, ma le banche mormorano per i potenziali effetti su titoli di Stato e conti degli istituti di credito. Ecco fatti, commenti e analisi

LE RASSICURAZIONI DI GUALTIERI

Roberto Gualtieri torna da Bruxelles dopo la lunga trattativa notturna sul Mes con tre conquiste, scrive oggi il Sole 24 Ore: “Il rinvio almeno a gennaio della decisione finale dell’Eurogruppo; il “sì” alla possibilità di avvalersi di una maggiore flessibilità per le clausole di azione collettiva (Cacs) sui titoli sovrani da ristrutturare in caso di crisi; il rilancio del negoziato sul sistema unico di garanzia dei depositi (Edis), con la garanzia che il trattamento prudenziale dei titoli di Stato nei bilanci delle banche, proposto dalla Germania, esca dalla discussione. Quanto basta per sminare il terreno della maggioranza, ma precariamente. Perché dal M5S Luigi Di Maio già avverte: «Si è trovato un primo risultato, però è chiaro che non firmiamo niente finché nei dettagli non sono chiarite anche le altre due riforme: assicurazione sui depositi e unione bancaria»”. Il nodo sta qui, commenta il Sole: “La «logica di pacchetto» più volte richiamata dal premier Giuseppe Conte non c’è. Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha parlato di «accordo di principio» su tutti gli elementi del Mes e ha sottolineato di aspettarsi la sigla del nuovo trattato «entro il primo trimestre del 2020». Ma al tempo stesso ha avvertito che non c’è e non arriverà entro dicembre una road map sull’unione bancaria e su Edis (per cui l’Italia ha annunciato una sua proposta). Manca l’intesa politica e «la stabilità finanziaria è importante in tutti gli Stati membri: Italia, Francia, Germania, tutti»”.

I TIMORI DELL’ABI

Chi sta esternando le preoccupazioni sul Mes sono le banche. E’ un’insidia, per il presidente dell’associazione bancaria, Antonio Patuelli, il “fatto che contemporaneamente si discuta anche sulla ponderazione, cioè sulla possibilità di introdurre una valutazione di rischio dei titoli di Stato. Intendo dire che già la sola richiesta di andare alla ricerca dei rischi sui titoli sovrani si configura come un atto di conflittualità finanziaria, aggiungo, inoltre, che non crea le condizioni per una maggiore collaborazione a livello europeo”, ha detto Patuelli in una intervista in settimana al Corriere della Sera.

DOSSIER TITOLI DI STATO

I titoli di Stato sono finora esenti da rischio e, dunque, per le banche che li detengono non comportano alcun assorbimento di capitale, ha sottolineato Patuelli, ma “con la ponderazione, gli stessi titoli si ritroverebbero etichettati con un livello di rischiosità. Lascio immaginare le conseguenze per il mondo bancario”. È evidente – ha aggiunto il numero uno dell’Abi – “che questo tipo di discussione non è accettabile: considero, insomma, la salvaguardia del concetto di non rischiosità dei titoli di Stato una sorta di linea del Piave”.

LE PAROLE DI PATUELLI

Parole che riecheggiano quelle forse ancora più tranchant dette giorni fa dallo stesso Patuelli: “Il problema è il debito pubblico italiano, che non è quello delle banche. Se le condizioni relative al debito pubblico si alterano, o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscano sinistri, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico. E non saranno solo le banche, perché su 2.350 miliardi di debito pubblico italiano, la gran parte oggi è sottoscritta da soggetti nazionali”, è sbottato il presidente dell’Abi durante un incontro con la stampa rispondendo a chi gli chiedeva un giudizio sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). “Come investitore – ha continuato Patuelli – il mio problema è che cosa fa la Repubblica Italiana per tutelare il debito pubblico italiano. Il problema è il debito pubblico italiano, che non è il debito delle banche. Se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per interventi che favoriscano sinistri, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico”. “E non saranno mica solo le banche: su 2.350 mld di debito pubblico italiano, la gran parte oggi è assolutamente sottoscritta da soggetti nazionali. Io non mi intrometto nelle polemiche interne”, conclude il presidente dell’Abi.

IL CASO DELLE CACS

Le Single-Limb Cacs, uno degli elementi portanti della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, sono clausole di azione collettiva annesse ai titoli di Stato che rendono, in teoria, un po’ più facile la ristrutturazione di un debito, perché riducono il rischio di holdout, cioè della formazione di minoranze di blocco, prevedendo un’unica maggioranza su tutte le serie emesse di titoli di Stato. Attualmente, dal 2013, sono inserite nei titoli di Stato le Dual-Limb Cacs, cioè clausole di azione collettiva a doppia maggioranza, che prevedono, per concordare una ristrutturazione, una maggioranza a livello di ogni singola serie di titoli emessi e un’altra per tutte le serie insieme. Le Cac, che esistono dal 2013 nella forma Dual-Limb, sono uno dei motivi principali per cui il ‘rischio di ridenominazione’, come viene definito in gergo finanziario il passaggio dall’euro alla lira, decresce a mano a mano che passa il tempo, – ha ricordato Adnkronos  – secondo quanto spiegava un report di Mediobanca del gennaio 2017 firmato da Antonio Guglielmi, Javier Suarez e Carlo Signani, con il contributo di Marcello Minenna.

L’ANALISI DI POLILLO

Proprio sulla Single Limb si è soffermato l’ex sottosegretario al Mef, Gianfranco Polillo, in un intervento ieri su Start. Ecco un estratto:

“Il punto più controverso riguarda la clausola del “single o double limb”. Vale a dire il regime di garanzia a favore dei sottoscrittori dei titoli di Stato. Come decidere dell’eventuale hair cut (rimborso limitato) o del possibile allungamento delle scadenze, nella remota (?) possibilità di una ristrutturazione del debito? Con il “single limb”, basterebbe il voto su una singola partita di titoli per estendere le relative decisioni all’intero ammontare del debito pubblico. Con il “double limb”, la decisione sarebbe più lunga e defaticante. Coinvolgerebbe, di volta in volta, gli effettivi titolari dei titoli oggetto della decisione. Indubbiamente una maggiore garanzia. Per capire la portata della distinzione, basta una semplice simulazione. Immaginiamo che un hedge fund, avendo colto tutte le debolezze della situazione finanziaria di un Paese, acquisti una partita di titoli con l’idea di precostituire la maggioranza prevista dalle regole del “single limb”. Ed al tempo stesso ne venda allo scoperto una quantità maggiore, non aventi le stesse caratteristiche. Quando scatterà l’ora X, voterà a favore di un rimborso più limitato, subendo le relative perdite. Ma in compenso guadagnerà molto di più sulle vendite allo scoperto. Quanto avvenne nel 1992, con le grandi speculazioni contro la lira o la sterlina, ad opera di Soros, dovrebbe essere un insegnamento su cui, ancora oggi, si dovrebbe meditare. Lo sforzo di rendere più credibile l’operazione di ristrutturazione del debito, come spinta ulteriore per indurre i Paesi meno virtuosi ad accelerare i necessari cambiamenti, può essere comprensibile. Ma, come nel gioco del poker, la puntata può essere rischiosa. Ed è quindi bene tenerne conto”.

IL COMMENTO DEL COSTITUZIONALISTA

Anche un costituzionalista ha posto il tema degli effetti per i titoli di Stato e dunque per le banche. Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale alla Cattolica di Milano, ha detto in un’intervista a ilsussidiario.net: “Se un bel giorno si arrivasse ad una situazione di crisi dello spread, tale da precludere l’accesso dell’Italia al finanziamento dei mercati, e si dovesse chiedere l’intervento del Mes – del quale saremmo comunque i terzi contributori – sarebbe il Mes, e non la Commissione, a valutare sulla base di meccanismi automatici l’opportunità di chiedere una ristrutturazione del debito pubblico; sarebbe il Mes a determinare le “condizionalità” – e cioè le politiche economiche da lacrime e sangue da praticare – per ottenere questo finanziamento; e sarebbe sempre il Mes, alla fine, a determinare il contenuto di questa ristrutturazione. Peccato che il debito pubblico italiano sia detenuto per il 70% da banche nazionali. Vuol dire che una ristrutturazione di quel debito inciderebbe in modo pesantissimo sui bilanci di banche che hanno comunque sostenuto – oggi assai più che in passato – il debito pubblico nazionale. Ci rendiamo conto di quello che vorrebbe dire per il sistema bancario nazionale una ristrutturazione forzata del debito italiano? E perché si parli di questa riforma come di una pistola puntata alla tempia dei risparmiatori italiani?”.

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