Il voto referendario sull’ordinamento giudiziario avrà, nel bene o nel male, conseguenze significative sulla crescita economica. Come nelle due elezioni del passato con le quali è confrontabile.
Nel 1948 la vittoria delle forze politiche ancorate al blocco occidentale determinò fino al 1964 il lungo boom economico italiano. Nel 1985, la conferma referendaria del decreto sulla scala mobile indusse una stagione di forte sviluppo che si arrestò solo con il trauma di tangentopoli. In entrambe i casi fu decisivo il tasso di libertà e di fiducia che si realizzò nella società con il segnale elettorale.
Analogamente, oggi, dopo ben 34 anni di anomalia giudiziaria con il conseguente rattrappimento economico e sociale, la conferma della riforma segnerebbe nella nazione un clima prevalente di libertà e di speranza con effetti prevedibili sulla attitudine a intraprendere. Ancor più necessaria nel momento in cui il salto tecnologico della intelligenza artificiale generativa offre alla grande base manifatturiera e alla ormai rilevante componente terziaria straordinarie opportunità moltiplicative.
La posta in gioco è infatti altissima in un Paese che ha conosciuto una giustizia ideologizzata ostile all’impresa. Il bestiario giurisprudenziale è enorme ma è sufficiente richiamare l’incredibile vicenda dell’Ilva. Solo il persistente clima di paura può allora spiegare il silenzio assordante delle associazioni imprenditoriali. Esso conferma la fragilità dei corpi intermedi e la loro debole capacità di dare rappresentanza ai legittimi interessi sociali che chiedono il riequilibrio dei poteri e la certezza del diritto.
Anche questi comportamenti costituiscono una conferma della utilità della riforma. L’uscita dalla lunga cappa che ha compresso l’economia italiana può avere, per rimbalzo, effetti ancor più sorprendenti sul vitalismo italiano.







