Economia

Perché il regionalismo differenziato rischia di spaccare l’Italia. L’analisi di Unimpresa

di

autonomia referendum

L’intervento di Giuseppe Spadafora, vicepresidente di Unimpresa

 

I problemi che attanagliano l’Italia non sono la crescita sottozero, l’arretratezza delle infrastrutture tecnologiche che darebbero una spinta al PIL del 3,5% solo il primo anno o la mancanza di una piattaforma nazionale per lo sviluppo turistico verso il nostro patrimonio artistico. No, i nostri problemi sono Mahmoud che ha vinto Sanremo, la Sea Watch con 40 immigrati e così via cantando.

La verità è che nessuno ha il coraggio di dire agli italiani che il 15 febbraio prossimo probabilmente l’Italia subirà l’ennesimo colpo sfruttando la possibilità di movimento dato dall’articolo 116 della Costituzione “il regionalismo differenziato”. Questo è un percorso iniziato dal Governo Gentiloni e qui potremmo aprire già un dibattito su come mai un governo di centro sinistra abbia posto le basi per finire di scassare definitivamente l’Italia, ma ne possiamo parlare prossimamente. Adesso quello che serve è far conoscere agli italiani cosa succederà nell’immediato futuro grazie a questa bazzecola.

Succederà che molte funzioni passeranno dallo Stato centrale alle tre Regioni con conseguenti risorse finanziarie parametrate alla popolazione residente e al gettito dei tributi. Vuol dire che più la Regione è ricca, tante più risorse avrà a disposizione per i suoi servizi. A tal proposito, qualora qualcuno se lo fosse dimenticato, già adesso il divario tra Nord e Sud è enorme con centinaia di euro a persona messe a disposizione per il welfare al Nord rispetto a poche decine di euro per le stesse cose al Sud. Consideriamo pure che, se le tre Regioni avranno ottenuto più soldi rispetto a quanto pagato per i servizi, l’eventuale avanzo rimarrà a loro disposizione. Dunque, ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. Ma d’altra parte è la storia del mondo e chi è meridionale la storia la conosce bene (Garibaldi docet).

La cosa che però non torna, o per lo meno appare inquietante, è come sia possibile che in un momento storico così particolare, con un partito di Governo, il Movimento 5 Stelle, che ha nel Sud Italia il proprio core business con oltre il 50% dei voti, non stia facendo nulla per evitare questa catastrofe. È anche vero, del resto, che non ha fatto nulla per aumentare gli investimenti in infrastrutture al Sud o per accelerare la creazione di zone permanenti a tassazione agevolata o peggio ancora non sia intervenuta sulle Banche che ancora oggi adottano due pesi e due misure tra Nord e Sud Italia.

Restiamo alla questione principale ovvero divario Nord-Sud, anzi Stati del Nord contro Stati del Sud. Secondo quale principio vengono applicati i livelli essenziali delle prestazioni in ambito sociale/assistenziale? Si tratta di astrattismo applicativo in euforia galoppante… Di fatto, l’attuale sistema del welfare nazionale non considera le aree del Paese sulla base del reale fabbisogno, ma sulla base delle richieste che pervengono. Cosa vuol dire? Vuol dire che se un comune del Nord Italia ha un asilo nido e fa la richiesta di fondi questi arrivano, ma se un Comune di Sud Italia non ha nemmeno il denaro per fare l’asilo nido, questo non ne arriva perché evidentemente se non hai l’asilo nido vuol dire che non ti serviva.

Invero, i Governi di sinistra ci avevano detto che avrebbero sanato questa distorsione del sistema. Ma nessuno se n’è accorto. Secondo i dati Svimez 2018, gli studenti meridionali con il tempo pieno erano il 15% contro il 45% del Nord, in Sicilia il 7%. La spesa pubblica nel Mezzogiorno nel 2015 era il 28,6% del totale nazionale, ma nel Mezzogiorno vive il 34,4% degli italiani. Nelle Isole era del 7% e nelle Isole vive l’8,4% della popolazione italiana. In sintesi, non solo il Sud è più povero rispetto al Nord ma la quota di soldi pubblici assegnata è minore di quella che gli spetterebbe. E sempre lo Svimez dice che il Fondo di sviluppo e coesione praticamente non si sa che fine abbia fatto: sono stati impegnati solo 1,5 miliardi di euro su 32 miliardi. E pure i “Patti per il Sud” risultano non pervenuti.

In tutto questo, tanti – sia per ragioni di partito sia perché vicini alle elezioni europee – vanno cantando le lodi di questo accordo tra Stato e regioni nordiche perché Sicilia e Sardegna sono già (anche se solo sulla carta), a Statuto speciale. E nulla ci sarebbe da obiettare se veramente si permettesse – a chi ha lo Statuto speciale – di applicarlo pedissequamente ovvero procedere alla perequazione fiscale e infrastrutturale stabiliti dalla stessa Costituzione e dai Trattati dell’Unione europea oltre che dalla disciplina sul federalismo fiscale, ma così – c’è da scommetterlo – non sarà perché il Sud Italia deve rimanere così com’è. Mutatis mutandis i Governi passano e il Sud Italia va sempre più a Sud.

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