Economia

Perché il Recovery Fund avrà scarsi effetti sulla crescita. L’analisi del prof. Piga

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Si spenderanno risorse in misure a basso impatto per l’economia, e quindi non in investimenti pubblici addizionali. Il mistero del basso impatto pro Pil del Recovery Fund spiegato dall’economista Gustavo Piga oggi sul Sole 24 Ore dopo aver sfogliato la Nadef

Si spenderanno risorse in misure a basso impatto per l’economia, e quindi non in investimenti pubblici addizionali.

Parola dell’economista Gustavo Piga, che oggi sul Sole 24 Ore – Nadef alla mano – giunge a una triste conclusione: le risorse del Recovery Fund avranno scarsi effetti pro crescita.

“L’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo”, scrive l’economista.

Come mai? Ecco un breve estratto dell’analisi di Piga pubblicata nelle pagine delle analisi sul quotidiano diretto da Fabio Tamburini:

Il Recovery Fund doveva dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nadef. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia.

Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei, che si suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi. I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di Pil circa. L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5. Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi UE a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti.

Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari 11, 17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra. Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste. Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi. Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma la Nadef non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo.

Questo mancato utilizzo dei prestiti Recovery per ulteriori maggiori investimenti è parte della spiegazione di un ulteriore mistero, ovvero lo scarso impatto sulla crescita della nuova manovra per il 2021 prevista nella Nadef e di prossima discussione in Parlamento. Ma ci devono essere anche altre ragioni se il Governo promette rispetto allo scenario primaverile una manovra che genera solamente altri 0,6%, 0,4% e – (sì meno!) 0,1% di Pil per il triennio a venire a fronte invece di aumenti di deficit su Pil dello 1,3% di Pil nel 2021 e di più dell’1% nel 2022 e 2023 (al netto cioè di complicate retroazioni fiscali di cui non conosciamo le dimensioni). Moltiplicatori fiscali nuovamente molto bassi: si spenderanno risorse in misure a basso impatto per l’economia, e quindi non in investimenti pubblici addizionali.

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