Economia

Perché il Patto di stabilità Ue incombe sull’Italia con il Recovery Plan

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Pnrr

L’analisi di Giuseppe Liturri su Recovery Plan e Patto di stabilità Ue

 

A giuramento eseguito e nell’imminenza delle dichiarazioni programmatiche davanti alle Camere, è il momento di pensare alle cose da fare per recuperare il tempo perso e giustificare agli occhi degli italiani la quasi totale assenza di azione di governo nelle prime sei settimane di questo 2021.

Imprese e lavoratori attendono risposte ed hanno voglia di constatare, atti alla mano, l’efficacia dell’azione della (semi)nuova squadra di governo. Qui proviamo a delineare un’agenda su cui essi dovranno essere concretamente misurati.

Partiamo dal Recovery Plan. Non è un mistero che il piano (Pnrr) approvato nel Consiglio dei ministri del 12 gennaio scorso è stato considerato semplicemente irricevibile da Bruxelles. Ed a dichiarare pubblicamente che il “Re è nudo” è arrivato qualche giorno fa un dossier del servizio studi del Senato. In tale documento – poiché “… i piani nazionali per la ripresa e la resilienza devono contenere, tra l’altro, una spiegazione del modo in cui il piano medesimo contribuisce ad affrontare in modo efficace tutte o un sottoinsieme significativo delle sfide, individuate nelle pertinenti raccomandazioni specifiche per Paese” – i funzionari del Senato provano a verificare l’esistenza di quelle spiegazioni. E l’esito è impietoso per il precedente governo ed estremamente sfidante per il nuovo. Numerosi punti qualificanti delle raccomandazioni Paese del 2019 – che si differenziano da quelle del 2020 per il fatto di indicare precisi obiettivi quantitativi – non trovano corrispondenza nel Pnrr. Una sequenza di “NR” (non rilevato) accompagna raccomandazioni come la riduzione della spesa pubblica, l’utilizzo di entrate straordinarie per ridurre il debito pubblico, la riforma delle pensioni. Ma tali raccomandazioni non sono le sole a dover trovare risposte nel Pnrr. Ci sono anche quelle relative alla procedura per gli squilibri macroeconomici prevista da un regolamento del 2011 che ci vedeva già sotto i riflettori quando il debito/Pil era pari al 135%, figuriamoci ora che siamo al 158%. Infine, incombe sempre l’inadempienza da parte dell’Italia dei criteri di riduzione del deficit e di rientro del rapporto debito/Pil, come la Commissione ha fatto notare in un rapporto pubblicato lo scorso 20 maggio.

Oggi su questo punto non ci possono essere infingimenti. Bisogna parlare chiaro. La formula di rito del giuramento parla di “interesse esclusivo della nazione” e di conseguenza il governo del neo Presidente Mario Draghi dovrà essere in grado di affermare in modo chiaro su tutti i tavoli europei che un piano per la ripresa i cui fondi sono condizionati al soddisfacimento di quei requisiti è, puramente e semplicemente, un danno per il nostro Paese. Far rientrare dalla finestra del Recovery Plan una serie di strumenti che sono stati cacciati dalla porta, seppure sotto l’emergenza dell’epidemia, trasforma il Next Generation Ue in un cavallo di Troia. Bankitalia ha stimato che la crescita cumulata ottenuta grazie ai fondi Ue dovrebbe essere pari a circa 2% del Pil, cioè lo 0,5% all’anno per 4 anni in un Paese che ha visto una caduta del Pil del 9% quest’anno. Tutto sommato modesta. Accettando i fondi Ue muniti di quelle condizioni, tale beneficio sarebbe vanificato. Se il governo Draghi le accettasse ipotecherebbe, danneggiandola, il futuro dell’Italia. È tutto così chiaro in anticipo che non si potranno accampare scuse in futuro.

L’altro tema dirimente è la riforma del Patto di Stabilità, strettamente collegato al precedente. E su questo fronte le premesse non sono affatto buone. È proprio di giovedì scorso una lettera indirizzata dai Commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni in risposta ad una precedente lettera del ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Con essa i due Commissari prendono atto del nuovo scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento il 14 gennaio scorso, che vale 32 miliardi di indebitamento netto aggiuntivo e porterebbe il deficit/Pil previsto per il 2021 intorno al 9%. Ma non perdono l’occasione per evidenziare la natura mirata e temporanea di tale scostamento. La Commissione vuole restare aggiornata sull’effettiva implementazione delle misure collegate a tale scostamento. Con un occhio di riguardo agli avanzamenti nella lotta all’evasione fiscale. La lettera prosegue sottolineando che il rapporto debito/PIL, ancora stabile nel 2021, dovrebbe cominciare a scendere dal 2022. Rilevano anche (con malcelata soddisfazione) che la strategia di riduzione del debito è confermata e prevede il rientro del debito/Pil ai livelli pre Covid (135%) entro il 2030.

Questo è il sentiero di riduzione del debito già inserito da Gualtieri nel Recovery Plan. Esso prevede un sostanziale pareggio di bilancio primario (cioè al lordo degli interessi) già dal 2023 ed il conseguimento di avanzi primari crescenti negli anni fino al 2,5% del Pil. Ora – poiché Draghi ed il ministro dell’economia Daniele Franco queste cose le sanno, mentre Conte e Gualtieri facevano un po’ di fatica – non ci sono alibi. O va a Bruxelles e riesce a far capire ai nostri partner europei che tali cifre equivalgono a distruggere il nostro Paese e che l’obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio è privo di senso economico ed esiste solo nella Ue, o avremo palmare evidenza che non stanno lavorando per i nostri interessi.

Questi ribaltamenti di fronte non si conseguono sbattendo i pugni sul tavolo alla Yanis Varoufakis, ma negoziando accortamente e tessendo alleanze. E Draghi ha già messo in minoranza la Germania durante i suoi anni alla Bce, riuscendo a farle ingoiare il boccone indigesto degli acquisti di titoli di Stato, di fatto una surrettizia ancorché provvisoria violazione del divieto sancito dall’articolo 123 del TFEU. Questa volta siamo in compagnia di Francia e Spagna ed altri potrebbero seguire. Vorrà farlo e ci riuscirà? Si opporrà nuovamente al tedesco Jens Weidmann che già chiede alla Bce di tenere conto dell’inflazione crescente in Germania ed invita gli Stati a ridurre il debito appena termina l’emergenza? Ci rifiutiamo di credere che Draghi non abbia piena consapevolezza, carisma ed autorevolezza per negoziare bene nell’interesse dell’Italia. Tre qualità che difettavano a chi lo ha preceduto. È bene che le impieghi a favore del Paese. E noi saremo qui a verificarlo.

 

(Versione aggiornata e integrale di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità il 14 febbraio)

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