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Perché il Mes va rifondato

Bce

Governo e Mes. Che fare? Fatti, opinioni e approfondimenti

 

Non sarà una giornata facile per il ministro Giancarlo Giorgetti oggi a Bruxelles. Infatti si legge nell’ordine del giorno dell’Eurogruppo: “Punto della situazione sul processo di ratifica del Trattato del Mes”. E, giunti a quel punto, questo pomeriggio non ci sarà spazio per giri di parole ed infingimenti. O dentro o fuori. O teniamo il punto della contrarietà alla ratifica, oppure da Palazzo Chigi dovrà partire, indirizzato alle Camere per l’approvazione, un disegno di legge avente ad oggetto la ratifica del Trattato secondo il testo firmato dal governo Conte 2 a gennaio 2021.

LA LINEA DEL GOVERNO MELONI

I segnali giunti nelle ultime ore dagli ambienti del governo non sembrano essere incoraggianti per chi, come vi scrive, segnala da anni l’inutilità (nel migliore dei casi) e la dannosità sia del testo riformato che si vuole ratificare che del testo attualmente vigente.

Il Presidente Giorgia Meloni non appare più così ferma nel respingere uno strumento che appartiene ad un’altra era geologica. Infatti “auspicare correttivi per migliorarlo”, come dichiarato giovedì, dopo aver ricevuto il nuovo direttore generale Pierre Gramegna ed il segretario Nicola Giammarioli significa mettersi ancor più nell’angolo rispetto alle pressanti richieste che arrivano da Bruxelles e Lussemburgo. Ancora peggio è lanciare la palla al Parlamento che, pur formalmente investito della ratifica, attende comunque un disegno di legge di iniziativa governativa. Che, una volta incardinato alle Camere, non potrà che ricevere il voto favorevole della maggioranza parlamentare che sostiene la Meloni. Non pare ammesso un diverso esito, con un Parlamento che boccia un DdL di inziativa governativa, che sancirebbe la fine del governo.

Insomma la linea di difesa costituita dalla proposta di correzione – ammesso e non concesso che gli altri partner siano d’accordo, ma si registrano solo chiusure in questo senso – appare piuttosto debole e simile ad un corto circuito logico. Infatti, che senso avrebbe far ratificare al Parlamento uno strumento che si ritiene bisognoso di correttivi e, per tale motivo, inutile se non dannoso? Se si è davvero convinti della fondatezza dei rilievi, è ragionevole ipotizzare che il governo italiano avrebbe molta più forza contrattuale nel chiederne di discuterne ora, a riforma non ancora ratificata, che domani, a riforma ratificata. Quando raccoglieremmo solo il proverbiale “passata la festa, gabbato lo santo”, indirizzato a chi si fida troppo delle promesse.

Desta perplessità che sia attestato su questa linea anche l’onorevole Giulio Tremonti che qualche giorno fa in un’intervista al Sole 24 Ore, ha sottolineato che “Giorgia Meloni ha detto in sostanza che non vede alternative al voto italiano sul Mes, e che però intende ridiscuterne la funzione. Sono totalmente d’accordo con lei”.

COSA HA DETTO GIAVAZZI SUL MES

Eppure gli argomenti per opporsi alla ratifica del Trattato sono numerosi e dovrebbero indurre il governo e la maggioranza a tenere compattamente il punto. Paradossalmente, è stato proprio il professor Francesco Giavazzi – fino ad ottobre ascoltato consigliere di Mario Draghi a Palazzo Chigi – a fornire argomenti contro il Mes attuale e riformato.

La prima bordata l’ha lanciata contro la funzione principale del Mes, che è quella di erogare prestiti a Paesi con difficoltà di accesso ai mercati. “Chiedere aiuto al Fondo significa ammettere che quel Paese non riesce più a finanziarsi sul mercato: un segnale di debolezza che potrebbe scatenare la speculazione”, ha scandito Giavazzi. La riforma del Mes renderebbe ancora più dannoso, per la nostra reputazione sui mercati, l’accesso a quei prestiti. Ci sarebbe infatti precluso l’accesso alla linea di credito precauzionale, soggetta a condizioni di ammissione talmente stringenti e obsolete da costringerci ad utilizzare la linea di credito a condizioni rafforzate. Quella col programma di aggiustamento alla greca, per intenderci. Con Atene costretta a firmare due protocolli di intesa con 2941 e 1602 condizioni, finalizzate a piegare alla volontà del creditore lussemburghese anche i più microscopici dettagli della politica economica e sociale.

A ciò si aggiunga l’analisi di sostenibilità del debito pubblico, eseguita in via preventiva dal Mes per tenersi pronto a soccorrere i Paesi richiedenti. Strumento ad elevata discrezionalità e perciò con elevato rischio di seminare il panico sui mercati, ancor prima che si decida di richiedere il prestito.

Ma Giavazzi ne ha avute anche verso una delle principali novità di questa riforma: il prestito al fondo di risoluzione delle crisi bancarie. “Un fondo come questo, con risorse ampie ma non illimitate, non può arginare una crisi bancaria. Per fermarla è necessario che lo Stato, o un suo fondo, siano disposti a impiegare risorse illimitate (whatever it takes). Se le risorse sono limitate sarà la speculazione ad avere la meglio”. Impossibile dirlo meglio.

IL MES VA RIFONDATO, NON RIFORMATO

Questi dovrebbero essere rilievi non negoziabili. Una linea rossa invalicabile. Invece la pericolosa china su cui pare avviato il governo è quella di farsi irretire nella solita logica di pacchetto che domina i confronti europei. Come è desumibile a chiare lettere dall’intervista al ministro Antonio Tajani apparsa sul Corriere della Sera. Cedere su questo dossier dovrebbe consentirci di ottenere adeguate contropartite su tanti altri dossier aperti, a partire dalla riforma del Patto di Stabilità, per finire alla revisione del PNRR. Ma – ammesso e non concesso che la ratifica della riforma di un Mes, da riformare subito dopo, abbia senso e possa avere degne contropartite – i tempi non coincidono. Pagheremmo “moneta” oggi, e non vedremmo “cammello” domani.

Un dibattito “lunare” per un Paese il cui debito, dopo la scomposta aggressività verbale di dicembre da parte della Bce e le conseguenti tensioni sui tassi di interesse, da inizio anno sta vivendo una luna di miele con gli investitori. In pochi giorni, la domanda ha fatto scendere il tasso del Btp decennale dai massimi del 4,7% di dicembre a poco sotto il 4% e l’asta del nuovo Btp a 20 anni, collocato al tasso del 4,53%, ha visto richieste pari a circa 4 volte l’offerta di 7 miliardi. Spread a 184, minimo degli ultimi sei mesi.

Davanti a questi numeri, il solo parlare di Mes costituisce un danno per l’Italia. Il governo Meloni, a prescindere dalle promesse pre-elettorali, abbia la forza ed il coraggio di convincere i partner europei ad archiviare uno strumento vecchio da rifondare o liquidare, non riformare.

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