Economia

Perché Greenpeace picchia Coca-Cola, Nestlé e Pepsi

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plastica

Secondo Greenpeace, dalla catalogazione di 476 mila rifiuti in plastica, grazie a 72 mila volontari, è emersa la massima criticità per le confezioni monouso.

Nestlé, Unilever, Coca-Cola, PepsiCo, Ferrero, San Benedetto, marchi internazionali nella vita di milioni di persone. Per tutte c’è l’indice puntato di Greenpeace per i prodotti in plastica. Mentre resta attiva la petizione (no-plastica.greenpeace.it) che chiede di ridurre l’uso degli involucri inquinanti, puntando su contenitori alternativi, l’organizzazione Break Free From Plastic, ha catalogato in giro per il mondo, contenitori e imballaggi usa e getta che fanno capo prevalentemente proprio alle aziende citate. 448 servizi di pulizia, un brand audit in 51 Paesi e sei continenti, dai quali è venuto fuori che la maggior parte dei rifiuti appartiene a Coca-Cola, Nestlé e PepsiCo.

La notizia diffusa da Greenpeace racconta che dalla catalogazione di 476 mila rifiuti in plastica, grazie a 72 mila volontari, è emersa la massima criticità per le confezioni monouso. Coca-Cola, Nestlé e PepsiCo sono in vetta alla classifica, ma la lista dei cattivi comprende anche Mondelēz International, Unilever, Mars, P&G, Colgate-Palmolive, Phillip Morris e Perfetti Van Melle. Comunque i recenti impegni di Coca-Cola, Nestlé e PepsiCo che promuovono alternative come la carta o le bioplastiche “rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli”, spiega Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Diciamola tutta. Il punto vero – e non solo per gli ambientalisti di ogni ispirazione – è che per ridurre la plastica le Company dovranno resettare sistemi di produzione e vendita di lunga tradizione. Possono ricorrere al riuso dei contenitori o alle ricariche, ben viste da Greenpeace stessa. Ma la svolta non è dietro l’angolo e – bando alle ipocrisie – devono cambiare molti comportamenti di massa, comodità cui siamo tutti abituati negli acquisti. Per fortuna le campagne plastic free si diffondono a vista d’occhio e spesso più per la sensibilità sociale e le iniziative locali, piuttosto che per le riconversioni produttive.

Si abbassa l’indice puntato? “Le multinazionali devono fare molto di più per affrontare la crisi dell’inquinamento da plastica che hanno creato. La loro dipendenza dagli imballaggi in plastica monouso si traduce nell’immissione di quantità crescenti di plastica nell’ambiente. Bisogna ridurre urgentemente la produzione di plastica usa e getta”, dice Von Hernandez, coordinatore di Break Free From Plastic.

In Italia si producono circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, un terzo circa finisce in discarica. Il tema del riciclo e prima ancora della raccolta, è nei piani regionali, quando sono aggiornati e controllati. Evidentemente sono ancora molti quelli che preferiscono vedere galleggiare le bottigliette e non solo.

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