Economia

Perché Exor di Elkann si papperà Gedi (Espresso e Repubblica) da Cir. Fatti e commenti

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FEB 2005 MILANO : SEDE CIR. © CARLO CERCHIOLI

Exor di Elkann punta a rilevare la quota di controllo di Gedi (Repubblica, Stampa, Secolo XIX ed Espresso) detenuta dai De Benedetti. I commenti dei giornalisti Borzi, Festa, Madron e Montanari

Cir dei De Benedetti tratta con Exor della famiglia Elkann in vista di una vendita del pacchetto di controllo della società editrice di RepubblicaStampa, Secolo XIX ed Espresso.

LA MOSSA DI EXOR

John Elkann con Exor ha rotto gli indugi e ha deciso di farsi avanti per rilevare la quota di controllo (43,78%) detenuta storicamente dalla Cir della famiglia De Benedetti.

L’AZIONARIATO DI GEDI

Il gruppo Gedi ha come primo azionista la famiglia De Benedetti (con il patriarca Carlo contrario alla vendita) con il 43,8% delle quote. La Famiglia Agnelli detiene il 5,99%, Giacaranda Falck il 5,08% e Carlo Perrone il 5,02%.

LE CONFERME DI CIR

Ieri il gruppo Cir, su richiesta della Consob, ha confermato che “sono in corso discussioni con Exor concernenti una possibile operazione di riassetto dell’azionariato di Gedi che condurrebbe all’acquisizione del controllo su Gedi da parte di Exor”.

IL CDA DEL 2 DICEMBRE

Ora c’è attesa in vista del cda di Cir che è stato convocato per lunedì 2 dicembre con all’ordine del giorno l’esame di un’eventuale operazione di questo tipo.

Immediata la reazione del cdr di Repubblica che alla luce del comunicato sul possibile riassetto dell’azionariato di Gedi ha sottolineato che “si impegna a tutelare in tutte le sedi l’autonomia, l’indipendenza, la libertà dei giornalisti e a difendere la storia” del quotidiano e “ciò che rappresenta sin dal giorno della fondazione: un presidio democratico del Paese”.

CHE COSA DICE IL CDR DI REPUBBLICA

Il Cdr, si legge ancora, “si opporrà, inoltre, a qualsiasi tentativo di imporre ulteriori sacrifici a una redazione già fortemente provata da tagli e stati di crisi ai quali ha reagito in questi anni con straordinario senso di responsabilità, professionalità e abnegazione”.

I COMMENTI DI CRONISTI ED EDITORIALISTI

Ha scritto su Facebook il giornalista esperto di finanza ed editoria Andrea Montanari: “Un cambio di scenario a soli due anni e mezzo di distanza dalla fusione delle società L’Espresso e Itedi che doveva sancire un matrimonio d’affari di lunga durata. Ora invece lo sparigliamento delle carte. Anche perché a Elkann avere il secondo quotidiano nazionale, oltre a Stampa, Secolo XIX e oltre una dozzine di testate locali, fa comodo ora che deve completare il deal Fca-Psa che può avere, nonostante le smentite di rito, ripercussioni non indifferenti su stabilimenti e personale. Questo ennesimo riassetto in Gedi arriva a tre anni e mezzo di distanza dalla prima rivoluzione dell’era moderna del settore editoriale, quella che ha portato Cairo – con Intesa Sanpaolo – a conquistare Rcs (Il Corriere della Sera) sconfiggendo il salotto buono della finanza italiana. Un processo dal quale lo stesso Elkann si era chiamato fuori solo qualche mese prima vendendo le azioni Rcs, azienda della quale era il primo azionistas con Exor. Si tratta di un nuovo impegno di spesa – seppure contenuto e gestibilissimo da parte della holding – che arriva dopo i 191 milioni garantiti per l’aumento di capitale della Juve e la complessa operazione automobilistica. Impegni a raffica per la numerosa famiglia Agnelli-Elkann che John deve gestire al meglio”.

Nicola Borzi, giornalista investigativo esperto di finanza, già al Sole 24 Ore, ha scritto su Facebook: “L’operazione Exor-Gedi è interessante perché mostra le cause della crisi dell’editoria italiana. Gruppi finanziari come Cir, che sinora era stato uno dei perni del settore, non hanno più né l’interesse né la volontà per restare investiti in un’attività che consuma risorse e, quando va bene, ha ritorni finanziari vicini allo zero. Exor ha le spalle più larghe e soprattutto ha bisogno di giornali che pilotino la politica e l’opinione pubblica nazionali, ora che arriveranno anche in Italia i contraccolpi dell’operazione Fca-Psa. Il settore si contrae e a strangolarlo sono gli stessi fenomeni che lo hanno protetto sinora: il rapporto con la politica, l’inesistenza di editori puri e soprattutto la barriera linguistica, che ha consentito per decenni agli editori italiani di non temere la concorrenza estera ma che oggi impedisce ai giornali italiani di avere sbocchi fuori dal Paese. Poiché l’Italia conta sempre meno nel mondo, se non per i rischi che crea, è inutile pensare che dall’estero ci osservino per comprare testate. Si va verso nuove aggregazioni di testate. In un Paese che legge sempre meno e nel quale i giovani non leggono giornali non c’è semplicemente più spazio per tutti. Su sette miliardi di umani, chi vuole sapere tutto legge in inglese. Solo 60/70 milioni di persone (l’1% del totale) leggono in italiano quando e se leggono. Nell’era della globalizzazione i media devono essere globali, mentre la stampa italiana conta sempre più per quello che contava un tempo la stampa locale: fatti locali per lettori locali. By the way, questo è il motivo per cui sta spegnendosi Il Sole 24 Ore: l’economia e la finanza italiana contano sempre meno, chi vuole capire davvero dove va il mondo legge (in inglese) Financial Times, Wall Street Journal e The Economist, oltre ad altri media internazionali”.

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