Economia

Perché è sconfortante sentire i tifosi italiani di una mortifera manovra correttiva

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Il commento di Gianfranco Polillo

 

C’è da rimanere sorpresi nel leggere i commenti che stanno accompagnando il lungo viaggio nel deserto del ministro dell’economia, Giovanni Tria. C’è quasi compiacimento per le difficoltà che si stagliano all’orizzonte, mentre fa capolino la speranza che, alla fine, l’Italia sarà costretta a cedere. Bere l’amaro calice di una manovra correttiva, che già si quota in circa 10 miliardi, nel prossimo biennio. O subire l’onta di una procedura d’infrazione che non lascerebbe scampo per gli anni avvenire.

Sembra quasi di essere tornati ai tempi del Machiavelli. Alle sue speranza nella figura di un principe – il Valentino – capace di opporsi ai tanti signorotti locali, pronti a chiedere l’intervento di potenze straniere per consolidare un loro traballante potere. Non certo un’idea di nazione, piuttosto la difesa di un popolo in grado di esprimere una sua soggettività destinata ad immedesimarsi nel “mito” di un condottiero capace di essere, al tempo stesso, “golpe” (volpe) e lione.

L’aspetto più preoccupante di queste prese di posizione è la mano tesa ai più intransigenti. Cosa dovrebbe pensare, se non nell’essere del giusto, Valdis Dombrovskis nel leggere di giuste punizioni vagheggiate contro un azzardo morale che non trova altra giustificazione, se non in oscure logiche di potere? Reazione anche giustificata se a questi strani commenti si sommano, poi, proposte come quelle dei Mini-Bot. Non più moneta parallela, seconda l’ultima versione di Claudio Borghi, ma semplice assicurazione contro possibili disastri. “Non sappiamo cosa può succedere – afferma nella sua ultima intervista – Supponga che ci sia un attacco hacker e si blocchi il sistema normale dei pagamenti: le carte di credito, le cose legate all’euro. Ci sarebbe un’alternativa pronta”.

Come se bastassero 30 miliardi per sostenere l’intera circolazione monetaria e creditizia di un prodotto nazionale che supera i 1.700 miliardi. Ai contemporanei, più che ai posteri, la facile sentenza.

Una prima conclusione sconfortante è che il fronte interno, nella battaglia di primavera, non tiene. Ed è questo il pericolo maggiore, destinato ad intralciare ogni possibile trattativa. Gli americani persero la guerra del Vietnam per mille ragioni: avevano contro un intero popolo che si batteva per la propria autodeterminazione. Che fosse guidato da un forte partito comunista fu solo una coincidenza, che garanti tuttavia il sostegno dell’intero campo socialista di allora: dall’Urss alla Cina. Ma la sconfitta divenne inevitabile a seguito di una rivolta, seppure pacifica, di milioni di americani: tutti mobilitati contro la “sporca guerra”. In grado di produrre il relativo isolamento internazionale del proprio Paese.

In condizioni, seppur così diverse e pur meno drammatiche, è quello che rischia di succedere in Italia. Con una differenza tuttavia: da un lato è il popolo che ha appena votato. Dall’altro élite culturali che non si rassegnano al cambiando. E che invece di svolgere la loro funzione di pungolo e di indirizzo critico, sparano sul pianista. E lo fanno violando i protocolli. Accettando le tesi degli avversari. Subendone la logica relativa, senza vedere, oltre il polverone, le cose che che marciano in una direzione contraria.

Abbiamo grande rispetto per Federico Fubini, di cui abbiamo sempre apprezzato le doti di equilibrio, ma se nemmeno lui riesce a cogliere la giusta proporzione tra le singole questioni, la prospettiva assume contorni inquietanti. “Un addetto – sostiene – in Italia crea 60 mila euro di valore, in Francia 73 mila, in Germania 77 mila”. Si spiega così la bassa crescita. Passi per la Germania, ma se queste statistiche fossero fondate, come si spiega il deficit delle partite correnti francesi ed il forte attivo di quelle italiane? Nel mercato globale le esportazioni italiane trovano uno spazio maggiore. Saranno pure produzioni di nicchia, all’interno delle catene del valore, ma la produttività di una base industriale, per quanto ristretta, non ha nulla da invidiare ai propri concorrenti. È invece tutto il resto che non funziona.

Ma se è così, perché non valorizzare questi elementi. Senza dimenticare ovviamente i precari equilibri di finanza pubblica. Ma per valutarli alla luce di questi punti di forza, che lo stesso Fubini riconosce. “L’Italia – osserva – non ha grossi squilibri finanziari, ha un avanzo negli scambi con l’estero, finanzia il resto del mondo tanto quanto ne è finanziata”. Perfettamente d’accordo. Ma allora perché non iniziare da qui, piuttosto che accodarsi ai rigoristi di mezzo mondo. Perché – sostiene sempre Fubini – “da un quarto di secolo l’Italia non cresce, anzi decresce”. Il che é vero solo in parte, visto che la fase acuta della malattia si è manifestata soprattutto all’indomani del 2007, a seguito del fallimento delle Lehman Brothers. Ma a parte questo, forse l’avallo implicito a un’ulteriore manovra deflazionistica farà aumentare il Pil o non ci avvicinerà ancor di più al baratro del possibile default?

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