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Perché è da cialtroni definire un’elemosina il decreto Aiuti bis

Berlusconi

Che cosa c’è nel decreto Aiuti bis. L’analisi di Giuliano Cazzola

 

La lotta politica – soprattutto durante una campagna elettorale – non è mai un pranzo di gala. Ci si può aspettare dunque che la propaganda tra partiti e schieramenti avversari scivoli sopra le righe e presenti in forme caricaturali le altrui proposte e magari esageri qualche difficoltà dei competitori (di solito ciò avviene quando prima del voto arriva un avviso di garanzia ad una personalità influente delle forze in campo). Ma sarebbe raccomandabile in ogni caso un senso della misura per evitare che le critiche, pur legittime e comprensibili, sfocino nella più smaccata cialtroneria. Il che sarebbe tanto più necessario per quei soggetti sociali che non presentano simboli e lista per partecipare alle elezioni: per esempio i sindacati.

Dove conduce questa premessa? A ribadire che, a mio avviso, è una cialtroneria definire ‘’un’elemosina’’ alcune misure previste nel decreto Aiuti bis, varato dal governo. Alla fine della riunione convocata dal governo in ottemperanza degli impegni  assunti di effettuare una verifica preventiva con le parti sociali (ovviamente prima della crisi l’ipotesi era quella di un intervento più consistente), le reazioni dei leader sindacali erano state incoraggianti.

Ricordiamole. “L’incontro ha prodotto alcune prime risposte che vanno nella direzione di alcune nostre richieste. Ora dovremmo vedere concretamente i contenuti del decreto che il governo ha detto che sarà pronto entro la prossima settimana”. Così, il leader Cgil, Maurizio Landini. ‘’Consideriamo importante – sottolineava il segretario – il fatto che il governo si sia impegnato ad erogare i 200 euro di luglio anche a quei lavoratori precari e stagionali che erano stati esclusi: questa era una nostra prima richiesta ed era un punto importante”. Veniva poi richiamato “un intervento che aumenti la parte decontribuitiva, che faccia cioè pagare meno contributi sociali ai lavoratori aumentando dunque il netto in busta paga, con un provvedimento che andrebbe da luglio a dicembre quindi non una tantum ma un intervento strutturale”, riferiva ancora Landini. “È chiaro  – aggiungeva in conclusione – che bisognerà valutare l’entità di questo provvedimento ma sicuramente è una delle cose che avevamo chiesto”.

Luigi Sbarra della Cisl svolgeva analoghe considerazioni magari allargando l’ambito degli interventi enunciati. “Abbiamo apprezzato l’incontro con il governo e il premier Draghi che nonostante la crisi ha mantenuto l’impegno assunto con i sindacati il 12 luglio scorso. Il governo ci ha comunicato la disponibilità di mettere in campo nei prossimi giorni un decreto ‘aiuti bis’ che avrà una dotazione finanziaria di 14,3 mld per prorogare alcune misure adottate con i decreti precedenti e sostenere così il potere di acquisto di stipendi salari e pensioni”. “Abbiamo chiesto al governo – prosegue Sbarra – sostegni per detassare la contrattazione di secondo livello, e un intervento forte di riduzione strutturale del cuneo fiscale oltre a valutare, sulla base delle risorse disponibili, la possibilità di azzerare l’Iva sui beni e gli acquisti di largo consumo ma limitato alle famiglie in difficoltà.

Anche il bellicoso leader della Uil Pierpaolo Bombardieri (nomen omen) si spendeva in una “valutazione è positiva per l’impegno del governo su interventi strutturali sulla decontribuzione per aumentare il netto in busta paga dei lavoratori dipendenti e ad anticipare la rivalutazione delle pensioni previste per gennaio. Era quello che avevamo chiesto: stop ai bonus e interventi strutturali”.

Quali sono i motivi che – di fronte a un testo di ben 42 articoli – dovrebbero giustificare critiche tanto pesanti e disoneste da parte dei sindacati? Non certo l’ammontare della manovra che è salito a 17 miliardi  di risorse provenienti dal miglioramento delle entrate dovuto anche all’inflazione mentre in precedenza era previsto un importo compreso tra i 12 e i 14 miliardi di euro. Non merita particolari critiche neppure la distribuzione delle risorse che riguarda numerose situazioni di difficoltà (certo si può dire che si tratta di misure a pioggia, salvo prendersi la responsabilità di indicare quali settori dovessero essere privati dell’ombrello).

Il j’accuse dei cialtroni si rivolge prevalentemente agli interventi sulle pensioni e sulle retribuzioni per via, in questo caso) del taglio del cuneo fiscale. Diamo in primo luogo conto delle norme. Il decreto Aiuti bis introduce un taglio aggiuntivo del cuneo contributivo destinato ai lavoratori con retribuzione imponibile fino a 35mila euro l’anno; la misura si affianca al vigente esonero contributivo dello 0,8% introdotto dalla legge di Bilancio 2022.

Con l’ulteriore sforbiciata il taglio del cuneo si attesta, così, per i redditi medio bassi, al 2% e produrrà i suoi effetti retroattivamente a partire da luglio. Secondo le prime stime, la riduzione del 2% del cuneo fiscale si tradurrebbe in un aumento del netto in busta paga di circa 27 euro mensili per chi ha un reddito di 35 mila euro e di circa 20 euro mensili per chi guadagna intorno ai 25 mila euro. Si tratta comunque di misure che seguono dei criteri e non prese purchessia. Non si tratta certo di un’elemosina.

Prima di sparare sulla Croce rossa si valuti che si tratta del raddoppio di quanto era previsto nella legge di bilancio per la fiscalizzazione dei contributi ferma restando l’aliquota di computo. Poi viene il caso delle pensioni. I pensionati non avranno ritocchi ad agosto, ma vedranno gli effetti del nuovo intervento da ottobre, quando arriverà, in anticipo di tre mesi, la rivalutazione ordinariamente prevista a gennaio 2023, con relativo riconoscimento anche sulla tredicesima mensilità.Il nuovo meccanismo anticipa, in concreto, la rivalutazione del 2% ai soli pensionati che ricevono fino a 2.692 euro lordi al mese, cioè 34.996 euro all’anno.

Si tratta, in buona sostanza, di un acconto sulla rivalutazione prevista a far data dal 2023 da accertare sulla base dell’andamento dell’inflazione dei primi 9 nove mesi dell’anno. Il Governo, riducendo la platea degli interessati, rispetto alle bozze del provvedimento circolate sino a ieri e che avrebbero garantito a tutte le pensioni la rivalutazione anticipata, ottiene un risparmio di circa mezzo miliardo. È poco? Si tenga almeno conto che quel ‘’poco’’ viene percepito in parziale anticipo per tre mesi più la tredicesima, a conferma dell’allineamento, tra l’altro, della platea dei beneficiari a quella degli interessati al taglio del cuneo contributivo e del bonus 200 euro. È appena il caso di ricordare che nel 2022 la spesa pensionistica aumenterà di 24 miliardi per effetto della perequazione automatica al costo della vita.

In materia di welfare aziendale viene innalzato, con effetto retroattivo per l’anno 2022, il tetto dei fringe benefit esentasse da 258 euro a 516 euro che potranno essere utilizzati anche per pagare le bollette di acqua, luce e gas. L’Esecutivo ha, infatti, deciso di raddoppiare la soglia esentasse dei vari benefit, che in molti casi fanno da corollario agli accordi aziendali ed al rinnovo dei contratti.

Poi non è fuori luogo una domanda: ma il lavoratore non è anche un consumatore? La sua famiglia non è forse vessata dalle bollette dell’energia? Nello specifico, a decorrere dal 3 agosto 2022 e fino al 21 agosto 2022 le aliquote di accisa concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative dei sotto indicati prodotti sono rideterminate in diminuzione. Ulteriori misure sono inoltre previste per la riduzione delle bollette di luce e gas, e all’estensione del bonus sociale si affianca lo stop alle modifiche unilaterali dei contratti da parte dei fornitori. Queste misure di cui abbiamo ricordato solo la parte riguardante i lavoratori ‘’si aggiungono – ha ricordato il presidente Mario Draghi in conferenza stampa – a quelle per oltre 35 miliardi di euro che abbiamo approvato dall’inizio di quest’anno per mitigare gli effetti dei rincari sui cittadini e sulle imprese. Il totale delle misure di oggi è di 15 miliardi più circa altri 2 di misure aggiuntive: quindi si tratta di altri 17 miliardi che vanno ad aggiungersi ai 35 già approvati.  Parliamo di una grossa percentuale del prodotto interno lordo, più di 2 punti percentuali. Un altro aspetto importante è che interveniamo di nuovo a saldi invariati, quindi non ricorriamo a nessuno scostamento’’.

Possiamo farlo – ha proseguito il premier – perché l’andamento dell’economia è di gran lunga migliore del previsto. Ed è merito questo, come dico sempre, della capacità degli italiani, delle famiglie, delle imprese e anche forse un po’ della politica economica del governo che ha sostenuto senza esitazioni l’economia, ma nello stesso tempo è riuscito a farlo mantenendo gli obiettivi di riduzione del deficit e di riduzione del rapporto debito/PIL. Ma i sindacati non ci sentono da quest’orecchio. E continuano a parlare di un mondo circostante che deve corrispondere alla loro narrazione dei fatti.

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