Economia

Perché consiglio a tutti di leggere la tosta relazione di Savona come presidente Consob

di

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Quale sarebbe stato il comportamento di Paolo Savona se la sua nomina a ministro dell’Economia non fosse stata bloccata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella?

Non si tratta di una domanda oziosa. Né tanto meno di una tardiva recriminazione. Ma di una valutazione che può trovare il suo fondamento scientifico nella cosiddetta logica condizionale, che rappresenta uno degli strumenti più potenti del linguaggio informatico e non solo.

In questo caso, poi, è l’intera struttura del suo primo discorso, come presidente della Consob, così denso di implicazioni metodologiche (l’accenno ai diversi metodi di analisi da Galileo Galilei a Bruno De Finetti), a giustificare un simile tentativo. Ebbene seguendo quello stesso indirizzo, non si può fare a meno di cogliere, in quella sintesi, uno spaccato della realtà italiana, che sono in molti a non vedere. E sulla quale, purtroppo non pesano solo i “pregiudizi” delle “istituzioni sovranazionali”, come sottolinea lo stesso Savona, ma quel fallout raccolto acriticamente da “enti nazionali e centri privati”. Un esercito di condiscendenti ben più numeroso di quanto si possa, a prima vista, vedere. Ed in grado di incidere profondamente sul comune sentire.

Ed ecco allora l’immagine che, soprattutto, i media continuano a diffondere. Quello di un Paese allo stremo, che non riesce ad uscire dal cono d’ombra della crisi in cui è sprofondato. “E’ come se l’Italia fosse collocata dentro la ‘caverna di Socrate’ dove le luci fioche della conoscenza che in essa penetrano proiettano sulle pareti un’immagine distorta della realtà”: un passo importante della sua relazione.

Naturalmente vi sono elementi oggettivi in grado di dar corpo a questi fantasmi. Se non vi fosse un debito pubblico così elevato, le preoccupazioni sarebbero minori. Se l’Italia non fosse continuamente costretta a rincorrere le decisioni imposte dalla Commissione europea, il clima sarebbe meno inclemente. Ma sono proprio questi dati che impediscono, con la loro sopravvalutazione, una visione più realistica della situazione italiana, dando, invece, fondamento ad un “continuo vociare a senso unico, che stordisce”.

Per fortuna gli anticorpi non mancano. Non a caso Savona cita esplicitamente le ultime Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia: dove è possibile rintracciare l’analisi attenta non di un singolo problema – la finanza pubblica – ma del complesso delle luci e delle ombre che caratterizzano la situazione italiana. Un grande insegnamento del passato. L’analisi economica che nasce sui fondamenti del Tableau économique di François Quesnay, assunto da Marx come elemento di fondo della sua metodologia e poi inserito nella modernità del pensiero keynesiano. In cui al centro della riflessione sono i grandi equilibri e l’analisi attenta delle forze dal cui intreccio derivano le tendenze dell’intero sistema economico. Spunti che si sono persi nel tempo, in una semplificazione in cui il dato puramente statistico ha assunto la sua totale ed ingiustificata prevalenza.

Per Savona l’Italia è anche questo, ma non solo questo. Anzi la gerarchia delle fonti va rovesciata. “La teoria economica – rileva – e la ricerca empirica non hanno fornito una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra debito pubblico e Pil, soprattutto se il rapporto è valutato in modo indipendente dallo stato della fiducia. L’esempio del Giappone è istruttivo: se la fiducia nel paese è solida e la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200% rispetto al Pil non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica”. Ma quale può essere, allora, il fondamento oggettivo su cui costruire, in Italia, una ritrovata fiducia?

Savona cita soprattutto due elementi: il risparmio delle famiglie e delle imprese: “Il punto di forza dello sviluppo italiano, che è stato elevato a valore costituzionale”; la forza dell’apparato produttivo che ha “mostrato eccellenti capacità di reazione alle difficoltà create da un processo di globalizzazione privo di adeguato coordinamento internazionale”. Due fenomeni strettamente intrecciati. Quel risparmio infatti non è solo frutto dell’astinenza, che si manifesta nella debolezza della domanda interna. E’ soprattutto la conseguenza del “persistente avanzo della nostra bilancia estera di parte corrente”. Nonostante gli shock asimmetrici subiti dall’Italia. Che altri “importanti paesi sviluppati come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, nell’eurozona Grecia e Francia”, hanno ugualmente conosciuto, senza riuscire tuttavia a fronteggiarli con la stessa determinazione. Problema – quello del surplus con l’estero – su cui abbiamo più volte insistito, in un silenzio purtroppo assordante. Con una sola fugace eccezione: un breve recente cenno di Romano Prodi. Troppo poco per combattere quel rumore di fondo che, come nel film di Federico Fellini, “la voce della luna”, copre ogni cosa.

Eppure si tratta di decine di miliardi che, ogni anno, si traducano in un risparmio che non trova contropartita nell’investimento all’intero di un Paese che ha bisogno di tutto. Ma lo offre “graziosamente” ai Paesi concorrenti. Che sono poi quelli che chiedono ulteriore rigore. Un paradosso evidente, considerando lo stato di disagio sociale in cui vive il Paese che alimenta “l’era del risentimento”. Attenti, quindi, a non cadere in un’errata concezione: “Per la comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti paesi attingono per soddisfare le loro necessità”. Uccidere questa gallina dalle uova d’oro, in nome di un’ortodossia senza tempo, sarebbe l’inizio di dramma dalle conseguenze imprevedibili.

Ecco allora il modo serio per discutere, in Europa, della situazione italiana: senza trascurare, ovviamente, i suoi problemi finanziari. Ma dando loro quel giusto peso, che non esclude una visione di carattere più generale. L’unica in grado di fornire le chiavi per la soluzione del problema. Ovviamente non sarà facile convincere i riottosi. Sono politici che, come diceva Keynes ai suoi tempi, seguono le teorie di vecchi accademici. Ma, da allora, molta acqua è passata sotto ponti. C’è una forza intrinseca alla quale si può far ricorso: quella della razionalità, la cui base è rappresentata dall’analisi della realtà effettiva del nostro Paese. Sempre che vi siano personalità in grado di farla valere, senza complessi di inferiorità nei confronti dei propri interlocutori.

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