Economia

Perché con il salario minimo alla Di Maio la decrescita “felice” trionferà. Il commento di Polillo

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Lombardia

Al Nord, dove tutto costa di più, per Di Maio la retribuzione in termini reali deve essere più bassa. Mentre al Sud, quello stesso salario, identico dal punto di vista nominale, deve continuare ad alimentare una piccola rendita di posizione. Il commento di Gianfranco Polillo

Le ultime affermazioni di Luigi Di Maio, su salario minimo e “gabbie salariali” (il pericolo sotteso alle “autonomie differenziate”) dimostra che a volte ritornano. Seppure in forme diverse e meno evidenti di un lontano passato.

Negli anni ‘70 l’idea che il salario potesse essere una “variabile indipendente” aveva conquistato la sinistra. Riformisti e massimalisti. Vecchi arcigni comunisti ed uomini del sindacato: tutti uniti sotto il bandierone di un’unità, che sembrava voler porre fine alle drammatiche fratture del dopoguerra. Il proletariato che, finalmente, era riuscito ad esercitare la sua egemonia culturale. Al punto che quella parola d’ordine echeggiava, senza alcuna prudenza, nelle riunioni della “triplice”, come allora veniva indicata quella sorta di (poco) santa alleanza.

Luciano Lama, il capo indiscusso della Cgil, riformista, ancor prima che sindacalista, non solo aveva sposato quella teoria. Ma ne aveva fatto un punto d’onore nella lunga trattativa con Giovanni Agnelli, allora presidente di Confindustria. Ne era scaturito il meccanismo unico di scala mobile, per difendere i salari operai dalla falcidia dell’inflazione, indotta dai forsennati aumenti del prezzo del petrolio. Il capo della Fiat aveva convenuto. Tanto il prezzo delle automobili prodotte, in un mercato protetto come quello italiano, variava a seconda del business plan dell’azienda. C’era stato poi l’esempio di Pinochet, in Cile, teorico di un’indicizzazione integrale.

L’inconveniente di quello accordo era che i salari più bassi aumentavano più dell’inflazione, grazie ad un eccesso di copertura. Mentre quelli più alti subivano, simmetricamente, una caduta. Risultato? Un progressivo appiattimento retributivo. Dove i sottostanti livelli di produttività cessavano di essere un qualsiasi punto di riferimento. Durò fino a quando la “marcia dei 40 mila“ non disse basta, in quel lungo corteo di quadri intermedi, che faceva proprie alcune tecniche tipiche del movimento sindacale. Fu un gesto simbolico potente. Produsse un piccolo terremoto nella palude politica italiana. Ma si dimostrò insufficiente per arginare una crisi – la persistente inflazione – che segnerà la storia italiana fino alla nascita dell’euro.

Nella proposta di un salario minimo, imposto per legge, si ripete, seppure in forma circoscritta, quello schema. Se il suo valore deve essere pressoché simbolico, serve a nulla. Se consistente opererà come il punto unico di scala mobile. Alzerà i salari più bassi, mentre risulterà ininfluente per i settori a più forte produttività. Difficile che, anche nel primo caso, la situazione possa durare nel tempo. Più facile prevedere fenomeni di rigetto, sotto forma di maggiore disoccupazione. In un Paese così differenziato, come l’Italia, meglio riservare tutto alla contrattazione sindacale. Principio che dovrebbe valere, ancor più, in un’Europa alla purtroppo facile ricerca di un “qualcosa di sinistra”.

L’accusa rivolta alla Lega di voler imporre delle gabbie salariali, in quanto sostenitrice di una diversa retribuzione per gli insegnanti del Nord, è figlia dello stesso preconcetto. Solidi gli argomenti portati dalla prima. L’affitto di un appartamento a Milano non è certo pari a quello di Catania o di Ragusa. Si può allora pensare ad una retribuzione uniforme? Secondo i classici, il salario altro non è che il corrispettivo necessario per la riproduzione della forza lavoro. David Ricardo era giunto a teorizzare la sua inevitabile invarianza. Se il salario aumentava troppo, si facevano più figli e quindi lo stesso diminuiva. Se si riduceva avveniva il contrario è quella sorta di salario naturale ritornava al punto d’equilibrio.

Da allora molte cose sono cambiate. Già in Marx il concetto di salario naturale era stato messo da parte, per inserirvi elementi derivanti dall’evoluzione sociale. Di Maio, invece, rovescia il ragionamento. Al Nord, dove tutto costa di più, la retribuzione in termini reali deve essere più bassa. Mentre al Sud, quello stesso salario, identico dal punto di vista nominale, deve continuare ad alimentare una piccola rendita di posizione. È tutto ciò a prescindere dai sottostanti livelli di produttività. Basta tenere a mente gli ultimi risultati delle prove Invalsi, che fotografano distanze preoccupanti, tra queste due diverse aree del Paese. Insomma la retorica della “decrescita felice” trionfa anche nei piccoli dettagli. Fino a quando non è dato di sapere.

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