Economia

Perché Bruxelles a volte straparla sull’Italia

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L’analisi dell’editorialista Roberto Sommella

L’Italia è un paese diverso da quello che si è portati a pensare nel leggere gli allarmi quotidiani sulla mancata crescita e gli ostacoli dietro ogni angolo, quasi fosse il Titanic. Più che un transatlantico, si ha di fronte una Ferrari, guidata però da tempo da chi ha una patente solo per una motocicletta. Rischia di sbandare ad ogni curva, si ingolfa nelle accelerazioni, si spegne per mancanza di esperienza. Viene in mente questa metafora motoristica all’ennesimo braccio di ferro tra Roma e Bruxelles sui conti pubblici, nel mentre si perde tempo a limare l’ennesima manovra che non cambierà il volto del paese ma rimanderà la soluzione dei problemi al prossimo esecutivo.

Croci e delizie sono sul tavolo da decenni e si possono ormai riassumere così: siamo un paese ricco con uno stato povero che non sa più nemmeno quanto vale il suo patrimonio. Talmente agiato che la ricchezza privata ha raggiunto la quota incredibile di 10.000 miliardi di euro tra beni immobili e beni mobili, compresi i conti correnti e i sempre amati titoli di stato. Si tratta più o meno di quattro volte il mostruoso debito pubblico, che a questo punto tanto brutto e insormontabile non sembra, alimentando come di consueto l’idea che alla peggio un governo, giallo, verde, rosso o azzurro non importa, possa pensare di metterlo a posto con una bella patrimoniale. L’Italia è un paese ricco anche perché la sua bilancia dei pagamenti è in avanzo come quella commerciale, un dato che fa invidia anche agli Stati Uniti, la propensione al risparmio cresce e l’indebitamento privato, delle famiglie e delle imprese, è ben sotto la media europea e mondiale. Ciliegina sulla torta: l’export ha raggiunto un surplus di 448 miliardi di euro. Lo stato patrimoniale degli abitanti della penisola è dunque solido come una roccia.

I governi, compreso quello attuale guidato da Giuseppe Conte, dovrebbero quindi occuparsi del livello di depauperamento dell’amministrazione statale, che invece fa paura. Anche qui, sulla carta, tutti sanno da anni cosa fare. Il paese non cresce per l’altissima evasione fiscale, l’estenuante lunghezza dei processi (sette anni e mezzo per avere una sentenza definitiva) e il peso della burocrazia, morse che hanno mantenuto oggi il reddito pro capite ancora al livello del 1999, mentre i costi di produzione sono invece aumentati del 30% rispetto al 2001. Il tutto nell’illusione che un euro di spesa pubblica in più generi un euro di crescita aggiuntiva, quando tutti gli studi sostengono che si fermi alla metà, aumentando per il resto nuovo indebitamento. A far crescere del doppio il Pil è piuttosto il taglio delle tasse, che si annuncia sempre ma non si fa mai davvero con l’accetta che meriterebbe. Risultato dell’immobilismo e dell’inazione su questi vizi capitali: il debito pubblico è cresciuto di 500 miliardi di euro in termini assoluti dal 2001 e viene usato come un randello dalla Commissione Europea, dal Fmi e da tutti gli organismi internazionali per indurre l’Italia europeista di ieri e sovranista di oggi a mettere in linea la sua manovra sfora deficit.

Sicuramente l’Italia dovrebbe fare molto di più per ridurre l’indebitamento che alla lunga, con uno spread fisso a 300, diventerà il principale fattore di erosione di credito alle aziende, perché le banche dovranno ricapitalizzare. Come è altrettanto vero che tutte le ultime riforme, da Berlusconi a Renzi, passando per Gentiloni e infine per l’esecutivo gialloverde, non hanno inciso mai davvero sui nodi che bloccano la Ferrari.

Pensare però che una legge di bilancio che ha superi i fatidici parametri di Maastricht possa far finire il mondo è un esercizio di grande ipocrisia. A Bruxelles, dove si preparano alle prossime incertissime elezioni europee, sanno benissimo che se il deficit italiano raggiungerà anche il 3% del rapporto con il Pil forse non accadrà un bel nulla sui mercati, ma sarà piuttosto messa in crisi l’intera impalcatura contabile dell’Unione Europea, soprattutto se, dopo l’apertura della procedura d’infrazione il 13 novembre prossimo, nulla di catastrofico dovesse verificarsi sui listini azionari.

Assodato quindi che agitarsi, come in tanti fanno, a Roma e in quel del Belgio, non solo non conviene a nessuno ma forse è anche controproducente, occorrerebbe che a Palazzo Berlaymont e a Palazzo Chigi, si concentrassero sugli unici veri sovrani che oggi contano in Europa: i cittadini e il risparmio degli stessi. Il tempo rimasto è pochissimo in entrambe le capitali. Poi la Ferrari se la prenderà qualcun altro che non parla italiano.

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