Economia

Pensioni, come funzionerà (e cosa penso) di Quota 102. L’analisi di Cazzola

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quota 102

L’analisi di Giuliano Cazzola sulle ipotesi di Quota 102 per le pensioni

Da Alberto Brambilla e dalle elaborazioni di Itinerari previdenziali c’è sempre da imparare. Anche quando le proposte formulate non sono totalmente condivisibili, esse si basano su di una conoscenza approfondita della materia, sulla ricerca di una maggiore equità e sostenibilità (si tratta delle due facce della stessa medaglia) del sistema pensionistico.

In occasione di recenti articoli ed interviste, peraltro riprese da Start Magazine, Brambilla ha ipotizzato una soluzione per la fuoriuscita dal regime della sperimentalità (introdotta dal decreto n. 4 del 2019) riguardante sia quota 100 (che scade alla fine del 2021) sia il blocco (fino a tutto il 2026) dell’aggiornamento automatico dei requisiti contributivi occorrenti per il trattamento anticipato di anzianità a prescindere dall’età anagrafica.

Si tratta di affrontare un problema reale, perché non avrebbe senso (semmai ne ha avuto uno) aprire delle finestre di uscita, molto onerose per la finanza pubblica, per alcuni anni, (premiando così, senza alcun motivo specifico, alcune coorti di lavoratori), per ritornare – una volta rinchiuse queste uscite di sicurezza – alle regole della riforma Fornero.

Brambilla propone lo schema seguente: per scongiurare il rischio-scalone, alla fine del 2021, sarebbe necessario un pensionamento agevolato a 64 anni di età, con adeguamento alla speranza di vita e facendo valere 37/38 anni di contributi. Quindi: quota 101 o, più probabilmente, 102 con calcolo interamente “contributivo” come nel caso di Opzione Donna. Con un costo di circa 2,5 miliardi l’anno fino al 2028, che sarebbe significativamente inferiore a quello previsto per quota 100; inoltre sarebbero ammessi nel calcolo della anzianità, al massimo, due o tre anni di contribuzione figurativa; sarebbero poi istituiti dei fondi di solidarietà per anticipi fino a 5 anni. La proposta è rigorosa, quasi severa.

Rispetto al regime della sperimentazione, sarebbero introdotti sia il calcolo contributivo anche per i periodi sottoposti alle norme del retributivo; il requisito anagrafico (o anche quello contributivo?) crescerebbe in conseguenza dell’incremento della aspettativa di vita (come anche per la tipologia del trattamento di vecchiaia); vi sarebbe una limitazione della contribuzione figurativa, compensata da taluni benefici a favore della maternità. Un altro importante aspetto riguarda l’introduzione di un trattamento integrato al minimo anche nel sistema contributivo: questa sarebbe un’effettiva garanzia per le future generazioni, finanziata, se abbiamo ben compreso, da un fondo incrementato da lo stanziamento di 500 milioni l’anno.

Chi scrive è sempre stato convinto che fosse necessario, nel futuro, introdurre una pensione di base finanziata dal fisco, uno zoccolo su cui costruire il montante contributivo derivante dall’attività svolta. L’integrazione al minimo può rispondere ad esigenze analoghe ed è sicuramente una misura più selettiva (legata alla’’prova dei mezzi’’) e quindi meno onerosa.

Questo disegno, a mio avviso, contiene un eccesso di tutela. Io sono convinto che la questione più preoccupante sul piano della finanza pubblica, tra quelle incluse nel pacchetto del Conte 1, sia il congelamento fino a tutto il 2026 del requisito del pensionamento anticipato. Brambilla (non) lo risolve rendendolo strutturale. A suo avviso, bisognerebbe bloccare “l’anzianità contributiva a 42 anni e 10 mesi per i maschi e un anno in meno per le femmine, eliminando l’adeguamento alla speranza di vita”, con sconti contributivi per le madri pari a 8 mesi per ogni figlio, fino a un massimo di tre anni, e una riduzione di un quarto di anno per ogni anno lavorato prima dei 20 anni per i precoci.

Perché il blocco deve valere solo per questo istituto? Brambilla lo spiega sostenendo che altrimenti sarebbe come abolire il pensionamento di anzianità, un problema che dovrebbe – sostiene il presidente di Itinerari previdenziali – esaurirsi entro meno di dieci anni. È innegabile però che in questa operazione vi sia una particolare attenzione per le generazioni del baby boom, che hanno una storia lavorativa lunga e continuativa che consente loro di raggiungere quella soglia contributiva, invero elevata, ad un’età di poco superiore ai 60 anni.

Quanto alla flessibilità, nel dibattito, si dimentica spesso che la riforma Fornero ha già provveduto, legando la possibilità, per coloro che sono totalmente in regime contributivo, di andare in quiescenza ad una età (ora) di 64 anni con 20 anni di versamenti, a condizione che il trattamento liquidato garantisca una relativa adeguatezza (se si ritiene troppo elevato il parametro di 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale, non sarebbe impossibile rivederne il livello).

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