Economia

Pensioni, ecco i veri effetti di Quota 100. L’analisi di Cazzola

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L’analisi di Giuliano Cazzola sulla base di uno studio di Alberto Brambilla, fondatore e presidente del centro studi Itinerari Previdenziali, sui primi effetti di Quota 100 per le pensioni

Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, non ha fatto mancare il suo prezioso contributo in materia di pensioni e di politiche sociali anche nell’occasione di una crisi di governo, come quella in corso, di cui non si conoscono i termini del confronto su quei problemi di merito che di solito caratterizzano i programmi degli esecutivi. Lo ha fatto in un articolo comparso lunedì in Economia del Corriere della Sera che è divenuto subito un punto di riferimento (e di rinascita) del dibattito, per quanto riguarda sia i difetti (ora riscontrabili alla prova dei fatti) di quota 100 e delle altre misure varate – in conto Lega – dal governo giallo-verde, sia le possibili modifiche. Alle critiche avanzate fin dall’inizio, oggi si può aggiungere anche il mancato effetto di sostituzione attraversi il turn over anziani/giovani. Stime attendibili sostengono che, considerando tutti i regimi, solo il 37% di chi ha scelto la pensione anticipata è stato sostituito da un giovane under 30 anni.

Certo, ha pesato anche l’andamento dell’economia, ma, alla fine dei conti, queste misure non sono servite per aumentare l’occupazione ma per consentire alle imprese di adeguare gli organici alle nuove esigenze produttive senza dover porsi il problema degli esuberi. Per quanto riguarda invece il pubblico impiego (quota 100 è entrata in vigore dal 1° agosto, il 1° settembre nella scuola) il numero di domande presentate fa temere un pesante contraccolpo nei servizi, specie in settori delicati come la sanità, la giustizia e, appunto, la scuola. Nel suo articolo, poi, Brambilla espone i dati (che hanno sempre la ‘’testa dura’’) relativi alle domande presentate. A metà agosto erano circa 167mila per quota 100, 98mila per l’uscita a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e ad un anno in meno per le donne (il requisito ex Fornero bloccato nel 2018 rispetto all’aggancio all’attesa vita fino al 2026), 19mila per Opzione donna, 13mila per i c.d. precoci/quarantunisti, 11mila per Ape sociale.

Considerando le domande che non verranno accolte (dal 20% al 30% a seconda dei casi) a fine anno ci saranno 270mila trattamenti agevolati per un costo di oltre 4 miliardi nel 2019, che diventeranno 48 miliardi nel 2027: un importo – secondo Brambilla – difficilmente sostenibile. Sono pertanto necessarie delle modifiche anche perché il presidente di Itinerari previdenziali non ritiene opportuna l’abrogazione, tout court, di queste misure sperimentali, ma, a suo avviso, occorrerà trovare, per quando esse scadranno, soluzioni che siano stabili e flessibili. Lo scenario che Brambilla traccia è il seguente: 67 anni per la vecchiaia con almeno 20 anni di contributi (con adeguamento all’aspettativa di vita); innalzamento dei requisiti, per l’anticipo, a 64 anni (indicizzati all’attesa di vita) insieme a 37/38 di contributi, con l’inclusione di 2 anni di contribuzione figurativa (dal cui computo sarebbero escluse le tipologie più importanti); possibile sostituzione di quota 100, Ape sociale e Opzione donna con l’introduzione di fondi per l’esubero (previsti dalla legge, ma che scontano la difficoltà delle parti sociali nel darvi corso).

Fino a qui nulla da eccepire. Brambilla però propone di stabilizzare a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne) il pensionamento ordinario di anzianità. A mio avviso, una misura siffatta vanificherebbe l’innalzamento, da 62 a 64 anni, del requisito anagrafico sopra descritto, perché le generazioni di baby boomers pensionande, specie gli uomini, sarebbero in grado di far valere questo requisito contributivo (42 anni e 10 mesi) ben prima di aver raggiunto 64 anni (per giunta indicizzati) di età. Questo tipo di pensionamento continuerebbe a consentire, per un lungo periodo di tempo, l’esodo di coorti poco più che sessantenni, entrate presto nel mercato del lavoro.

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