Economia

Pensioni, ecco le ultime novità sulle controriforme giallo-verdi

di

pensioni poste

 L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola

Anche l’autorevole centro studi Prometeia ha preso indirettamente posizione contro i tentativi (sarebbe meglio usare il termine ‘’conati’’) di manomettere l’incerta stabilità del sistema pensionistico. Come altri osservatori in precedenza, Prometeia sostiene che – rebus sic stanti bus – i conti potrebbero peggiorare soprattutto per la debolezza della crescita economica (insieme con gli effetti collaterali a partire dai livelli di occupazione) che non garantisce tassi di incremento corrispondenti a quelli contenuti nel quadro macroeconomico dei prossimi anni.

Peraltro, come fa notare Prometeia, la crisi ha già tagliato del 25% le pensioni (sarebbe più corretto parlare del montante contributivo) interamente calcolate con il metodo Dini-Treu in conseguenza, appunto, della performance del pil nominale il cui andamento è alla base della rivalutazione del montante. Se tale tendenza dovesse proseguire anche in futuro le nuove generazioni subirebbero una diminuzione dei loro assegni nonostante il maggiore carico contributivo necessario per il pagamento delle pensioni in essere: carico aggravato dalle dissennate misure che – attraverso la politica delle quote e della pensione di cittadinanza – il governo giallo-verde si appresta a varare, intasando il sistema di pensionati non anziani che possono contare su di una lunga attesa di vita. Non a caso, allora, Prometeia raccomanda come misura virtuosa un allineamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita.

Benché si riveli sempre più una scelta sostanzialmente ideologica, la questione delle quote turba le menti insonni degli strateghi pentaleghisti. Le ultime novità riguardano l’idea di vietare per almeno 5 anni la possibilità di cumulare una pensione anticipata con un reddito da lavoro. In sostanza, il lavoratore potrebbe ritirarsi a 62 anni (se sommando i versamenti arrivasse al numero magico di 100) ma per svolgere un’altra attività dovrebbe attendere di avere 67 anni. Nel tempo, il legislatore ha osservato una linea ora limitativa ora autorizzativa della possibilità di cumulo.

Un’attenzione specifica è sempre stata rivolta al caso del pensionato di anzianità che intenda continuare a lavorare. In generale, tale facoltà è stata concessa limitatamente allo svolgimento di un’attività autonoma e a fronte di una qualche penalizzazione economica. Fino alla liberalizzazione deliberata nel 2008.

A decorrere dal 1° gennaio 2009, infatti, le pensioni di anzianità (solo quelle dirette) divennero totalmente cumulabili con i redditi da lavoro autonomo e dipendente. Si pervenne a questa decisione per combattere il lavoro sommerso, perché è molto difficile consentire ad una persona non anziana e in discreta salute di andare in quiescenza e pretendere che passi le sue giornate ai giardini pubblici con il cagnolino o al centro sociale a giocare a carte (anche se i media tv i pensionati li mostrano solo così).

Nella nuova proposta del governo traspare un delirio di dirigismo della vita delle persone: lo stesso, ad esempio, con il quale si vorrebbe imporre ai titolari del reddito di cittadinanza solo acquisti etici di prodotti italiani. Poi, di rincalzo è in discussione in Commissione Lavoro alla Camera il pdl D’Uva-Molinari sulle pensioni d’oro, nel quale si intende penalizzare sul piano economico coloro che – percependo un assegno di 4,5mila euro nette mensili – andranno in quiescenza, dal 2019, prima dell’età canonica di 67 anni. In sostanza, un pensionato Paperone potrà sfuggire alla caccia all’uomo, a cui è sottoposto in nome di una discutibile equità intrisa di pauperismo e di invidia sociale, se non si avvarrà delle quote e lascerà il lavoro a 67 anni.

Neppure Polonio, il cortigiano di Elsinore e padre della bella Ofelia, potrebbe scorgere un po’ di logica in tutta questa straripante follia. Gob bless Italy.

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