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Le contraddizioni fatali del Pd in materia di lavoro

Pd Lavoro

Negli ultimi vent’anni il Pd ha privilegiato il ruolo di partito di governo, perdendo però il contatto con il mondo del lavoro. L’analisi di Claudio Negro della Fondazione Kuliscioff

 

Ho apprezzato il Manifesto Laburista firmato da Bentivogli, Ichino, Leonardi, e molti altri per il Congresso Pd; ho provato anche qualche speranza, che però i fatti si sono rapidamente incaricati di cancellare. Decisivo è stato il messaggio che Bonaccini, che ritenevo il più (anzi l’unico) riformista tra i candidati segretari, ha portato ai lavoratori Fiat nella sua visita a Mirafiori: abolizione del Jobs Act e lotta al precariato aumentandone i costi; il tutto abbassando il costo del lavoro.

Una botta di fantasia che Bonaccini ha tirato fuori dal cilindro evidentemente per coprirsi dai suoi concorrenti più a sinistra, ma che non corrisponde al suo profilo politico e proprio per questo risulta inverosimile. Tuttavia questa concessione ai fan del conflitto illustra plasticamente il nocciolo della tortuosa vicenda del rapporto del Pd con il mondo del lavoro.

– Ascolta: Pregi e difetti di Bonaccini e Schlein. Parla il prof. Pasquino

A me sembra che nel corso degli ultimi 20 anni il Pd (o come si chiamava prima) abbia privilegiato il ruolo di partito che governa (giustamente) facendosi anche carico di tutta una serie di interventi mirati a sanare i conti pubblici, a ridar fiato all’economia dopo la grande crisi internazionale, a mettere in cantiere riforme per la modernizzazione del Paese; riuscendoci per la verità solo in parte.

LA PERDITA DI CONTATTO CON IL MONDO DEL LAVORO

Ma un effetto collaterale è stata la perdita di contatto con il mondo del lavoro, nel quale il Pd ha perduto i suoi terminali e sensori. Non che ciò, ovviamente, sia stato pianificato e voluto, ma nei fatti il Pd ha investito i suoi quadri in altre funzioni e delegato il rapporto coi lavoratori alla Cgil. Una Cgil nella quale peraltro il Pd non investe più da tempo, in nome di una malintesa autonomia del sindacato o più probabilmente perché considerato non prioritario rispetto a funzioni istituzionali e amministrative.

La Cgil che è venuta formandosi in questi anni, dopo la fine della Segreteria Lama, è un sindacato che si è fatto Partito assumendo gli umori e i malumori dei lavoratori, senza alcun filtro strategico, come linea politica, che a sua volta genera una strategia che non va al di là del rivendicazionismo e della conservazione delle tutele acquisite, della quale si appropriano prevedibilmente le forze populiste, di destra e di sinistra.

Ma quando il Pd, come logico, tenta di recuperare il rapporto con il mondo del lavoro, lo fa assumendo in toto la vulgata della Cgil: nessuna analisi che introduca elementi innovativi. Si fa la concorrenza ai populisti sul loro stesso terreno, attestandosi sulla difesa delle tutele tradizionali e rivendicando politiche ad esse ispirate. Nessuna proposta nuova, solo il ritorno ai “bei vecchi tempi”. Lenin in una simile situazione avrebbe detto che il Partito dovrebbe stare alla testa del Movimento, non contemplarne le terga.

RITORNO AL PASSATO

Ma questo è: il Pd pensa di recuperare il rapporto e la rappresentanza del mondo del lavoro promuovendo il ritorno al passato anziché indicare strade e soluzioni nuove.

Prendiamo la lacrimosa questione del precariato: in Italia i lavoratori con contratto a termine sono poco più del 16% del totale, del tutto in linea con i maggiori paesi europei. E non sono in aumento: nel 2022 sono, al contrario, aumentati i contratti stabili. Non solo: gran parte di quei contratti a termine, soprattutto quelli brevissimi, sono legati, come nota Andrea Garnero su LaVoce.it, a comparti in cui l’occasionalità è prodotta inevitabilmente dalla stessa natura della produzione: i lavoratori dello spettacolo (il 45 per cento degli assunti sono a tempo determinato), i tecnici della produzione tra cui fotografi e tecnici audio-video (il 35 per cento), i lavoratori del turismo, qualificati e non tra cui baristi, camerieri, cuochi (tra il 20 e il 25 per cento).

Ma il Pd preferisce lacrimare sui contratti precari proposti ai giovani anziché cercare di capire perché su quasi 1.500.000 giovani under 29 cercati dalle aziende nel 2022, per comparti quali commercio al dettaglio (42% delle entrate complessive), servizi informatici telecomunicazioni (41%), servizi avanzati alle imprese, servizi alle persone e turismo/ristorazione il 41% della domanda sia risultata inevasa (come del resto per il complesso della domanda).

Siamo un Paese in cui convivono un’alta domanda di lavoro con un’alta disoccupazione. Un paradosso che indica con chiarezza la strada per intervenire: istruzione, formazione, servizi al lavoro. Ma nei programmi dei candidati segretari del Pd la scuola viene citata solo per far riferimento alle rivendicazioni dei sindacati scuola: collocamento in ruolo dei precari, classi meno numerose per consentire più assunzioni, lotta all’autonomia scolastica e all’introduzione di criteri di merito per la determinazione della retribuzione degli insegnanti.

I servizi al lavoro sono relegati in secondo o terzo piano, delegati ai Centri per l’Impiego pubblici, per rimediare alla cui storica e conclamata inadeguatezza viene evocata un’ondata di assunzioni, che, come per i mitici navigator, servirà soltanto a creare occupazione nei CPI.

TUTTI GLI ERRORI SUL JOBS ACT

La geremiade sul Jobs Act poi è davvero una fatua concessione ai discorsi da bar: la riforma dell’art.18 è già stata smontata dall’attivismo barricadiero della Magistratura, Industria 4.0 è stata dichiarata estinta dai governi successivi all’oscurantismo di Renzi, le norme sui contratti a termine sono state democratizzate dall’insurrezionalista Decreto Dignità; resta soltanto l’estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti.

Il Pd offre al mondo del lavoro un ritorno indietro, ai conflitti di una volta, alle tutele di una volta. Che la digitalizzazione spazzi via tutta una serie di lavori e ne introduca di nuovi, buttando all’aria modelli di organizzazioni del lavoro, rapporti gerarchici, inquadramenti, pare non essere percepito come un tema urgente. Che la contrattazione aziendale diventi indispensabile per adeguare il salario del Ccnl ai livelli veri di costo della vita, e che su questa base si creino le condizioni per una partecipazione dei lavoratori alle scelte d’impresa, è un dettaglio neanche citato. E che questa sia la condizione per una crescita della produttività, che a sua volta fa crescere i salari (come dimostra il neonato “Cruscotto del Lavoro nella Metalmeccanica della Fim Cisl) poco interessa alla propaganda dei candidati segretari, che preferiscono la più facile lamentazione sui salari italiani fermi o addirittura in calo: forse perché approfondire la questione potrebbe portare a discutere dell’efficacia di un’azione sindacale che individua la controparte negoziale nel fisco e nello Stato anziché nel datore di lavoro.

E così, sulla scia del sindacato, anche il Partito preferisce i grandi temi etici, anziché lo scambio contrattuale in azienda: i giovani sono disoccupati o sottopagati? Garantiamogli la pensione (chi la paga?). Manca l’occupazione? La promuoviamo tagliando i contributi previdenziali per le assunzioni.

E in fondo è molto più agevole ed appagante presentare visioni palingenetiche piuttosto che fare lo sforzo di reinventarsi un sistema nuovo di Relazioni Industriali in luogo di quello novecentesco, che è asfittico ma confortevole.

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