Economia

Tutto il vero pensiero di Paolo Savona su euro, debito, Bce, tasse e spesa pubblica

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Una summa del pensiero dell’economista Paolo Savona, in ballo per il ministero dell’Economia nel governo in fieri tra Movimento 5 Stelle e Lega, su euro, criptomonete, ruolo della Bce, ristrutturazione del debito, riforma fiscale, funzioni del Tesoro e non solo… 

“All’Europa non si devono chiedere sconti, ma presentare piani precisi basati su coerenza di comportamenti rispetto alle reali condizioni di collocabilità del debito, chiedendo di eliminare le incertezze sul possesso di titoli pubblici da parte della Bce quando Draghi lascerà la presidenza e di varare un piano di riduzione e ristrutturazione del debito sotto controllo della Bce senza oneri per gli altri Paesi-membri”.

E’ una delle proposte più recenti auspicate da Paolo Savona in un suo scritto poco prima del voto del 4 marzo e pubblicato da Mf/Milano e da Start Magazine.

In queste ore si dipinge l’economista ed ex ministro come un pasdaran anti euro e anti establishment europeo. La biografia, il curriculum, le tesi e le proposte di Savona non vanno in quella direzione, anche se sulla pubblicistica gli scritti dell’economista sono stati interpretati come no euro.

Per rendere merito al pensiero di Savona, Start Magazine ripropone alcuni estratti dei suoi articoli più recenti.

QUI TUTTI GLI ARTICOLI DI PAOLO SAVONA SU START MAGAZINE

COME AFFRONTARE IL NODO DEBITO

All’Europa non si devono chiedere sconti, ma presentare piani precisi basati su coerenza di comportamenti rispetto alle reali condizioni di collocabilità del debito, chiedendo di eliminare le incertezze sul possesso di titoli pubblici da parte della Bce quando Draghi lascerà la presidenza e di varare un piano di riduzione e ristrutturazione del debito sotto controllo della Bce senza oneri per gli altri Paesi-membri; la risposta non può essere di dare vita a un Fondo monetario europeo meglio dotato che promette assistenza ma infligge ai Paesi deflazione nel caso di crisi di mercato del loro debito sovrano. (marzo 2018)

LA LACUNE DELLA BCE

La Grecia è un chiaro esempio. Né può esserlo il piano avanzato da 14 economisti francesi e tedeschi e rilanciato dal governo tedesco perché, come ha ben spiegato Wolfgang Münchau sul Financial Times, l’obbligatorietà della ristrutturazione del debito e la coassicurazione dei rischi ricorrendo ai derivati, aumenta la probabilità di una crisi voluta dal mercato, soprattutto se permangono i limiti nei poteri di intervento della Bce o sale al vertice dell’istituzione un falco della politica monetaria. L’Accademia italiana questa volta ha reagito per tempo e correttamente, anche se il problema delle lacune statutarie della Bce rispetto ai poteri goduti dalle principali banche centrali del mondo resta sottotono nelle sue analisi. (marzo 2018)

COSA PENSO DEL PIANO DI RIFORMA DELL’EUROZONA

L’esame dei contenuti del piano di riforma dell’eurozona induce a pensare che i tempi del Gattopardo non siano finiti: si deve cambiare affinché nulla cambi; infatti dietro l’annuncio di voler migliorare le politiche sociali ciò che viene prospettato cela un giro di vite in linea con quanto decise la vecchia Europa di Maastricht che ha creato crescenti insoddisfazioni e profondi mutamenti politici all’interno di tutti gli Stati membri: la stabilità fa ancora premio sullo sviluppo, le élite benestanti (imprenditori e rentier) si rafforzano rispetto ai gruppi sociali in difficoltà (disoccupati e ceto medio). (marzo 2018)

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I POTERI E I DOVERI DI DRAGHI A FRANCOFORTE

È stato dimostrato che la Bce ha strumenti per intervenire sul debito e altri sono conosciuti, purché la riforma dell’euroarea lo preveda (per inciso, andrebbe soddisfatta anche la necessità di dotare la Bce di poteri di intervento sul cambio affinché l’euro non resti in balia delle altre valute). Infine occorre domandarsi se corrisponda a un miglioramento delle politiche sociali ridurre i sostegni all’agricoltura e alle regioni arretrate come il nostro Mezzogiorno per destinarle alla difesa, alla sicurezza e all’immigrazione illecita. (febbraio 2018)

Il cittadino comune vedrà vanificati i benefici conseguiti attraverso gli aumenti di prezzo e le imprese i guadagni conseguiti con le innovazioni di processo e di prodotto. Il congiunto effetto delle asimmetrie concorrenziali interne ed esterni, del funzionamento del mercato globale centrato su grandi unità leader di prezzo, della libera fissazione del cambio da parte degli Stati o dell’iniziativa finanziaria privata, e della libertà di stabilimento delle unità produttive hanno impedito all’Italia di crescere e di distribuire equamente le risorse. (febbraio 2018)

CAPOSALDI PER UNA BUONA TASSAZIONE

Anche se attuate, le promesse di modificare la tassazione non cambierebbero questa situazione, mentre essa richiede d’essere corretta con provvedimenti strutturali che per essere realizzati devono ottenere il consenso dell’elettorato attraverso l’esplicitazione di una lucida analisi delle cause, che oggi manca. (febbraio 2018)

COSA FARE IN UNA LEGISLATURA SU TASSE E DINTORNI

Il primo passo verso la messa a punto di siffatta politica richiede lo svolgersi di un’intera legislatura che non tocchi nessuna forma di tassazione né in aumento, né in diminuzione per elaborare una riforma fiscale che tolga gli aspetti demenziali assunti nel tempo e semplifichi l’assolvimento passando a due sole tasse, una sul reddito e una sui consumi; le due aliquote andrebbero fissate sulla base dei servizi che la democrazia ritiene equo offrire a livello pubblico, tenendo conto dei vincoli di bilancio derivanti dalla natura del nostro modello di sviluppo che ha uno dei due motori nelle esportazioni (il secondo sono le costruzioni). (febbraio 2018)

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LA PROGRESSIVITA’ DELLE IMPOSTE

La progressività delle imposte sarebbe egualmente garantita, perché tra i redditi andrebbero inclusi anche quelli finanziari o di altra origine oggi sottoposti a una cedolare secca pari a circa la metà della pressione fiscale complessiva (quindi iniqua) e verrebbero tassati consumi che, come noto, dipendono dal livello del reddito disponibile e quindi danno un gettito crescente. Se invece si continua a spostare l’onere da una tassa a un’altra o si chiede di passare da un sussidio all’altro, la situazione non potrà che peggiorare. (febbraio 2018)

LA RIVOLUZIONE CULTURALE

I cittadini devono acquisire coscienza collettiva che andrà sempre peggio se si continuano ad aumentare tasse e sussidi in un ambiente dove i settori non esposti alla concorrenza prevalgono; tutti chiedono singole protezioni, ottenendo però che il loro futuro non può più essere garantito. Se desiderano veramente impedire che le imprese spostino all’estero la propria attività o richiedano e ottengano assistenza in nome dell’occupazione per sopravvivere all’interno, devono premere sulla politica per correggere le distorsioni alla concorrenza. Questa sarebbe la vera rivoluzione culturale, non le tante promesse di riduzione fiscale di cui si parla in questa campagna elettorale. (febbraio 2018)

LA BONTA’ DELLA CONCORRENZA

Se non si comprende che solo un mercato aperto alla concorrenza in tutti i settori garantisce una più equa distribuzione del reddito e si agisce di conseguenza per ottenerla in forme adatte, non si riuscirà mai a pervenire a una diversa condizione. Si deve partire dalla ricomposizione dell’economia tra settori esposti alla concorrenza interna ed estera e quelli non esposti; gli operatori dei primi, contrariamente a quelli dei secondi, non sono in condizione di fissare i prezzi dei propri prodotti o servizi, perché è la concorrenza a stabilirlo. (febbraio2018)

COSTI E PREZZI

Ciò significa che gli aumenti di costo – nella sequenza storica del nostro Paese dei salari, dell’energia e fiscali – possono essere trasferiti sui prezzi dai settori non esposti alla concorrenza, che in Italia sono una larga maggioranza, mentre incidono sui margini operativi lordi degli altri settori che non hanno questo potere. A queste condizioni, non si potrà mai attuare con successo non solo una politica distributiva, ma anche una politica economica volta alla crescita del PIL e dell’occupazione. (febbraio 2018)

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LE STILETTATE A PADOAN

Le riforme sono e devono essere, caro Ministro, e ben lo sai, processi lenti e continui per assorbire tossine accumulate nei decenni, dove le cure da cavallo non solo non possono essere praticate – e, infatti, non lo sono – ma possono entrare in conflitto con la realtà economica da affrontare. Come quella che deve essere affrontata, che richiede maggiore domanda interna, l’unico modello di sviluppo che può funzionare, e non maggiori esportazioni, come quelle che si auspicano. La percentuale di esportazioni è pari a circa un quinto del totale. Come è possibile affidare a esse il compito di trainare l’intera economia? Ciò non significa che una singola impresa esportatrice non possa aumentare la sua presenza all’estero se può, ma che la politica deve indirizzare il suo intervento verso l’aumento della domanda interna. (maggio 2015)

LA SPENDING REVIEW

Poiché la spending review richiede un consenso più generale e la riduzione delle tasse non è praticabile perché abbaiano i cani da guardia, non resta che riaccendere il motore dell’edilizia, che ha sempre ben funzionato. L’obiezione che le imprese edili hanno abusato di questo strumento macroeconomico non vale, perché l’abuso, quando c’è stato è stato permesso dagli organi dello Stato ed è da questi che si deve partire. Queste sono vere riforme urgenti coerenti con il modello di riferimento della nostra economia. (maggio 2015)

LE MIE PROPOSTE

So bene che l’obiezione consueta è l’esistenza del nostro debito pubblico, che paralizza le scelte perché si vuole che le paralizzino. Mi domando perché, approfittando dei bassi tassi e dell’abbondante liquidità, non si riprende in mano un’operazione straordinaria di allungamento del debito a condizioni vantaggiose per i titolari, ponendo a garanzia il patrimonio dello Stato, secondo le linee che tempo addietro su MF-Milano Finanza ho avanzato con Michele Fratianni e Antonio Rinaldi. So altrettanto bene che quando si parla di “usare” il patrimonio pubblico si raddrizzano i capelli di molti benpensanti, spero non i tuoi. Vogliamo disfarci di questo macigno che grava sul nostro futuro? Oppure esso è necessario così com’è per mantenere il controllo politico della situazione, come accadde con il governo Ciampi? Se il livello del debito funge nell’immediato da barriera protettiva contro le pressioni per maggiore spesa pubblica, nel più lungo andare – e già ci siamo – è un nodo scorsoio attorno al collo del Paese.

LE STILETTATE A DRAGHI

Nessuno, salvo il silenzio eloquente di Draghi, riconosce che con la svalutazione dell’euro è stato rilanciato il più classico e vecchio modello di sviluppo export-led, trainato dalle esportazioni. Credo che ciò valga soprattutto per l’Italia, soprattutto se si considera che la svalutazione è accompagnata da una politica monetaria fortemente espansiva, il contrario di quello che sarebbe accaduto con la vecchia lira affidata alle cure della Banca d’Italia. Le imprese esportatrici sono molto eccitate dal recupero del vecchio modello di sviluppo senza stretta monetaria che riguarda non più del 25% del PIL e un po’ meno dell’occupazione; ma il resto dipende dalla domanda interna che ristagna per l’inaudita restrizione creditizia/politica dell’attività di costruzione, l’altro motore storico dell’economia, che procede a ritmi inferiori della metà rispetto al livello di inizio crisi. A questa politica deflazionistica contribuisce anche la BCE perché si rifiuta di finanziare l’edilizia, come ha fatto invece con successo la Fed, per paura di bolle speculative, che sono solo nella fantasia delle nostre autorità e di quelle europee. (aprile 2015)

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L’EFFETTO ASSURDO PER L’ITALIA

L’effetto più assurdo di questa situazione è che l’Italia accumula risparmio in eccesso ai consumi interni e non lo può mobilitare perché la spesa esogena è bloccata dai vincoli europei sul bilancio pubblico e sul debito statale. L’indicatore più espressivo è il saldo di parte corrente della sua bilancia dei pagamenti, che ha raggiunto i 45 mld di euro, 3 punti di PIL, quelli che mancano alla crescita italiana. Né ci aiuta l’Europa che ha oltre 330 mld di risparmio in eccesso (guarda caso nei pressi dell’importo del Piano Juncker), interamente concentrato in Germania e Olanda, mentre registra oltre l’11% di disoccupazione. Un vero disastro, di cui c’è ben poco da menar vanto. Eppure si continua a sostenere che l’architettura europea paralizzante non conta nella crisi e che la colpa è dei paesi che non hanno fatto sufficienti riforme, Italia compresa, come noto abitata da spendaccioni. Poiché questi spendaccioni risparmiano, prima o dopo ci devono spiegare se sanno di che cosa parlano. (aprile 2015)

LE QUESTIONI POSTE DALLA CRIPROVALUTE

Le obiezioni da muovere all’attuale assetto istituzionale partono dall’esistenza di una contabilizzazione insicura perché penetrabile dagli hacker, che non è solo un problema di cybersecurity di cui si parla nei rapporti internazionali; un certo uso del blockchain non fa correre questo rischio. Seguono i metodi di gestione, che sono soggettivi e poco scientifici e, quindi, esposti al rischio di errori e di manipolazioni da parte dei manager, non facilmente documentabili in caso di crisi; né sono contratti equi, perché il rischio è corso dal risparmiatore e non dal gestore, che percepisce una commissione comunque vadano gli investimenti (anche nel caso in cui viene inciso il valore del principal, il capitale investito). (aprile 2018)

MONETE DIGITALI E ASSETTO ISTITUZIONALE

Un’obiezione ancora più rilevante è che l’attuale assetto normativo della moneta e del risparmio costringe la Finanza 4.0 a calarsi nei regolamenti della Finanza 3.0, appesantendone l’avvio e la gestione, e distorcendone gli effetti positivi. È ben noto che i regolatori si muovono sempre in ritardo rispetto all’emergere delle innovazioni: la crisi dei derivati che ha oppresso l’economia globale è una chiara testimonianza. Sta accadendo lo stesso per le innovazioni finanziarie, lasciando nuovo spazio agli abusi, come il caso delle Ico (Initial Coin Offering). (aprile 2018)

PROPOSTE PER UNA RIFORMA

Questa situazione può e deve essere affrontata:
1. passando dalla moneta puramente fiduciaria alla criptomoneta, ma gestita dalle autorità per evitare lo svuotamento delle funzioni di politica monetaria e il gonfiamento dei regolamenti di gestione esistenti, già abbastanza pesanti, per limitare lo sviluppo in mani private;
2. usando gli algoritmi per gestire il risparmio e valutare il merito di credito;
3. contabilizzando tutte le operazioni di pagamento e finanziarie, compresi i calcoli effettuati per concedere il credito, su blockchain protetti (non tutte le tecniche usate con questo nome lo sono) per offrire trasparenza e sicurezza, anche al fine di lasciare traccia nel caso di crisi;
4. rendendo i contratti più equi, per indurre migliori gestioni e ridurre i rischi corsi dai risparmiatori.
Se si prendessero queste decisioni il risultato sarebbe un generale miglioramento delle performance delle autorità di controllo, della credibilità degli intermediari e della protezione dei risparmiatori. Per fare ciò è però necessaria una profonda revisione della legislazione monetaria e finanziaria vigente che implica un cambiamento di orientamento del legislatore favorevole ai linguaggi e agli strumenti più avanzati disponibili. (aprile 2018)

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