Economia

Ops Intesa su Ubi, tutte le tensioni fra Bce e Antitrust

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Le diverse visioni di Bce-Banca d’Italia e Antitrust sull’Offerta lanciata da Intesa Sanpaolo e Ubi Banca: opportuna dialettica o riforma tremontiana desueta? L’analisi di Francis Walsingham

 

Le fusioni bancarie sono questioni articolate: le autorizzazioni delle autorità di vigilanza e controllo si basano su vari aspetti che, peraltro, possono mutare in ragione del quadro temporale e del contesto macroeconomico. L’offerta pubblica di scambio che Intesa Sanpaolo ha lanciato lo scorso 17 febbraio sul gruppo Ubi risponde alla volontà della prima banca italiana di rafforzarsi ulteriormente e crescere in Italia, anche per dar seguito a una precisa indicazione arrivata negli ultimi anni dalla Banca centrale europea: il presidente della commissione di vigilanza della Bce, Andrea Enria, chiede aggregazioni soprattutto per assicurare al settore bancario – a livello europeo – sempre maggiore stabilità: soggetti più grandi realizzano economie di scala, hanno una redditività maggiore, sono in grado di reggere meglio l’urto di shock sistemici. In ogni caso, è a Francoforte (e non più a Roma) che è stata spostata la regia del settore bancario, in un quadro che non è più soltanto nazionale. Enria assume decisioni e determina la politica bancaria sulla base di un quadro assai ampio: i singoli player locali sono valutati e confrontati con parametri sovranazionali.

La Bce ha il controllo diretto e totale sulle 17 grandi banche del nostro Paese che corrispondono, se prendiamo in considerazione come parametro i prestiti, ovvero l’attività principale di un istituto di credito, all’80% del mercato italiano (il restante 20% fa riferimento a istituti minori, vigilati dalla Banca d’Italia). Il ruolo della Bce, dunque, è enorme e venerdì scorso, in linea con i tempi stabiliti dalle norme nazionali e le regole europee, Enria ha autorizzato l’Ops di Intesa su Ubi. Il via libera era atteso e, a stretto giro, lunedì, anche Bankitalia, allineandosi, ha mostrato il semaforo verde per la parte di sua competenza, cioè alcune società controllate da Ubi.

Se le indiscrezioni saranno confermate, anche l’Ivass si esprimerà positivamente per quanto riguarda gli asset delle polizze assicurative che rientrano nel perimetro di questa operazione. E pure la Consob, salvo marginali rilievi tecnici, avrebbe già confezionato l’autorizzazione al prospetto finanziario, cioè il documento col quale la partita entrerà nel vivo: gli azionisti di Ubi dovranno decidere se diventare soci di Intesa oppure dire no, lasciando la terza banca italiana nel guado. In effetti, il carteggio di questi giorni riportato dalla stampa, fa emergere proprio una situazione di incertezza al vertice: che oggi rivendica, per tentare di ostacolare l’ops, di aver avuto contatti nel 2019 con Bper (ora partner di Intesa Sanpaolo) e altri istituti, salvo poi aver presentato al mercato un piano industriale stand alone. Piano col quale, di fatto, ha messo nero su bianco che non ha alcuna intenzione di crescere con aggregazioni.

Dicevamo delle autorità di vigilanza: quattro (Bce, Bankitalia, Consob e Ivass) si sono già espresse per il sì a Intesa oppure sono in procinto di pubblicare l’autorizzazione. Soltanto l’Antitrust, per ora, frena. E sul ruolo dell’Autorità garante della concorrenza occorre porsi qualche interrogativo. Anzitutto, vale la pena ricordare che l’Authority ha sfilato a Bankitalia il potere sulla concorrenza nel settore creditizio con la riforma del risparmio (legge 262/2005): un provvedimento, voluto dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che rappresentò uno schiaffo per Via Nazionale, istituzione travolta dallo scandalo dell’estate 2005 dei furbetti del quartierino, Bnl e Fiorani. A Tremonti non bastarono le dimissioni del governatore Antonio Fazio: volle, di fatto, punire Bankitalia, riducendone il raggio d’azione.

E qui c’è da chiedersi se sia stato opportuno aver frammentato i poteri nel settore bancario oppure se non sarebbe stato opportuno lasciare a un solo soggetto valutare, in maniera più ampia e organica, le operazioni di mercato. Valutazioni che possono mutare sulla base del quadro economico interno e internazionale. Lo stesso fattore concorrenza assume un peso diverso se pesato assieme allo scenario ampio di un settore, in cui sono rilevanti, per la stessa competitività del mercato, anche altri elementi, come la salute dei conti e solidi parametri di bilancio. Conta più la stabilità del settore e dei singoli gruppi, in una logica di lungo periodo, tenendo conto anche della salvaguardia dell’occupazione, oppure prevale la prospettiva immediata sugli effetti per i consumatori, peraltro tutti da decifrare?

Dopo l’intervento normativo che ha sdoppiato le funzioni di controllo sulla stabilità (lasciate a Bankitalia) e sulla concorrenza (conferite all’Antitrust), si può produrre il paradosso – come ha scritto l’editorialista Angelo De Mattia, già capo della segreteria particolare di Antonio Fazio in Banca d’Italia – per cui un’operazione può essere approvata per i profili della stabilità e dell’efficienza epperò bocciata per quelli della concorrenza, anche se l’efficienza è alimentata dalla concorrenza.

E poi c’è un aspetto politico: all’Italia giova il comportamento di un’autorità amministrativa contraria a un’operazione già avallata dalla Bce che sta pompando liquidità, anche nei nostri confini, e sta comprando Btp tenendo sotto controllo il debito pubblico italiano e lo spread?

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