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Obiettivi e rischi di una politica economica che spinge solo sulla domanda

Manovra

Il commento di Gianfranco Polillo sulla politica economica del governo Conte

Le regole europee si basano su un’infelice connubio. Da un lato la richiesta di stabilità finanziaria: bilanci pubblici in pareggio e progressiva riduzione del debito. Dall’altro la correzione degli eventuali squilibri macroeconomici. Con una prevalenza delle prime sulle seconde. Ma senza alcuna verifica preventiva della loro eventuale possibilità di coesistenza o del rischio di possibili corti circuiti, destinati ad alimentare comportamenti schizofrenici.

Le ragioni di questa distonia sono soprattutto politiche. Dalla nascita dell’euro, il pericolo maggiore è stato sempre quello di una finanza fin troppo allegra. Agli inizi degli anni 2000 fu la stessa Germania, in compagnia della Francia, a correre un simile pericolo. Tra il 2001 ed il 2005 il suo deficit di bilancio fu sempre superiore al 3 per cento. Addirittura del 4,2 per cento nel 2003. Ma il comportamento deviante non fu mai sanzionato. Saggia decisione. Proprio in quegli anni, infatti, l’economia tedesca iniziava a macinare quei continui avanzi nei conti con l’estero, che diverranno sempre più una caratteristica della sua struttura produttiva.

In base alle regole europee, la Germania era, fin da allora, fuori legge: sia per il deficit eccessivo sia causa del suo sottostante squilibrio macroeconomico, derivante dall’eccesso di esportazioni sulle importazioni, dovute alla carente crescita della domanda interna. Un’evidente assurdità. Divenuta ancora più clamorosa con la stretta imposta dal Fiscal Compact. Per risolvere lo squilibrio avrebbe dovuto, già allora, aumentare il deficit di bilancio, per dare maggiore impulso ai consumi. Ma quest’eventualità era preclusa dai vincoli (il 3 per cento) posti dalle regole di Maastricht. Contraddizione evidente, che si è risolta degradando il secondo termine dell’equazione. Vale a dire facendo prevalere la stabilità sullo sviluppo, anche a costo di accentuare, nel tempo (come avvenuto), gli squilibri macroeconomici.

A Paolo Savona va riconosciuto il grande merito di aver posto questo problema al centro della sua riflessione sull’Italia. Colmando una lacuna che risale fin dal 2013. Quando si manifestò, per la prima volta, un surplus consistente delle partite correnti della sua bilancia dei pagamenti. Poi divenuto strutturale. Argomento finito nel dimenticatoio nella strategia di politica economica dei precedenti Governi. E non solo. Ci saremmo aspettati, infatti, che la recente Nota di aggiornamento al Def, recasse i necessari approfondimenti. Ma siamo rimasti delusi. Evidentemente il peso della tradizione ha preso il sopravvento, rispetto alla necessaria innovazione. Peccato.

Ma individuare il problema, non basta. Sono poi necessarie le soluzioni. È, ad esempio, sufficiente aumentare il deficit, facendo principalmente ricorso ad una crescita della spesa corrente: salario di cittadinanza e pensioni? Ne dubitiamo. Se non cresce il potenziale produttivo del Paese, in grado di soddisfare la maggiore domanda di consumo, il rischio è quello di avere solo più deficit e quindi debito, ma non un corrispondente aumento del Pil. La maggiore domanda interna potrebbe, infatti, essere soddisfatta da una crescita delle importazioni, con un effetto netto nullo sul tasso di sviluppo tendenziale.

Ma non solo. Come opera, in questo caso, il fenomeno della retrodatazione? Se il mercato ritiene che, alla fine, i risultati saranno quelli paventati, richiederà tassi di interesse maggiori per finanziare, fin da ora, il rinnovo dei titoli di stato in scadenza. È quanto sta avvenendo, con le nuove emissioni sia a breve che a lungo. O con le dinamiche che si registrano sul mercato secondario. I cui effetti perversi sullo stato di salute del sistema bancario italiano sono noti: forti minusvalenze in borsa e riduzione del patrimonio di garanzia a causa delle perdite, in conto capitale, dell’ingente massa di titoli stato posseduti. Risultato? Una stretta sul credito verso famiglie ed imprese. Ed è allora che quell’ipotetico effetto nullo sul Pil, precedentemente ipotizzato, diventa problematico. Per tradursi, invece, in un’eventuale contrazione.

Per fare calcoli più precisi, occorrerà leggere il dispositivo di legge della manovra. Sperando di trovare in essa elementi di coerenza che, almeno al momento, non si vedono. Ma almeno un dato è certo. Se per rimettere in moto l’economia italiana bastasse solo pompare un po’ di liquidità in più nel sistema, avremmo trovato, finalmente, la pietra filosofale. Quella capace di risanare la corruzione della materia e trasformare in oro il vil metallo. Sogno di qualsiasi antico alchimista e di qualche moderno politico.

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