Non è (ancora) una “militarizzazione” (‘weaponization’) del capitale europeo contro Washington. Ma qualcosa si muove. E, soprattutto, qualcosa scricchiola. Mentre Donald Trump minaccia dazi, flirta con l’idea di mettere le mani sulla Groenlandia e poi fa parzialmente marcia indietro, alcuni grandi investitori istituzionali del Nord Europa hanno iniziato a ridurre l’esposizione verso gli Stati Uniti. In modo prudente e non coordinato. Ma non casuale.
A far suonare il primo campanello d’allarme sono stati due grandi fondi pensione nordici: AkademikerPension in Danimarca e Alecta in Svezia. Il primo, fondo da circa 25 miliardi di dollari che gestisce i risparmi pensionistici degli accademici danesi, ha deciso di disfarsi di circa 100 milioni di dollari in Treasury Usa. Il secondo, il più grande fondo pensione privato svedese, con 140 miliardi di dollari di asset in gestione, ha venduto tra l’80% e il 90% delle sue posizioni in titoli del Tesoro americano, pari a circa 7,7-8,8 miliardi di dollari.
Mosche bianche? Non proprio. Perché prima di loro avevano già ridotto l’esposizione agli Stati Uniti i danesi Pædagogernes Pension (circa 12 miliardi di dollari di asset) e Pfa Pension, il più grande fondo pensione del paese, con circa 132 miliardi di dollari in gestione. E perché, soprattutto, la motivazione addotta non è tattica, ma strategica.
Il rischio Usa sale, dicono i fondi
Il messaggio che arriva dal Nord Europa è sorprendentemente esplicito per standard da investitori istituzionali. Il rischio associato agli asset statunitensi – dollaro, Treasury, azioni – è aumentato. Non tanto per i fondamentali economici di breve periodo, quanto per l’imprevedibilità della politica americana.
“Abbiamo venduto titoli del Tesoro Usa e aumentato la copertura valutaria perché eravamo preoccupati dall’approccio unilaterale degli Stati Uniti alla politica commerciale e dalle ripetute sfide dell’amministrazione Trump all’indipendenza della banca centrale”, ha spiegato Tine Choi Danielsen, chief strategist di Pfa Pension, in un post aziendale citato dal Financial Times. “Continuiamo naturalmente a monitorare la situazione da vicino e siamo pronti ad adottare ulteriori misure se necessario”, ha avvertito.
Una linea simile emerge da altri investitori citati da Reuters. “Il premio per il rischio legato agli asset statunitensi ha continuato a salire», ha detto Annika Ekman, responsabile investimenti del fondo pensione finlandese Ilmarinen, che gestisce oltre 65 miliardi di euro. E Laura Wickstrom, Cio del fondo finlandese Veritas, ha sottolineato che “più cresce l’imprevedibilità, più l’ambiente diventa difficile”, soprattutto per il dollaro.
Non si tratta, formalmente, di una protesta politica. Anzi, i protagonisti tengono a precisarlo. “Non c’è alcuna militarizzazione del capitale. Non è compito del nostro settore”, ha chiarito Tom Vile Jensen, vicedirettore dell’associazione di categoria Insurance and Pensions Denmark. Ma il contesto politico è impossibile da ignorare.
Groenlandia, dazi e retromarce
La miccia è geopolitica. L’idea – poi ritrattata – di un possibile intervento statunitense sulla Groenlandia, territorio autonomo danese, ha riacceso in Europa il dibattito su come rispondere alle pressioni di Washington. Trump ha minacciato dazi contro Paesi europei “ostili” all’operazione, salvo poi fare un passo indietro, escludendo l’uso della forza e accantonando – almeno temporaneamente – la minaccia tariffaria.
Ma il danno reputazionale, sui mercati, era già fatto. Nel 2025 il dollaro si è indebolito di circa il 10% contro le principali valute. I rendimenti dei Treasury a 30 anni sono risaliti fino a quota 4,9%, livelli che non si vedevano dalla crisi finanziaria globale. Wall Street ha reagito con nervosismo: in una delle sedute peggiori degli ultimi mesi, martedì, il Nasdaq ha perso il 2,4%, l’S&P 500 il 2,1% e il Dow Jones l’1,8%.
In questo contesto, l’Europa – o almeno una sua parte – inizia a interrogarsi sulla dipendenza strutturale dai mercati finanziari americani.
Europa ricca, ma non “US big”
Secondo i calcoli del Financial Times, basati su dati Ocse e Fmi, solo alcuni sistemi pensionistici europei hanno dimensioni tali da poter incidere davvero sui mercati Usa. Regno Unito, Paesi Bassi e Svizzera spiccano, mentre gran parte delle pensioni pubbliche europee è ancora “unfunded”, cioè non sostenuta da grandi masse di capitale investito.
Nel complesso, però, l’Europa detiene circa 8.000 miliardi di dollari tra azioni e obbligazioni statunitensi, quasi il doppio di quanto posseduto dal resto del mondo messo insieme, secondo un’analisi citata da Reuters. Un potenziale “bazooka” finanziario che, però, nessuno sembra davvero intenzionato a usare in modo coordinato.
Ed è qui che il quadro si complica.
Non un esodo, ma crepe visibili
Perché, mentre i fondi nordici vendono, l’Europa nel suo complesso ha continuato a comprare Treasury Usa. Dati Citi mostrano che tra aprile e novembre 2025 l’80% degli acquisti esteri di titoli del Tesoro americano è arrivato dall’Europa, per un totale di 240 miliardi di euro su 301 miliardi di aumento complessivo delle detenzioni estere. Le posizioni straniere sui Treasury hanno toccato un massimo storico.
Insomma: niente “Sell America” generalizzato. Piuttosto, segnali selettivi. Avanguardie. Crepe che non fanno ancora crollare l’edificio, ma ne mettono in discussione la solidità futura.
Bessent minimizza (e si irrita)
Da Davos, il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha reagito con un misto di sarcasmo e irritazione. “L’investimento della Danimarca nei Treasury Usa, come la Danimarca stessa, è irrilevante”, ha dichiarato alla stampa. “I danesi vendono titoli del Tesoro da anni. Non mi preoccupa affatto”.
Poi l’attacco frontale agli analisti e alla stampa. “Questa idea che gli europei venderebbero asset americani viene da un solo analista di Deutsche Bank. I mezzi d’informazione che diffondono fake news, guidati dal Financial Times, l’hanno amplificata”, ha sbottato Bessent, aggiungendo che l’amministratore delegato di Deutsche Bank lo avrebbe chiamato per prendere le distanze da quell’analisi.
Parole che tradiscono nervosismo. Perché, se è vero che i flussi complessivi reggono, è altrettanto vero che il dibattito sull’affidabilità degli asset Usa si è aperto. E non è detto che si richiuda in fretta.
Un’Europa più autonoma, anche finanziariamente?
Forse c’è un filo rosso che lega Groenlandia, dazi, dollaro e pensioni nordiche: l’Europa sta cercando, lentamente e in ordine sparso, una maggiore autonomia strategica, anche sul piano finanziario. Senza proclami. Senza ritorsioni esplicite. Ma con decisioni di portafoglio che, sommate nel tempo, possono cambiare gli equilibri.
Per ora sono “mosse infinitesimali”, come scrive il Financial Times, rispetto a un mercato dei Treasury da 31.000 miliardi di dollari. Ma sono mosse reali. E soprattutto sono segnali politici travestiti da scelte tecniche.
Dazi o non dazi. Bazooka commerciale o meno. Qualcuno, in Europa, ha già iniziato a muoversi. E a Washington lo sanno.




