Economia

Mps, ecco perché Viola e Profumo (Leonardo) sono stati condannati

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Caso Mps: Viola e Profumo sono stati condannati a 6 anni di carcere e a pagare 1,5 milioni di euro di multa. Tutti i dettagli e la nota di Leonardo: non ci sono cause di decadenza per Profumo. Ecco perché

Tegola giudiziaria su Viola e Profumo per il loro passato in Mps. Ecco tutti i dettagli.

L’ex presidente del Monte di Paschi di Siena (Mps), e attuale amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo, è stato condannato a 6 anni di carcere nel processo sulle presunte irregolarità nella contabilizzazione dei bilanci nel periodo tra il 2012 e il primo semestre del 2015.

LA SENTENZA

Sei anni di reclusione, una multa da 2,5 milioni ciascuno, il risarcimento delle parti civili ammesse, l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e dalle cariche direttive nelle imprese per 2 anni. E’ la condanna che il Tribunale di Milano, seconda sezione penale presieduta dalla giudice Flores Tanga, ha inflitto agli ex vertici di Mps, Alessandro Profumo (allora presidente, ora numero uno di Leonardo, l’ex gruppo Finmeccanica) e Fabrizio Viola (allora amministratore delegato); tre anni e sei mesi per l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori.

IL COLLEGIO SINDACALE

Per l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori la pena è di 3 anni e 6 mesi.

L’ACCUSA

Nel giugno scorso l’accusa rappresentata dai pm Stefano Civardi, Mauro Clerici e Giordano Baggio avevano chiesto l’assoluzione.

MULTA E INTERDIZIONE

Viola e Profumo sono anche stati condannati a pagare 1,5 milioni di euro di multa e all’interdizione dei pubblici uffici.

IL SUCCO DELLA SENTENZA

“La condanna – sintetizza Repubblica – è per aver rappresentato i veicoli societari “Alexandria” e “Santorini” nei conti Mps come portafogli di titoli di Stato miliardari, mentre quei Btp erano solo a garanzia di derivati con cui Mps assicurava dal default dell’Italia le controparti Nomura e Deutsche Bank; il tutto con “scambio” tra i due tassi molto dannoso per Mps. Una pratica avviata dalla gestione di Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, per girare alle due banche d’affari perdite Mps del 2008: e che i manager giunti a rimpiazzarli, con il conforto di Consob e Bankitalia, non hanno ricontabilizzato, tenendo una mina nei conti della banca che mesi dopo (2016) chiedeva 5 miliardi in aumento di capitale ai soci. Quel denaro è stato bruciato presto, sull’altare delle perdite creditizie: e nei conti Mps giacciono 2 miliardi di euro di richieste danni – un quinto del totale – relative alla gestione Viola e Profumo (2012-2015), che con la sentenza di ieri potrebbero materializzarsi. Per la gioia delle 4 mila parti civili di risparmiatori, tra cui l’associazione “Buongoverno di Siena”; e lo sconforto del Tesoro, padrone con il 68% di una banca nazionalizzata tre anni fa e da mesi in cerca senza fortuna di compratori per onorare gli impegni presi con l’Ue”.

IL PROCESSO

La sentenza arriva dopo 22 udienze in primo grado, nelle quali l’accusa, condotta dai pm Mauro Clerici, Giordano Baggio e Stefano Civardi, ha sempre chiesto l’assoluzione per tutti i capi di imputazione, ossia false comunicazioni sociali e aggiotaggio. La Corte invece, questa sera – nell’aula appositamente predisposta alla Fiera Milano City – ha condannato i vertici dell’istituto per aggiotaggio relativamente ai bilanci dal 2012 al primo semestre 2015, e per la le false comunicazioni, con cui di fatto sarebbe stato manipolato il mercato, solo per l’ultimo semestre del 2015. Secondo i giudici, infatti, quest’ultimo reato e’ prescritto riguardo al 2012 (e’ intervenuta nel frattempo una legge che lo ha derubricato e ha riformato la pena) e non sussiste per le gestioni 2013-2014.

TUTTI I DETTAGLI

In sostanza la Corte ha inflitto la condanna solo per l’aggiotaggio, valutando che le informazioni sui bilanci dell’istituto di credito senese diffuse dalla banca durante quel periodo hanno tratto in inganno risparmiatori, azionisti e soci. In un processo parallelo, per le stesse vicende, era gia’ stato condannato a 7 anni e 6 mesi anche l’ex presidente Giuseppe Mussari, massima carica del Monte durante la gestione precedente. Al centro dell’intricata vicenda finanziaria e giudiziaria ci sono sempre state le operazioni Alexandria e Santorini sottoscritte da Mps con Deutsche Bank e Nomura durante la gestione Mussari. L’ipotesi accusatoria era che quei derivati sarebbero serviti a coprire la perdita di 2 miliardi di euro dovuta all’acquisto di Antonveneta. Con la sentenza di stasera, la Corte ha stabilito che non solo l’ex presidente Massari, ma anche Profumo e Viola hanno dato una falsa rappresentazione della situazione patrimoniale della banca, grazie alla contabilizzazione “a saldi aperti” dei derivati, mentre sarebbe stata corretta una contabilizzazione “a saldi chiusi”.

Mentre la procura dal canto suo voleva scagionarli sostenendo che “il nuovo management aveva anzi evidenziato le perdite e aveva pubblicato una nota integrativa per spiegare gli effetti sul bilancio di Mps di una eventuale contabilizzazione ‘a saldi chiusi'”. Per i pm Viola e Profumo, questa precisazione, avrebbe “svelato che le operazioni occultavano la perdita”. Gia’ in fase di indagine, nell’agosto 2016, la Procura aveva chiesto l’archiviazione, convinta dell’innocenza degli indagati.

E’ stato per la caparbietà di alcuni piccoli azionisti che il percorso processuale e’ andato avanti: opponendosi alla richiesta di archiviazione per le posizioni di Viola e Profumo, le parti civili erano riuscite ad ottenere dal gip di Milano, Livio Cristofano l’imputazione coatta (archiviate le posizioni di altri 8 indagati). I sostituti procuratori, davanti alla gup Alessandra Del Corvo, a quel punto, avevano dovuto procedere con la richiesta di rinvio a giudizio. Al termine del dibattimento, nella loro requisitoria, i magistrati avevano comunque confermato la loro impostazione chiedendo l’assoluzione.

“In questo processo, di fatto, l’accusa e’ stata portata avanti solo dalle parti civili”, ha rivendicato dopo la lettura del dispositivo l’avvocato Mauro Minestroni, che insieme al legale Emilio Falaschi, ha strenuamente cercato di arrivare al primo grado, ottenendo di fatto una sentenza che ritiene “storica” per i risparmiatori: “Siamo felici per la citta’ di Siena, che sta soffrendo e per tutti i risparmiatori italiani, perché la giustizia e’ arrivata. I cittadini hanno bisogno di credere che esista”, ha proseguito. Quindi ha ricordato il ruolo del procuratore generale Paolo Felice Isnardi che si e’ opposto all’iniziale richiesta di archiviazione, avocando il fascicolo e consentendo di andare all’udienza preliminare: “Questo processo non si sarebbe mai celebrato se non fosse stato per persone come lui, che credono nella giustizia”. Oltre 4mila le parti civili – tra cui l’associazione per il “Buon governo della città di Siena – non tutte ammesse ai risarcimenti. Fra loro anche una famiglia di Dairago, nel Varesotto, con una figlia disabile grave a carico, che aveva investito 800mila euro derivanti dai risarcimenti ottenuti per la malattia della ragazza e che ha visto andare in fumo tutti i risparmi. Dopo la sentenza di stasera i risarcimenti saranno cospicui, visto che la Corte ha disposto la liquidazione in solido da parte degli imputati e del responsabile civile, ossia la stessa banca. Rocca Salimbeni inoltre dovra’ pagare una multa da 800mila euro e le spese processuali.

LE REAZIONI

Dal canto suo la difesa dei top manager Profumo e Viola è già convinta di andare in Appello: “Una sentenza sbagliata – secondo l’avvocato Adriano Raffaelli – leggeremo con attenzione le motivazioni e ricorreremo. Abbiamo sempre creduto nel corretto operato dei nostri assistiti”. Fonti legali hanno comunque fatto sapere che la condanna, non essendo definitiva, non ha impatto sugli attuali incarichi di Profumo in Leonardo. Tra i grandi accusatori il consulente di parte civile ed ex banchiere Giuseppe Bivona, presente in aula: “Profumo e Viola hanno una responsabilità al quadrato. Questa vicenda e’ la Ustica della finanza”. “Mi chiedo – ha proseguito – come mai gli attuali vertici non si siano costituiti. La presidente Maria Patrizia Grieco batta un colpo per difendere gli interessi della banca”.

GRILLINI ALL’ATTACCO

«Profumo è innocente fino a sentenza definitiva e ha tutto il diritto di ricorrere in appello — attacca Alessandro Di Battista (M5s) —. Ma, per adesso, è un condannato in primo grado. Può, per opportunità politica, continuare a guidare un’azienda come Leonardo? Secondo me no. Ecco perché insistemmo mesi fa sul punto delle nomine». Il riferimento è all’aprile scorso, quando lo stesso Di Battista provò a far saltare la conferma di Claudio De Scalzi all’Eni, facendo leva sulle vicende giudiziarie a suo carico. «Ve lo avevamo detto», s’infiamma ora la senatrice Barbara Lezzi, tra le ribelli, chiedendo che le prossime nomine siano fatte collegialmente.

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LA NOTA DI LEONARDO

“In relazione alla condanna in primo grado di Alessandro Profumo relativa al precedente ruolo di Presidente di Mps, la società precisa che non sussistono cause di decadenza dalla carica di amministratore delegato di Leonardo ed esprime piena fiducia nella sua azione auspicando un percorso di continuità”, si legge in una nota di Leonardo.

L’ANALISI DEL CORRIERE DELLA SERA

Va considerato che la condanna è di primo grado ma anche che Leonardo non ha mai recepito nel proprio statuto la clausola etica prevista dalla direttiva Saccomanni del 2013, quella che dispone la non eleggibilità o decadenza dalla carica per coloro che hanno ricevuto un decreto di rinvio a giudizio o di condanna per alcuni reati, ricorda il Corriere della Sera: “Per lo stesso motivo Profumo fu ritenuto nominabile al suo primo mandato, nel 2017, quando sul manager pendeva in quel caso non una condanna ma un rinvio a giudizio per usura bancaria in Mps. In quell’occasione, l’allora ministro dell’Economia (azionista di Leonardo), Pier Carlo Padoan difese la nomina appellandosi a quel mancato recepimento della direttiva. Una spiegazione che non convinse quanti ritengono tuttora che lo statuto societario di una partecipata non può superare la direttiva del suo azionista”.

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