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Mps, ecco come Orcel (Unicredit) ha sbiancato il Tesoro

Orcel

Che cosa è successo fra Orcel di Unicredit e Rivera del ministero dell’Economia sul dossier Mps. Fatti, indiscrezioni e ricostruzioni

 

Ma Orcel voleva davvero comprare Mps o ha fatto solo una mossa visto che il Tesoro lo aveva pregato di studiare i conti del Monte?

E’ la domanda che si stanno ponendo da ore analisti e osservatori – e soprattutto i politici romani – dopo la trattativa sospesa fra ministero dell’Economia (azionista di controllo di Mps) e Unicredit.

LE DIVERSE RICOSTRUZIONI SU UNICREDIT-MPS

Secondo “i maligni” – ha scritto oggi La Verità – “Orcel non voleva Mps e non l’avrà”. Secondo alcune indiscrezioni, il nodo del contendere che ha fatto naufragare le trattative è stato lo scenario di un Tesoro che sarebbe diventato socio di Unicredit.

COSA HA SCRITTO E NON HA SCRITTO ORCEL DI UNICREDIT SU MPS

Di tutto questo, ovviamente, il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, ha detto nulla nella lettera recapitata ai dipendenti del gruppo bancario.  «Dopo essere stati contattati dal governo, ad agosto abbiamo incominciato la trattativa con grande spirito di apertura» per cogliere le sinergie che c’erano tra le due banche, ha scritto Orcel (e occhio alle parole “contattati dal governo”). Ma non solo: «L’abbiamo sempre vista come un’occasione per rafforzare il settore bancario di questo Paese, e al tempo stesso garantire un futuro brillante» a clienti e dipendenti di Mps.

LE MIRE DI UNICREDIT

Unicredit – ha aggiunto Orcel – si sarebbe rafforzata in Italia e avrebbe aumentato «la nostra base clienti, una parte fondamentale del nostro nuovo piano strategico» che sarà presentato a novembre dopo i conti trimestrali di giovedì per i quali sono attesi 838 milioni di utili netti.

LA LETTERA DI ORCEL SU MPS

Nella negoziazione, ha continuato Orcel «abbiamo mantenuto la parola data, spingendo sempre al massimo per portare a termine con successo l’operazione» ma non si sono create le condizioni economiche, cioè nessun impatto per Unicredit sul capitale e un aumento dell’utile per azione del 10%. Condizioni generose che però il Tesoro aveva accettato.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

A far naufragare le trattative sarebbe invece stata la divergenza di valutazione degli asset senesi. ha scritto il Sole 24 Ore: 1,3 miliardi era il fair value indicato da UniCredit, 3,6-4,8 miliardi la forchetta proposta dal Tesoro e dai suoi advisor. “Il divario tra le due metriche si sarebbe riflesso inevitabilmente nella quota che il Mef avrebbe avuto a cascata nel capitale di UniCredit: la partecipazione per il Tesoro doveva essere sostanzialmente tripla rispetto alle attese di UniCredit. Il punto è che per piazza Gae Aulenti solo a determinate valutazioni l’investimento avrebbe generato un rendimento compatibile con la promessa di creazione di valore (crescita del profitto per azione oltre il 10%) fatta al mercato. Da qua, la rottura”.

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