Economia

Mps, Carige e non solo. Cosa succede a banche e spread (e cosa combina il governo)

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I casi di Mps e Carige ancora all’attenzione dei mercati, il dossier spread e i piani del governo commentati da Gianfranco Polillo

Dopo la grande paura dei giorni passati, il piccolo rimbalzo in Borsa delle quotazioni dei titoli bancari ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Si temeva il peggio. Per fortuna così non è stato. Difficile dire se la tempesta sia definitivamente passata. L’emorragia sembra, tuttavia, essersi arrestata.

Restano i problemi di Monte dei Paschi di Siena (Mps) e di Carige, ma si tratta di situazioni specifiche che prescindono dal contesto generale. Anche se l’appesantimento del clima complessivo li rende ancora più problematici, al punto da far temere non tanto un contagio generalizzato, quanto l’inasprirsi delle eventuali turbolenze.

Gli spread sui titoli di Stato, a loro volta, sono scesi ieri sotto la soglia psicologica dei 300 punti base: a dimostrazione di quanto sia forte il gioco delle reciproche interferenze. Se i rendimenti sui bond di Stato salgono a causa di una rarefazione della domanda, le quotazioni dei bancari scendono. E se queste, a loro volta, producono minusvalenze, gli spread aumentano. In un continuo gioco a rimpiattino, che si snoda sulle debolezze programmatiche del governo giallo-verde.

Le cause di queste montagne russe sono note da tempo. Le spinte originarie provengono, in prevalenza, dai mercati esteri. Si calcola, infatti, che il volume degli asset finanziari internazionali sia un multiplo del Pil mondiale. In questo grande oceano, il mercato italiano non è più grande di uno sputo. Allo studio delle sue dinamiche interne, i grandi fondi esteri dedicano soltanto qualche minuto. E al minimo sentore di bruciato preferiscono vendere.

Circostanza che spiega i continui inviti di Mario Draghi ad abbassare i toni. Se, infatti, la politica e le relative polemiche fanno da cassa di risonanza, il meno che può capitare è quello di alimentare un’attenzione morbosa. Sorge allora il sospetto che qualcosa di insondabile stia succedendo in Italia. E, quindi, che sia meglio alleggerirsi. Se poi le frecciate polemiche da parte dei principali esponenti governativi sono rivolte, di volta in volta, contro la Commissione europea, la Banca d’Italia o le stesse agenzie di rating, la frittata è fatta. E le vendite dilagano.

Più che alimentare polemiche, sarebbe necessario dimostrare le buone ragioni che sono alla base delle scelte effettuate. Operazione non semplice. Che la “manovra del popolo”, nella migliore delle ipotesi, sia solo una scommessa, è fuori discussione. E forse lo stesso governo dovrebbe riconoscerlo, semmai giustificando il tutto con la necessità di far fronte ai perduranti squilibri macroeconomici che caratterizzano il nostro Paese. Comportandosi, invece, diversamente non fa altro che gettare benzina sul fuoco del sospetto.

Proprio in questi giorni due autorevoli economisti, ben conosciuti a livello internazionale (Olivier Blanchard e Jeromin Zettelmeyer), hanno cercato di spiegare le ragioni per cui è lecito dubitare del suo carattere espansivo. L’eccesso di spesa corrente, finanziata in deficit – questo lo schema di ragionamento – nonostante il suo moltiplicatore, comunque modesto, rischia di avere effetti collaterali negativi di maggiore entità. Se i mercati finanziari entrano in tensione e gli spread salgono, i titoli posseduti in gran quantità dalle banche e dalle assicurazioni, pari nel complesso a 6/700 miliardi si deprezzano, determinando perdite, sotto forma di minusvalenze, che alla fine dovranno essere contabilizzate.

Per evitare una forte caduta degli utili di fine anno, le banche si vedono, pertanto, costrette ad aumentare i tassi d’interesse a carico di famiglie ed imprese. Nello stesso tempo il loro rifinanziamento sui mercati internazionali, per ottenere la necessaria liquidità, diventa più difficile e costoso. Come mostra la caduta nell’emissione dei relativi bond. Si entra, così, nella spirale del credit crunk, che colpisce i settori produttivi. Ed, allora, investimenti in calo e stop della produzione.

Stessa cosa per i mutui. I relativi tassi di interesse sono resi più cari dallo spread sull’Euribor (il tasso di rifinanziamento delle banche), che rallentano la domanda da parte della clientela. Che, a sua volta si riflette negativamente su un mercato edilizio da tempo in forte difficolta. Difficile che, in queste condizioni, il prezzo degli immobili, già sotto di un buon 30 per cento rispetto agli anni che hanno preceduto la crisi, possa riprendersi. Ed ecco allora che il moltiplicatore di reddito della maggiore spesa corrente viene non solo annullato, ma surclassato dalla contrazione dell’economia reale e del comparto delle costruzioni.

Si spiegano, così, i timori per la tenuta del sistema bancario. La sua vitalità dipende dall’andamento del resto dell’economia. Se questa non riparte, dopo anni di stasi, e le complicazioni di natura finanziaria aumentano, la quadratura del cerchio diventa sempre più difficile. E genera allarme. Il governo ha fatto bene a cogliere l’imminenza del pericolo, molto meno a parlare di possibili interventi. Che è stato un po’ gridare precipitosamente “al lupo, al lupo”. Col rischio di alimentare ulteriori allarmismi.

Perché si sia scelta una strada così scivolosa ancora non è chiaro, ma il sospetto che Lega e 5 stelle non abbiano avuto la forza di rinunciare ai propri richiami identitari, con annunci contrapposti, è più che giustificato.

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