Economia

Rai, Mps, Cdp, Tim, Generali. Tutti i dossier caldi del prossimo governo (se ci sarà)

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sanzioni

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Ci si avvia alla formazione di un governo di garanzia o di tregua, in vista di nuove elezioni nei prossimi mesi? Con questo timing, ed ipotizzando la vittoria netta di una delle compagini, si arriverebbe alla formazione di un nuovo governo appena in tempo per rispettare le scadenze relative all’Aggiornamento del Def, che conterrà gli indirizzi programmatici lasciati in bianco nel documento appena varato dal governo Gentiloni, ed alla presentazione alle Camere del disegno di legge di bilancio entro il 20 ottobre. Sembra più arduo, ma non impossibile, ipotizzare un governo di tregua che abbia prospettive più lunghe, di un anno, per arrivare fino a primavera, accorpando nell’Election Day del 26 maggio le nuove elezioni politiche ed il rinnovo del Parlamento europeo. Sarebbe un governo assai debole, ma per questo assai ben controllato nelle sue decisioni.

L’Italia della Prima Repubblica ha conosciuto due volte la formazione di governi di garanzia elettorale: in questi casi, fu il Presidente del Senato Amintore Fanfani a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio, con questa specifica finalità. La prima volta, il governo restò in carica 246 giorni, dal dicembre 1083 all’agosto 1983. La seconda, appena 102 giorni, dall’aprile al luglio del 1987; e, per essere certi di provocare lo scioglimento e di andare alle elezioni, i democristiani si astennero sul voto di fiducia.

Se è impossibile, oggi, prevedere quale sarà il voto delle diverse forze politiche, di fronte ad un governo di garanzia elettorale è fuor di dubbio che questo dovrà comunque assumere scelte importanti, con impatti anche sul lungo periodo: su di esse, dovrà riferire anticipatamente in Parlamento per cercare il massimo della convergenza possibile, adottando la regola del massimo comun divisore. Sempre sperando che non ci siano nuove crisi in Medioriente, ci sono le scadenze internazionali già in calendario, a cominciare dal Consiglio europeo del prossimo giugno in cui si deciderà sul bilancio dell’Unione per il 2021-2027, con gli stanziamenti ridotti per via della Brexit, maggiori fondi per la difesa ed i migranti, a fronte di tagli all’agricoltura ed ai Fondi di Coesione. Sono questioni su cui un voto di indirizzo del Parlamento sarà indispensabile per orientare il governo, quale che esso sia, considerando che per approvare il quadro finanziario pluriennale dell’Unione è necessaria l’unanimità.

Ci sono poi le questioni di potere, le nomine innanzitutto. Chiunque vada a Palazzo Chigi, anche per un breve periodo, non potrà fare a meno di chiederà immediatamente una strisciata delle scadenze al Servizio per gli affari amministrativi e le vigilanze, che custodisce il sancta sanctorum: la banca dati delle “Nomine Governative” di competenza del Presidente del Consiglio. A questo ufficio spettano inoltre: la costituzione e modifica della composizione di Commissioni e Comitati istituiti con Dpcm; le nomine dei Presidenti e degli organi collegiali di amministrazione e controllo di enti, agenzie ed organismi pubblici e dei Commissari straordinari del Governo; la determinazione dei trattamenti indennitari dei Presidenti e degli Organi collegiali di amministrazione e controllo di enti, agenzie ed organismi pubblici e dei Commissari straordinari del Governo; l’esame delle relazioni della Corte dei conti al Parlamento sulla gestione dei conti pubblici e conseguenti interventi presso le amministrazioni vigilanti e gli enti interessati.

In pochi giorni, nei singoli ministeri, tutte le posizioni dirigenziali, non solo quelle apicali, saranno oggetto di scrutinio. In questo caso, ci sono 90 giorni di tempo dalla fiducia parlamentare per procedere al rinnovo o alla sostituzione. Benché sia stata dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale la disposizione che prevedeva comunque la decadenza dalle funzioni alla scadenza del termine, dovendosi privilegiare la continuità degli incarichi per assicurare il buon andamento dell’Amministrazione, ci sono troppe posizioni rilevanti dal punto di vista politico per lasciare tutti al loro posto: dalla gestione dei tavoli di crisi industriale al Ministero dello Sviluppo economico a quella dei rapporti con il sistema finanziario e bancario del Ministero dell’economia. Si va dalla procedura di cessione di Alitalia alla gestione del Monte dei Paschi di Siena, fino al rinnovo dei vertici della Sga a cui sono stati conferiti gli asset non performanti delle due banche venete: non si potrà solo attendere con le mani in mano, che il tempo passi fino all’arrivo del nuovo governo. Ogni incertezza, ogni ritardo su questi dossier sarà usato per fare polemica elettorale. Ci sono poi i cambiamenti azionari in corso su Tim e Generali, che non possono essere trascurati: nel primo caso, si è già mossa la Cassa depositi e prestiti, deliberando di acquisire fino al 5% del capitale, e si è riunito il Comitato per la valutazione del Golden power su Sparkle. Sono questioni su cui il grado di attenzione del governo dovrà essere altissima: in Parlamento non si faranno sconti, ed ogni occasione sarà buona per sollevare un vespaio. D’estate, e con un governo di minoranza, c’è da aspettarsi di tutto.

Al Ministero dell’economia ci sono le nomine più delicate: dal direttore generale del Tesoro ai vertici della Cassa depositi e prestiti, storica impresa-organo in perenne trasformazione. Ogni governo, negli scorsi anni, le ha attribuito compiti sempre nuovi: ha dato vita al Fondo strategico italiano e ad iniziative cofinanziate da fondi sovrani; ha fatto da cassaforte per la cessione di immobili ed asset industriali pubblici, con operazioni di privatizzazione solo contabili; ha sostenuto con grande successo l’export ed il processo di internazionalizzazione delle pmi; continua però ad essere il mantice che raccoglie una parte del risparmio attraverso la rete delle Poste italiane. È quindi un ircocervo: né banca pubblica di sviluppo, al servizio delle comunità locali e delle imprese, come la consorella tedesca KfW che fa sistema con l’enorme apparato di casse di risparmio pubbliche, né è la riedizione di una finanziaria industriale che investe sullo sviluppo di lungo periodo, sul modello che fu un tempo dell’Iri.

Ci sono poi le nomine che spettano al Parlamento. C’è da eleggere un giudice costituzionale, con una vacanza che dura ormai da più di un anno, per sostituire il dimissionario Giuseppe Frigo. È in corso il complesso procedimento che porta al rinnovo del Csm, con un inatteso rivolgimento nel tradizionale assetto delle varie componenti tradizionali dell’Anm. Il 9 aprile scorso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indetto le elezioni per il rinnovo dei sedici componenti togati del Consiglio, che si terranno l’8 ed il 9 luglio. Spetterà quindi ai presidenti delle Camere convocare il Parlamento in seduta comune per l’elezione degli otto componenti laici.

C’è in corso anche la procedura parlamentare per il rinnovo del Cda della Rai, il cui mandato scade in coincidenza con l’assemblea degli azionisti di fine giugno. Il nuovo organo sarà composto da sette consiglieri, rispetto ai nove attuali: due verranno eletti dalla Camera, due dal Senato ed altri due dal governo, per il tramite del ministero dell’Economia. Il settimo componente sarà cooptato. Per candidarsi occorrono tre anni di anzianità aziendale, almeno 150 firme a sostegno, ovvero la presentazione da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto di lavoro della Rai. Ci sarà poi da nominare il nuovo direttore generale, che ormai ha poteri autonomi, sanciti per legge: sarà designato dal Cda, d’intesa con l’Assemblea dei soci. Anche in questo caso, dunque, il ruolo del Ministro dell’economia sarà cruciale.

Governo di garanzia non significa un governo inerte, che congela ogni decisione, ogni nomina, ogni procedura, in attesa delle elezioni: sarebbe accusato di continuismo, e presterebbe il fianco alle critiche più feroci, alimentando così pur senza volerlo ogni forma di protesta. Dovrebbe, al contrario, sbloccare le grandi opere già finanziate dal Cipe, rimuovere le inadempienze sui costi standard, riattivare le gare per gli appalti di forniture nella sanità, vigilare sugli inopinati spostamenti di rotte da un aeroporto e l’altro, che danneggiano enormemente gli investimenti nel settore turistico e gli sforzi profusi dalle comunità locali. Dovrà essere capace, perché non ha ambizioni politiche proprie, di fornire immediatamente risposta al sindacato ispettivo parlamentare: non c’è modo migliore per rinsaldare la fiducia nella democrazia.

Siamo in una fase storica convulsa, in cui emergono tensioni e speranze, le più diverse: il compito di chi governa è di guidare i processi. In pochi mesi, probabilmente, avremo una classe politica radicalmente nuova: non per la mattanza degli arresti di Mani pulite, ma stavolta per via democratica.

Il potere si rigenera, senza sosta. Giovani rampanti e vecchi marpioni sono ancora una volta tutti lì, pronti ad afferrarne un brandello o a trattenerlo ancora. I volti di chi ha il potere in Italia, sono sempre gli stessi, ma forse no.

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