Economia

Ecco i veri motivi per cui l’export italiano regge

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L’analisi del macroeconomista Fedele De Novellis del centro studi Ref

Il recupero delle esportazioni italiane è un fenomeno importante. In un contesto di relativa debolezza della domanda interna esso rappresenta uno dei pochi fattori di sostegno alla crescita della nostra economia. Ci si chiede in che misura esso possa corrispondere a un recupero della posizione competitiva dell’economia italiana. È noto come nel corso degli ultimi anni la crescita del costo del lavoro in Italia abbia presentato un differenziale negativo rispetto ai partner europei. Tale differenziale appare peraltro destinato a protrarsi, alla luce dei recenti rinnovi dei contratti di lavoro in Germania, che paiono coerenti con una variazione mediamente pari a circa il 3.5 per cento nel biennio 2018-2019. Potremmo quindi cumulare una differenziale in termini di livelli relativi del costo del lavoro di circa il 4 per cento in un biennio. Si tratta di una differenza significativa. Nel grafico si mostra l’andamento del rapporto fra il costo del lavoro in Italia e in Germania negli ultimi venti anni; i dati si riferiscono al complesso del settore privato non agricolo. Per il biennio 2018-2019 si è ipotizzato un gap del 2 per cento all’anno.


Come si osserva, valendo questa ipotesi, i livelli relativi del costo del lavoro nei due paesi si sarebbero riportati sui valori prevalenti prima dell’avvio dell’euro, e il differenziale cumulato dall’Italia nella prima parte degli anni duemila sarebbe stato interamente recuperato. Va sottolineato che nel grafico si descrivono dei livelli relativi posto pari a 100 l’anno base; in termini assoluti il costo orario del lavoro in Italia è relativamente inferiore a quello tedesco, e tale differenziale è evidentemente destinato ad ampliarsi.


Ragionando in termini di competitività di sistema, l’evoluzione dei costi unitari pagati dall’industria italiana è però condizionata dal noto fenomeno della bassa crescita della produttività. Da questo punto di vista il divario cumulato nei confronti della Germania è ampio, non destinato a ridimensionarsi in tempi brevi. Per questo motivo, la posizione competitiva dal lato dei costi misurata in base all’andamento del costo del lavoro per unità di prodotto mette in luce un miglioramento ancora molto graduale. Le cose naturalmente vanno meglio se si passa dal confronto con la Germania alla comparazione con l’intero aggregato dei paesi dell’eurozona. In ogni caso, la perdita di competitività misurata dagli indicatori aggregati dei costi unitari sostenuti dalle imprese evidenzia sintomi di miglioramento modesti. Alcune conclusioni I dati degli ultimi due-tre anni hanno evidenziato un miglioramento della performance delle esportazioni italiane. Tale andamento non appare immediatamente riconducibile all’andamento degli indicatori di competitività tradizionali; difatti, nel confronto con gli altri paesi dell’eurozona si sta materializzando una progressiva riduzione del livello relativo del nostro costo del lavoro, ma l’andamento della produttività italiana resta ancora molto debole. Il rafforzamento potrebbe derivare allora dal fatto che la crisi ha determinato un processo di selezione delle nostre imprese, che ha lasciato in vita quelle più forti e in grado di competere a livello internazionale. È presumibile che per queste imprese la sfida della competitività si giochi in misura prevalente su elementi di competitività non di prezzo.

Nel breve periodo, sembrano esservi le condizioni per una fase ancora positiva delle esportazioni. Sulla base delle indagini congiunturali, le imprese manifatturiere segnalano un buon livello degli ordinativi dall’estero e aspettative di crescita della domanda estera. Non mancano comunque alcuni elementi di incertezza che potrebbero limitare la crescita nei prossimi trimestri. Un primo aspetto riguarda gli effetti del cambio dell’euro. Il rafforzamento dell’euro nel corso degli ultimi mesi è stato un evento in parte inatteso, considerando la divergenza fra i tassi d’interesse Usa ed europei. Anche l’orientamento espansivo della politica di bilancio americana avrebbe potuto sostenere il tasso di cambio del dollaro. Nonostante ciò la valuta Usa non è stata premiata dai mercati. L’euro in termini di cambio effettivo si è rafforzato, e questo potrebbe nuocere alle nostre esportazioni.
Inoltre, nel corso delle ultime settimane le politiche di adozione di barriere tariffarie, da tempo annunciate da Trump, sono tornate al centro dell’agenda della politica economica americana. Il tema del protezionismo diviene importante, soprattutto considerando il rischio di una fase di ritorsioni, con l’adozione di una serie di misure di carattere protezionistico da parte di diversi paesi. Infine, se è vero che l’economia mondiale è attraversata da una fase di crescita, restano le incognite relative alle tendenze dei prossimi trimestri, soprattutto in vista del processo di normalizzazione delle politiche monetarie.


In conclusione, un ciclo basato sulle esportazioni è per sua natura soggetto a tutte le accidentalità che caratterizzano la domanda internazionale. D’altra parte, il compito di trainare il paese fuori dalle secche non può che spettare al nucleo di imprese esportatrici più dinamiche, i risultati degli ultimi due-tre anni iniziano a essere incoraggianti.

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