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Mps, Unicredit e non solo. Ecco mosse e idee di Federico Freni, candidato (silurato) alla presidenza della Consob

Che cosa pensa di mercato, regole e finanza il sottosegretario Federico Freni che la Lega vuole alla presidenza della Consob. Estratto di un articolo di Stefano Feltri per Appunti

Visto che per ben due volte un esponente del governo in carica è passato alla Consob, è difficile che qualcuno possa contestare al governo Meloni di fare lo stesso, con l’indicazione del sottosegretario leghista Federico Freni come nuovo presidente per i prossimi sette anni.

La nomina sembrava già decisa e invece nel Consiglio dei ministri di martedì è stata rinviata, pare per l’opposizione di Forza Italia alla Lega.

Freni è di un’altra generazione rispetto a Savona – è nato nel 1980 – e ha un altro curriculum: Savona è un economista con un passato in Banca d’Italia, Confindustria, ministro del governo Ciampi nel 1993… Freni è un giurista, avvocato specializzato in diritto amministrativo, professore in un’università telematica, Pegaso.

Il punto più critico riguardo alla sua nomina alla Consob è che si è occupato di una delle norme più controverse di questi anni, il decreto Capitali, e che ha idee un po’ singolari per chi dovrebbe porsi a tutela dei risparmiatori.

Da sottosegretario del governo Meloni, Freni ha seguito il decreto Capitali che – come ha scritto di recente il Financial Times – è la misura alla base del più importante riassetto del settore finanziario negli ultimi decenni.

Il decreto Capitali – nel senso che è un decreto delegato imposto di fatto dal governo al Parlamento – aumenta i diritti di voto per gli azionisti di lungo periodo, proprio quello che serviva al finanziere Francesco Gaetano Caltagirone per pesare di più in Mediobanca e in Generali, visto che aumenta anche l’influenza degli azionisti storici sulla formazione dei nuovi consigli di amministrazione, visto che il cda uscente può presentare la lista per la propria successione.

Perfino la Consob di Savona, non proprio attivissima o aggressiva, in una audizione in Parlamento aveva segnalato il rischio che il decreto Capitali portasse a “deviazioni dalle regole del diritto europeo e dalle best practices attuate nei principali mercati comunitari”.

Da sottosegretario Freni ha poi difeso l’uso da parte del governo Meloni del cosiddetto golden power, una sorta di potere di veto con il quale ha bloccato la fusione tra Unicredit e Bpm, operazione che aveva un senso industriale ma che non piaceva alla Lega, il partito di Freni.

A fine 2024, il governo Meloni progettava un polo del risparmio italiano tra Bpm e Monte Paschi di Siena, all’epoca ancora con il ministero del Tesoro come primo azionista con oltre il 26 per cento, e quindi ha usato il golden power per fermare la scalata a Bpm da parte di Unicredit di Andrea Orcel.

Ora l’Italia è sotto procedura di infrazione europea per quell’uso disinvolto del Golden power difeso proprio da Freni che adesso deve andare ad assicurare il rispetto delle regole, anche europee, a tutela degli investitori.

Freni ha poi sempre difeso anche la scelta successiva del governo, cioè vendere il 15 per cento di Monte Paschi con una procedura irrituale, tramite la piccola Banca Akros, che ha avuto due soli beneficiari: Caltagirone e Delfin, la holding che raccoglie i capitali degli eredi di Leonardo Del Vecchio.

“Il governo non ha mai esercitato un ruolo di regista”, ha detto Freni qualche mese fa quando la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta proprio su questo, cioè sull’ipotesi di un patto occulto alle spalle dei piccoli azionisti delle banche coinvolte.

Quella vendita di quote di Mps è stata il primo passo della scalata – poi riuscita – di Caltagirone e Francesco Milleri (Delfin) a Mediobanca per conquistare Generali, con la fusione ostile tra Monte Paschi e Mediobanca come tappa intermedia.

Quindi il prossimo presidente di Consob (quasi designato) è al centro della più rilevante operazione finanziaria che ha coinvolto grandi società quotate in questi anni e che ha suscitato sospetti di irregolarità sia da parte della Commissione europea che della Procura di Milano. Non male come inizio.

Non è soltanto sfortuna, Freni è un teorico di un approccio alla finanza opposto a quello che ci si aspetterebbe da chi guida un’istituzione che come missione ha imporre il rispetto delle regole e tutelare il risparmio.

In un’audizione del 19 novembre 2025 in Senato, Freni ha presentato una sorta di manifesto ideologico del suo approccio alla finanza che è quantomeno originale.

Quando si parla di regole per il mercato finanziario a me viene sempre in mente un passaggio del Vangelo di Marco: è sabato mattina, Gesù sta camminando per un campo di grano con gli apostoli; a un certo punto, gli apostoli cominciano a raccogliere delle spighe di grano per mangiarle.

Qualcuno fa notare a Gesù che è sabato e che, quindi, nella tradizione ebraica non si può e non si deve fare alcuna attività, tantomeno raccogliere spighe di grano per cibarsene, e Gesù risponde: «ipocriti, ricordate che il sabato è per l’uomo e non è l’uomo per il sabato».

Allo stesso modo, il punto di partenza di questa riforma è stato proprio questo: le regole sono fatte per il mercato, non è il mercato che è fatto per le regole.

Se si vuole un mercato funzionante a livello europeo, in grado di competere su scala europea e mondiale, le regole devono essere pensate per il mercato e per la crescita del mercato, non è il mercato che si deve adattare alle regole esistenti, talvolta inadeguate ai tempi correnti.

Quindi, per il quasi nominato presidente Consob, sono le regole che si devono adeguare al mercato e non il mercato alle regole: il legislatore – e si suppone quindi anche il regolatore indipendente – deve adattarsi alle esigenze dei protagonisti del settore finanziario e non viceversa.

(Estratto da Appunti)

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