Economia

Mini Flat Tax, ecco i pro e i contro. L’analisi del commercialista Mandolesi

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Il progetto di legge Lega-M5S per una Flat tax light analizzato dal commercialista Giuliano Mandolesi

Accantonato il maxi progetto della FLAT TAX il Governo gialloverde sta velocemente passando al “piano B” virando su quella che viene proposta al pubblico come MINI FLAT TAX ma che sul piano pratico con la riforma fiscale a tassa piatta presentata in campagna elettorale ha poco a che fare.

Ciò che viene pubblicizzata infatti come MINI FLAT TAX o come avvio graduale della stessa, altro non è l’ampliamento del regime forfettario per imprese e professionisti introdotto in ultima battuta dal governo Renzi ma presente all’interno nel nostro ordinamento tributario con diversi nomi e sfaccettature da almeno un ventennio.

Rispetto l’attuale regime a fiscale a forfait, che prevede per professionisti ed imprese individuali con limiti di ricavi massimi tra i 30.000 ed i 50.000 euro a seconda dell’attività svolta una tassazione sostitutiva del 15% (5% per i primi 5 anni di attività), il progetto gialloverde prevede di aumentare il tetto massimo a 100.000 euro coinvolgendo altri circa 550.000 soggetti a partita iva oltre agli attuali 935.000 che attualmente utilizzano il regime agevolato.

Ma quali sono i pro e i contro della proposta?

CONTRO – I REDDITI DA LAVORO DIPENDENTE VENGONO (ULTERIORMENTE) DISCRIMINATI

Effetto distorsivo principale è che la stessa “quantità” di reddito, se percepita attraverso lavoro dipendente o lavoro autonomo/di impresa (a forfait), verrebbe tassata con modalità diametralmente opposte, una progressiva l’altra sostitutiva/piatta, generando una non trascurabile e forse ingiustificata differenza di carico fiscale.

Mentre infatti 100.000 euro erogati attraverso un contratto di lavoro dipendente sconterebbero una tassazione di € 36.170 più addizionali regionali e comunali, la stessa cifra realizzata da un professionista genererebbe imposte per 11.700 euro ed addirittura soli 3.900 euro in caso di nuova attività (con il 5%).

Di contro bisogna ribadire che questi regimi agevolati esistono da anni come esiste da anni questa “discriminazione” e l’ampliamento del regime forfettario andrebbe “solo” ad accentuarla.

CONTRO – EFFETTO TRASFORMAZIONE (LE FALSE PARTITE IVA)

La differenza di carico fiscale sopra indicata produrrebbe con tutta probabilità la trasformazione di posti di lavoro subordinati in improprie posizioni di lavoro autonomo (le false partite iva) per solo arbitraggio fiscale.

Anche in questo caso è dall’introduzione del regime dei minimi 2011 con tassazione al 5% del Governo Monti che ciò accade senza che nessun intervento sia mai stato strutturato per risolvere il problema.

PRO –  EFFETTO (DOPPIO) EMERSIONE

Probabile ma non quantificato effetto su addirittura due casistiche di soggetti è quello dell’emersione di base imponibile.

La prima casistica riguarda i molti contribuenti forfettari che nei mesi finali dell’anno con ricavi vicini alla soglia massima di competenza si barcamenano tra incassi posticipati all’anno venturo e la mala via del nero, tutto questo per non superare i limiti stabiliti e non perdere i benefici del regime.

Con l’aumento della soglia dei ricavi questo problema viene meno e di certo non si ripresenterà con la stessa entità sulla soglia maggiorata ai 100mila euro dal governo gialloverde visto che (aimè) i contribuenti italiani che guadagnano sopra quella cifra sono solo il 2,95% della popolazione irpef.

Il secondo fronte riguarderebbe i probabili 550.000 nuovi interessati, attualmente in regimi ordinari con tassazione progressiva.

Considerato che il 54,3% dell’evasione totale è riconducibile al mondo delle partite iva (comprese le società), ridurre il carico fiscale non può che portare ad un aumento (non quantificabile) di base imponibile dichiarata derivante dal comportamento conseguenziale di chi troverà più conveniente la regolarità fiscale rispetto a condotte illecite.

PRO – SI RIDUCE IL CARICO FISCALE SUL CETO MEDIO

I dati pubblicati dalla CORTE dei CONTI evidenziano come l’aliquota media effettiva per scaglioni IRPEF sulla fascia reddituale interessata dall’intervento gialloverde quella dai 30.000 a 100.000 euro sia il 21,4% tra i 28mila ed i 55mila euro, il 27,4% tra i 55mila ed i 75mila ed il 33,2% oltre i 75mila euro.

L’ampliamento dei forfettari porterebbe dunque un risparmio medio dal 6,4% al 18,2% a seconda dei profitti realizzati, percentuale di certo non trascurabile per contribuenti (seppur pochi) del ceto medio attualmente tartassati dal fisco.

PRO – SI SEMPLIFICA

Ampliare il regime forfettario significa permettere a molti professionisti ed imprese di abbandonare complessi ed onerosi obblighi fiscali/contabili e di mettere definitivamente in soffitta gli studi di settore (o gli indici ISA che verranno), strumenti di accertamento induttivi rivelatesi obsoleti e vessatori ed accantonati dalla stessa Agenzia delle Entrate poiché inefficaci e dagli incassi sempre più esigui.

CONTRO – EFFETTO NEGATIVO SULLE FORME AGGREGATIVE DI SVOLGIMENTO DELLE ATTIVITÀ

Effetto forse trascurabile vista la ridotta casistica, ma sicuramente degno di nota, derivato sempre dalla riduzione del carico fiscale sulle singole posizioni entro i 100mila euro è quello del disincentivo a svolgere le attività professionali o di impresa in forma aggregata perché vincolate all’irpef progressiva.

In poche parole associazioni professionali e società in nome collettivo sotto i 200 mila euro e con ridotti beni strumentali e costo del lavoro sotto i 15.000 euro (altri due vincoli richiesti dal regime forfettario) perderebbero di convenienza fiscale, ergo pagherebbero più tasse, rispetto all’utilizzo delle singole partite iva dei soci con regime forfettario e tassazione al 15%.

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