Economia

Chi (e perché) al Mef critica il cashback di Stato

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extra cashback di natale

Ecco le conclusioni dell’analisi di Enrico D’Elia, senior economist al Dipartimento delle Finanze del Mef (ma le opinioni non coinvolgono il Tesoro ), sul cashback di Stato

“A fronte dei suoi effetti regressivi, dei costi (quasi 5 miliardi in due anni) e delle criticità applicative, non è certo che il cashback avrà effetti significativi sul gettito, perché la relazione tra uso del contante ed evasione è piuttosto debole ed è anche incerta la direzione del nesso causale tra i due fenomeni. È poi probabile che le transazioni elettroniche crescano in settori già a bassa evasione, come la grande distribuzione organizzata che, secondo l’Istat, assorbe quasi la metà della spesa al dettaglio, piuttosto che in quelli critici”.

Così si conclude sul sito Lavoce.info l’analisi sul cashback di Stato scritta da Enrico D’Elia, senior economist al Dipartimento delle Finanze del Mef (ministero dell’Economia e delle Finanze).

“Le opinioni dell’autore non coinvolgono in alcun modo le istituzioni di appartenenza”, è scritto chiaramente alla fine dell’approfondimento di D’Elia, che in passato ha lavorato all’Isae, all’Eurostat, all’Istat, all’IPI e al Comune di Roma: “Ha pubblicato un centinaio di lavori su previsioni economiche, prezzi, distribuzione del reddito e comportamenti di famiglie e imprese. E’ tra i fondatori del Gruppo Federico Caffè”, si legge nel suo curriculum.

Pur tenendo conto della precisazione, le considerazioni dell’economista contengono critiche non secondarie al progetto in corso del governo.

Innanzitutto, secondo D’Elia c’è una questione di metodo: “La registrazione sulla app tuttofare IO di PagoPa e il rimborso posticipato sul conto corrente bancario sono inutilmente macchinosi, tanto è vero che alcuni gestori di strumenti di pagamento elettronici hanno già messo a disposizione sistemi più agili, che ovviamente richiedono la sottoscrizione dei rispettivi prodotti fintech. Forse sarebbe stato più semplice prevedere uno sconto contestuale al pagamento, lasciando ai gestori delle carte l’onere di regolare i conti coi propri clienti”.

Anche alcune modalità operative del cashback “appaiono discutibili”, secondo D’Elia: “Per prima cosa, quasi il 73 per cento delle famiglie già spende tramite le carte più del plafond previsto dal provvedimento (3 mila euro all’anno per ciascun maggiorenne, pari a una media di circa 5.900 euro a famiglia). Pertanto, la maggior parte potrebbe ricevere il massimo vantaggio anche senza intensificare l’uso delle carte. In queste condizioni, l’incentivo a comprimere l’uso del contante dipenderà più dal bonus mensile e da quello annuale che dal cashback ordinario. È invece improbabile che chi è privo di carte o attualmente le usa per un ammontare inferiore al plafond possa effettivamente raggiungerlo, perché la maggior parte di loro non può spendere quelle cifre. In media, le famiglie del quinto più povero dovrebbero infatti aumentare la loro spesa con carte di quasi il 40 per cento, mentre quelle più abbienti solo dell’1 per cento”.

C’è infine una questione di merito. Secondo l’economista, “è probabile che la misura accentuerà la sperequazione tra i redditi, favorendo le famiglie più ricche, con una propensione al consumo presumibilmente più bassa, determinando un effetto moltiplicativo sul Pil abbastanza modesto. Se tutte le famiglie ottenessero il massimo bonus compatibile con le loro abitudini e capacità di spesa, l’indice di disuguaglianza di Gini calcolato sul campione della Banca d’Italia salirebbe dal 35,21 al 35,43 per cento”.

La sintesi de Lavoce.info dell’analisi di D’Elia? “Il cashback di stato avvantaggerà soprattutto le famiglie a reddito medio-alto, residenti al Nord e nelle grandi città. Cioè quelle che già utilizzano carte e bancomat. Plafond più alto e procedure affidate ai gestori avrebbero dato risultati migliori”.

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