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Mario Monti sul Patto di stabilità Ue: abiura e conversione con tante amnesie e zero mea culpa

Che cosa dice e che cosa non dice l'ex commissario europeo ed ex presidente del Consiglio, Mario Monti, su Patto di stabilità Ue vecchio e nuovo. Il commento di Giuseppe Liturri

Fermi tutti. Domenica 10 dicembre il senatore a vita Mario Monti è andato in scena sulle pagine del Corriere della Sera nelle vesti del novello San Paolo fulminato sulla via di Damasco. Sì, lo stesso Monti che non esitò a imporre 11 anni fa degli avanzi primari di bilancio che innescarono quasi tre anni di recessione e crescita zero, con il debito/PIL in salita dal 120% del 2011 al 133% del 2013.

Come San Paolo, che partì per Damasco per perseguitare i cristiani e tornò battezzato, anche Monti pare non credere più nelle virtù del Patto di Stabilità e ritiene sia meglio tornare “al tavolo di progettazione della Commissione”.

Qui non si tratta solo di conversione, ma di abiura prima e conversione poi.

L’abiura sta nel riconoscimento che nel 1997 il Patto – “un grezzo documento scritto con l’accetta senza il quale l’euro probabilmente non sarebbe mai nato” – fu necessario per rassicurare tedeschi e olandesi e altri Paesi a valuta forte, pieni di sospetti verso i Paesi del sud. È confortante sapere, dopo 26 anni, che l’eurozona, per nascere, ha dovuto munirsi di uno strumento di tale scadente qualità. Per rassicurare i forti e incatenare i deboli. Qualcosa di aberrante, prima sotto il profilo logico e poi economico.

Ma l’abiura di Monti si spinge oltre. Infatti apprendiamo – quale grande novità! – che “il vecchio Patto era certamente troppo parco nel dare spazio agli investimenti pubblici, con conseguenze che hanno pesato a lungo sulla crescita e sull’ammodernamento strutturale delle economie europee”. Anche in questo caso, non sappiamo se essere più contenti per l’ammissione postuma o più arrabbiati per aver subito inermi quasi dieci anni di crescita asfittica per colpa di regole che anche uno studente al primo anno di economia avrebbe riconosciuto come recessive. Non ancora soddisfatto, Monti ci regala anche l’ammissione che “la nuova versione non è in questo molto diversa… un corsetto d’acciaio della Germania sull’Europa”.

Inoltre, il nuovo Patto, secondo Monti, ha il difetto di risentire ancora troppo dell’influenza della Germania e poco della auspicabile iniziativa di Italia e Francia. Infatti, questi due Paesi avrebbero dovuto “spingere la Germania ad adempiere sistematicamente al ruolo di sostegno macroeconomico per l’Europa”, chiedendo una procedura per gli squilibri macroeconomici più “vigorosa”. Parole anche queste alla portata di un qualsiasi studente di economia alle prime armi, su cui solo alcuni coraggiosi economisti hanno scritto ormai anni fa. Ora finalmente è arrivato anche Monti a dire certe cose, che sapeva anche prima, ovviamente.

Ma nemmeno questo gli basta. È diventato un così fervente nemico dell’austerità espansiva che ritiene si “dovrebbe mettere forte pressione si di loro (il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il suo ministro delle finanze Christian Lindner) per convincerli che la Germania in primo luogo, e con essa tutta l’Europa, non possono avere una crescita adeguata finché nel loro Paese si mantiene lo Schuldenbremse, freno sul debito, come regola costituzionale (che peraltro ora hanno eluso), invece di qualcosa di simile a una golden rule che era nella Costituzione tedesca nei decenni del miracolo economico. E così come politica europea.”

Dobbiamo confessare che qui siamo oltre le più rosee aspettative: Monti confessa che l’austerità di bilancio pubblico deprime la crescita. Ma ormai è un crescendo rossiniano. Due righe dopo considera il nuovo Patto incomprensibile dai cittadini (“una litania in gotico”) che invece avevano ben chiara, nella sua rozza semplicità, la logica del vecchio Patto. Cittadini che “considererebbero un po’ folle l’Europa” che, circondata da Putin, Erdogan e Xi Jinping, si mette a guardare con preoccupazione ad “un’infrastruttura digitale di 1 miliardo effettuata a debito da uno Stato membro”. Peccato che l’Italia, in ossequio a quelle regole, è stata costretta a tagliare (o definanziare la crescita prevista) la sanità all’inizio dello scorso decennio. Magari si fosse trattato solo del “digitale”.

Per poi giungere al finale col botto. Nel caso non dovesse esserci un accordo sulla riforma del Patto di Stabilità, anziché cercare il consenso di tutti ad ogni costo, tornare al “tavolo di progettazione” e “mettersi a ragionare con la Germania”.

Ponendole una domanda retorica: conviene più un’Europa con “bilanci certo disciplinati, ma disciplinati con efficaci strumenti contemporanei che la preparino alle sfide di domani” anziché ispirati da logiche di 26 anni fa che non esistono più (e non esistevano nemmeno allora, aggiungiamo noi)?

La domanda è retorica perché sentiamo già rimbombare forte e chiaro il “Nein!” della Germania, che non ha grandi precedenti storici in cui ha cambiato la rotta di fronte alla catastrofe.

Quello che Monti però non si azzarda nemmeno ad ipotizzare è cosa dovremmo fare noi se la Germania dicesse di no. Ma è la madre di tutte le risposte, che lui e tanti altri evitano come la peste. Oppure conoscono la risposta ed aspettano soltanto che la Storia faccia il suo corso.

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