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Ccnl Distribuzione Moderna

L’inflazione fa bene o male ai bilanci della Grande distribuzione?

Gli effetti dell'inflazione sulla Grande distribuzione italiana e non spiegati nell’approfondimento di Mario Sassi, autore del Blog_notes sul lavoro

 

La reazione dura della Grande Distribuzione italiana contraria alle richieste di aumento arrivate già verso la fine del 2021 da parte dell’industria è andata ben oltre le normali dinamiche tra fornitori e buyer. Ha coinvolto i diversi leader delle insegne e dell’industria di marca. La preoccupazione vera in GDO non era solo quella di essere additati come la causa principale del “caro carrello”. I più attenti avevano compreso che una volta accettata la spirale degli aumenti le dinamiche che ne sarebbero seguite sarebbero state difficilmente controllabili. Soprattutto impossibili da recuperare in corso d’anno. Purtroppo sta andando così.

Il rientro dei costi delle materie prime non ha effetti immediati sul carrello della spesa e i fornitori si dimostrano poco disponibili a rinegoziare i contratti firmati in corso d’anno in un contesto economico così fluido. Questo provoca effetti collaterali tra le insegne e tra i diversi formati e accentua le situazioni di crisi in atto in molti punti vendita. Resta la necessità di governare una fase che rischia di protrarsi nel tempo erodendo la fiducia dei consumatori e sul tavolo un CCNL da rinnovare.

I fatturati spinti dall’inflazione propongono ad una lettura superficiale un settore in salute, i margini e i volumi del venduto suggerirebbero maggiore cautela nelle analisi. Si rischia la media del pollo di Trilussa. Alcuni segnali andrebbero colti con maggiore attenzione. Penso alla chiusura di punti vendita, alla deregulation sul costo del lavoro con l’adozione di contratti di lavoro locali, ai continui passaggi di mano di punti vendita di medio grandi dimensioni, la loro terziarizzazione e l’attenzione al contenuto del carrello della spesa da parte dei consumatori. La situazione economica presenta incertezze di contesto e forse sarebbe utile cercare di comprendere cosa sta avvenendo altrove dove la GDO è entrata in una situazione di affanno e difficoltà complessiva come in Belgio.

Le principali insegne del Paese vanno dai 500 milioni di euro circa di Intermarché agli 8 miliardi di Colruyt passando dagli oltre i 5 miliardi di Delhaize, i 4,5 di Carrefour, i 3 di Aldi e i 2 miliardi di LIDL, più, ovviamente, molti piccoli e medi operatori locali). Secondo un recente studio condotto dalla rivista commerciale Gondola e dalla società Graydon Creditsafe (esperti di analisi del mercato belga) un supermercato su sei in Belgio sta affrontando problemi strutturali. Ciò equivale a circa il 16,2% del mercato, o circa 576 negozi in totale. Le cause sarebbero da ricercare nella crisi energetica, i costi di gestione, l’alta inflazione e la forte concorrenza tra insegne. I margini sono scesi ai minimi storici.

Eric Van Den Broele di Graydon Creditsafe ha dichiarato: “Molti hanno esaurito le loro capacità di risposta e rischiano di non avere risorse per affrontare possibili nuovi shock”. Ahold Delhaize una realtà connotata da una forte proiezione internazionale intende convertire 128 punti vendita in negozi Delhaize affiliati indipendenti.

Le motivazioni dal loro sito: “I consumatori attribuiscono sempre più importanza al loro potere d’acquisto, alla flessibilità negli orari di apertura, alla prossimità, alla digitalizzazione e alla sostenibilità. Questo è comprensibile e Delhaize vuole rispondere nel miglior modo possibile. Questo è il motivo per cui vogliamo optare per un funzionamento indipendente dei nostri negozi che verranno affidati ad imprenditori locali che conoscono a fondo la propria regione, possono gestire in modo flessibile i giorni e gli orari di apertura e reagire rapidamente alle tendenze del mercato. Questa scelta di lavorare con operatori indipendenti è l’unica opzione per continuare a investire in un futuro sostenibile per offrirti come cliente ciò che ti aspetti da noi”.

Una tendenza deregolatoria in atto non solo in Belgio. “Il trasferimento di negozi agli indipendenti può essere comprensibile, ma sposta solo il problema”, ha aggiunto Van Den Broele. “Due scenari sono possibili: o avremo molti rischi di fallimento nel prossimo periodo, o ci saranno più acquisizioni e avrai grandi giocatori che assorbiranno i più piccoli”. Mentre da noi l’aumento dei prezzi viene “aggirato” attraverso il cosiddetto nomadismo di insegna alla ricerca di sconti e promozioni la Federazione belga dell’industria alimentare (Fevia) ha notato che tre belgi su dieci nel 2022 hanno attraversato il confine per fare la spesa, in media una volta ogni sei settimane, con conseguente perdita di 543 milioni di euro di entrate per i supermercati belgi e altri punti vendita al dettaglio.

La Francia è stata la destinazione più popolare, con il 58% degli acquisti effettuati lì, seguita dai Paesi Bassi (22%), dalla Germania e dal Lussemburgo (entrambi il 20%). Tra ottobre e dicembre 2022, la spesa degli acquirenti belgi nei paesi vicini è aumentata del 36%, poiché i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati drasticamente nel loro mercato interno. Gli acquisti transfrontalieri potrebbero continuare ad aumentare nel 2023, poiché i prezzi stanno crescendo a un ritmo più lento in Francia rispetto al Belgio, ha detto il rappresentante di Fevia.

La spinta lì come altrove è di provare a governare il fenomeno rendendolo più elastico. Sul versante dei costi flessibilizzando affitti e contratti con i fornitori, intervenendo sul costo del lavoro attraverso il passaggio a terzi e chiedendo al Governo di individuare iniziative per calmierare la situazione. C’è chi ha calcolato che il solo aumento previsto dell’IVA su tutti i prodotti alimentari e le bevande analcoliche dal 6% al 9% comporterebbe quasi 8.500 perdite di posti di lavoro in cinque anni. In Belgio come altrove c’è stato un allentamento dell’inflazione complessiva negli ultimi mesi, scendendo al 6,62% nel febbraio 2023, l’inflazione alimentare continua a rimanere a un livello elevato, attestandosi al 16,12%. Il calo dei volumi (il più alto d’Europa) è stato dell’8,9% del volume totale del commercio al dettaglio. Analogie e differenze che troviamo anche da noi.

Da noi il livello di concorrenza tra insegne è tale che si preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto sperando che a soccombere sia il vicino. Ma questo favorisce solo i più forti. Io credo che il fenomeno andrebbe circoscritto e guidato. Servirebbe lavorare su panieri di primo prezzo già oggi esistenti nelle insegne più sensibili mirati per fasce di reddito, sull’IVA di determinati prodotti alimentari e non, sulla sospensione anche temporale dei contributi legati al rinnovo del prossimo CCNL. Sulla flessibilizzazione temporanea di ciò che è concordato tra industria e distribuzione per tenere sotto controllo l’inflazione nel carrello della spesa.

La mancanza di un governo complessivo dell’impatto inflativo, se sottovalutata, non solo rischia di continuare per tutto il 2023 ma può portare ad un inasprimento del contesto sociale e quindi più che lasciare che le lobby principali si autotutelino e riversino sul consumatore il conto occorrerebbe intervenire a monte. Che è poi l’unico modo per spegnere gli effetti collaterali causati da questa situazione.

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