Economia

Licenziamenti, mercatismo e panettoni di Stato

di

Rutte

Il pendolo del mercatismo (copyright Tremonti) ha esaurito la sua corsa. Ma difficilmente si ritornerà al panettone di Stato. Anche in questo caso, per dirla con Draghi, siamo in “terre incognite”. Occorrerà grande fantasia, ma anche altrettanto rigore. Il commento di Polillo

Diciamo la verità, è stato abbastanza facile per Maurizio Landini contrastare ieri Carlo Cottarelli, durante la trasmissione di Lucia Annunziata “Mezz’ora in più”. Troppo diversi i due protagonisti. Da un lato il capo della Cgil abituato al confronto rude della lotta sindacale. Dall’altro uno studioso che, al più, si misura con il brusio di un’aula universitaria. Inevitabile la diversa resa nel confronto televisivo. Con Cottarelli spesso messo nell’impossibilità di rispondere di fronte all’irruenza del primo.

Questi elementi hanno indubbiamente pesato, anche perché Landini è riuscito a conquistarsi uno spazio maggiore d’intervento. E battere su alcuni aspetti che, in apparenza, non solo portavano acqua al suo mulino, ma, in qualche modo, erano dotati di una loro forza intrinseca. Il dato del contendere era quello del blocco dei licenziamenti che come è noto è stato prorogato. Per l’industria e l’edilizia arriverà fino alla fine giugno, mentre per i lavoratori coperti dagli strumenti in deroga (soprattutto il terziario) si giungerà fino al 31 ottobre.

A monte, una vicenda complicata. Inizialmente il ministro Orlando aveva proposto di estendere il primo periodo di due mesi, portandolo al 28 agosto. Ma Confindustria si era opposta duramente. Era stato quindi necessario l’intervento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, per dirimere la questione. Anche nel primo caso vi sarebbe stato il blocco dei licenziamenti fino alla fine dell’anno. Ma, in compenso, le aziende non avrebbero pagato i contributi addizionali richiesti dalla relativa normativa.

La disparità di trattamento comunque rimaneva e andava in qualche modo spiegata. Il compito spettava a Cottarelli. E non era un’impresa facile, considerato che licenziare personale non è mai una cosa che si fa a cuor leggero. Logica la spiegazione fornita. Il blocco dei licenziamenti non poteva durare all’infinito. Una misura del genere, infatti, avrebbe ibernato l’economia, congelando ogni processo evolutivo. Ad un certo punto, quindi, si doveva tornare ad una ritrovata normalità.

Si, ma quando? Quando l’economia – risposta da economista – avrebbe mostrato segni di ripresa. Era questa la prospettiva? Tentativo di Cottarelli di dare un minimo di speranza. I dati più recenti fanno intravedere un svolta importante nei grandi equilibri di sistema. Le previsioni sono orientate all’ottimismo. Le indagini demoscopiche indicano un rinnovato clima di fiducia degli operatori economici e delle famiglie. I dati della produzione industriali sono positivi. Insomma, sempre secondo Cottarelli ma non solo, il punto di svolta già c’è stato. Visto che l’economia potrebbe crescere anche di più delle stime del Governo.

Landini non contesta la diagnosi del suo interlocutore. Anzi, in qualche modo, la supporta. Con un ragionamento che ha una sua logica. Se il peggio è passato – questo il suo contro argomentare – perché accelerare? Sarebbe stato meglio accettare la proposta di Orlando: concedere una tregua di altri 60 giorni per portare aventi la riforma degli ammortizzatori sociali. E quindi affrontare il tema della riconversione produttiva, offrendo le necessarie garanzie. Scelta doverosa, considerando quanto i lavoratori avevano fatto per mantenere in piedi l’intero Paese, durante i giorni più bui della pandemia. Discorso per molti versi ineccepibile.

Che, tuttavia, non ci ha convinto. E non perché non sia giusto celebrare il lavoro come forza autentica di questo Paese. Forza che merita rispetto. Ma per le contraddizioni di una realtà politica che Landini, volutamente, trascura. Anche in questo caso il problema è quello della continuità o della discontinuità tra il Conte due e l’attuale Governo. Tema che appassiona soprattutto gli esegeti del primo, alla continua ricerca delle prove del complotto che avrebbe portato alla fine prematura dell’avvocato del popolo.

Il ministero del Lavoro e delle politiche sociali era stato presidiato, fin 1 giugno 2018, da esponenti dei 5 stelle, nelle persone di Luigi Di Maio prima e Nunzia Cataldo poi. Specie durante il Conte bis la nuova coalizione di governo non avrebbe avuto remore. Avrebbe potuto tranquillamente occuparsi della riforma degli ammortizzatori sociali, invece di concentrarsi, ad esempio, in modo quasi ossessivo, sul salario di cittadinanza. Cavallo di battaglia di entrambi i ministri. Lo stesso sindacato avrebbe potuto premere, invece di rimanere alla finestra, di fronte all’inerzia governativa.

Ed, invece, niente da fare. Nessuna manifestazione a Piazza Montecitorio. Nessuna dichiarazione solenne a favore del lavoro. Ma piena sintonia con il “governo amico”. Sennonché se quella riforma non ha preso corpo nei quasi tre anni, che sono alle spalle del Governo Draghi, poteva essere cotta e mangiata nei soli 60 giorni di proroga proposti dal ministro Orlando? Difficile crederci. È vero: lo stesso ministro vi aveva fatto esplicito riferimento. Ma quella mossa era apparsa, fin dall’inizio, una semplice scusa per giustificare la proroga.

Orlando ha comunque la possibilità di dimostrare il contrario. Si dia da fare nel presentare le proposte di riforma. La pressione che il sindacato potrà esercitare sarà comunque un buon viatico, dopo quella complicata vivendo. Ma per quanto riguarda il dibattito su Keynes, Piketty e quant’altro, che pure ha accompagnato la trasmissione, forse il pendolo del mercatismo (copyright di Giulio Tremonti) ha esaurito la sua corsa. Ma difficilmente si ritornerà al panettone e all’auto di Stato. Anche in questo caso, per dirla con Draghi, siamo in “terre incognite”. Occorrerà quindi grande fantasia, ma anche altrettanto rigore.

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