Economia

Leonardo-Finmeccanica, che cosa cela il caso Biraghi-cybersecurity (M5S loda Profumo)

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Cyber Security

Non sono state dimissioni spontanee quelle del top manager Andrea Biraghi da Leonardo (ex Finmeccanica), ma dimissioni “spintanee”. Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine, è stato il numero uno del gruppo Leonardo, Alessandro Profumo, a indurre alle dimissioni il top manager esperto di cyber security. Un modo per evitare il licenziamento in tronco, che sarebbe stata una macchia nel curriculum di Biraghi. E niente buonuscita.

Formalmente, dunque, Biraghi si è dimesso la scorsa settimana dal gruppo Leonardo (ex Finmeccanica). Biraghi era il capo della divisione Cyber-security (Sistemi per la sicurezza e le informazioni del gruppo aerospaziale), gestiva i rapporti anche con i Servizi segreti, settore seguito in passato da Gianni De Gennaro, attuale presidente di Leonardo-Finmeccanica.

IL PLAUSO DI TOFALO (M5S) A PROFUMO

Un plauso all’operato di Profumo è arrivato dal Movimento 5 Stelle. Il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, già membro del Copasir, in un post su Facebook ha scritto: “Iniziative censurabili hanno portato all’adozione di provvedimenti draconiani sintomo di una trasparenza indispensabile in un contesto storico di così evidente fragilità. Condivido pienamente la scelta di fare pulizia nel ramo cybersecurity di Leonardo dopo tutti i sospetti e le ombre emerse sui rapporti con i fornitori”. Tofalo ha poi auspicato “che siano fatte approfondite verifiche anche relativamente i contatti e le frequentazioni con appartenenti ai servizi di intelligence italiani. Risulta imprescindibile conoscere, nelle opportune sedi istituzionali, la verità”.

PERCHE’ LA SOSPENSIONE DI BIRAGHI

Biraghi era stato sospeso per le contestazioni che gli erano state mosse da un’indagine interna. Oggetto dell’audit: presunte irregolarità nei rapporti con fornitori e altre operazioni.

LA DIFESA DI BIRAGHI

Biraghi si era difeso scaricando le responsabilità sui collaboratori, ai quali sono state estese le contestazioni. Una settimana fa è stato licenziato Stefano Orlandini, capo degli acquisti della divisione «cyber».

CHI E’ IL TOP MANAGER

Nato nel 1971, l’ingegner Biraghi è il figlio dell’ammiraglio Sergio Biraghi, già consigliere militare del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e capo di Stato maggiore della Marina, quindi presidente di Fincantieri Usa.

GLI STRASCICHI GIUDIZIARI

Resterebbe aperto un capitolo giudiziario, secondo Poteri Deboli, il blog del giornalista del Sole 24 Ore, Gianni Dragoni: ci sarebbe un fascicolo della Guardia di finanza che «traccia» operazioni di Biraghi e della sua squadra e viaggi a Tel Aviv, regno della cyber security israeliana e non solo.

LE RELAZIONI CON ISRAELE

A gennaio di quest’anno all’evento mondiale Cybertech 2018 sono stati presenti – si legge sul sito dell’ufficio commerciale d’Israele – “speaker d’eccezione come Hugh Thompson, CTO di Symantec, Marc Van Zadelhoff, General Manager di IBM Security e Andrea Biraghi, Managing Director della divisione Security & Information Systems Division di Leonardo Spa”. Biraghi, chiosa Dragoni, aveva rapporti anche con Marco Carrai, l’imprenditore amico di Renzi che ha forti interessi nella cyber security, soprattutto in Israele.

LA CARRIERA DI BIRAGHI

Il top manager che si è dimesso la scorsa settimana da Leonardo è diventato il capo della divisione “cyber” alla fine del 2015, quando il numero uno dell’ex Finmeccanica era Mauro Moretti, nominato alla guida del gruppo da Matteo Renzi nel maggio 2014. “Molte delle contestazioni rivolte a Biraghi riguardano operazioni fatte nel momento di punta del renzismo”, scrive Dragoni.

LE CARTE DELL’AUDIT

Nelle carte dell’audit, aggiunge il giornalista del Sole 24 Ore, “si parla anche della controversa vendita di un ramo d’azienda delle tlc ad alta tecnologia e molto redditizio, Ants, venduta da Finmeccanica a fine 2015 a un’azienda dai soci vicini a Renzi”.

LA VENDITA DI ANTS AD ADS

Svela Dragoni: “Il 5 novembre 2015 l’allora Selex Es (una controllata poi assorbita da Leonardo e spacchettata in quattro divisioni) firmò il contratto preliminare di vendita di Ants ad Ads, al prezzo di 100.000 euro. Pochi giorni dopo un dirigente del gruppo propose al vertice un’offerta d’acquisto di Ants più alta, al prezzo di 700.000 euro (Poteri deboli ha visto tutte le carte). Secondo fonti confidenziali, il ramo Ants nel 2015 ha espresso un giro d’affari di 4,5 milioni di euro e un margine di contribuzione intorno ai due milioni, dunque molto elevato. E un prezzo di 100.000 euro pertanto appare piuttosto basso”.

LA LETTERA DI BIRAGHI

Biraghi rispose con una lettera del 19 novembre 2015: “Abbiamo già sottoscritto accordi vincolanti per la cessione delle suddette attività”. ” Da quanto abbiamo potuto ricostruire dalle carte ufficiali – scrive Dragoni – l’offerta più alta fu respinta senza neppure essere esaminata. Il contratto preliminare e quello definitivo sono stati firmati da Orlandini, il capo degli acquisti licenziato da Profumo la scorsa settimana”.

LA LETTERA DI ADS

Gli avvocati di Ads in una lettera al Sole 24 Ore, pubblicata il 2 giugno scorso, “hanno scritto che la compravendita di Ants non fu trattata con Biraghi ma rientrava nelle dismissioni volute da Moretti. Nella lettera gli avvocati di Ads affermano inoltre che l’acquisto di Ants è costato oltre due milioni di euro. Nel contratto di vendita (che Poteri deboli ha visionato) è indicato però un prezzo di 100.000 euro”.

LA VISITA CON ELOGI DI RENZI AD ADS

Poco più di 2 anni fa, l’allora premier Matteo Renzi va nella sede Ads a Pomezia: “L’Italia è questa roba qui. Nonostante un racconto degli ultimi venti anni fatto tutto in negativo, l’Italia è questa azienda che sa mettersi in gioco e competere nel mercato globale”, disse Renzi al termine della visita alla sede di Pomezia della Ads Group. Azienda sia dell’information technology che, come ha ricordato l’amministratore delegato Pietro Biscu, “ha saputo crescere fino a quasi 2mila dipendenti e 110 milioni di fatturato, con l’assunzione solo nell’ultimo anno di 500 persone grazie al Jobs act”.Un dato che Renzi giudica “incredibile: un’azienda che fa innovazione, che dimostra che in Italia ce la si può fare. Come istituzioni dobbiamo sostenere queste realtà semplicemente evitando di mettere i bastoni tra le ruote”. Un’azienda “che c’è, che continua a crescere” e a cui il presidente del Consiglio disse: “Grazie da parte di tutta l’Italia e da parte del governo: siamo orgogliosi per quello che fate nelle 23 sedi italiane e soprattutto al sud”. In Ads entra – per poi uscire – anche Luigi D’Agostino, imprenditore amico della famiglia Renzi, hanno scritto Pierluigi Giordano Cardone e Gaia Scacciavillani del Fatto Quotidiano.

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