Economia

Verità, bufale e amnesie su manovra, regole europee e dibattiti parlamentari

di

Manovra

L’approfondimento di Giuseppe Liturri

È sotto gli occhi di tutti ciò che è accaduto prima di Natale al Senato e subito dopo alla Camera. Impossibilità di discussione in Commissione del contenuto della legge di bilancio, approvazione a colpi di fiducia in Aula tra cori di disapprovazione delle opposizioni e scontro fisico sfiorato tra i deputati. Inaccettabile.

Saranno i costituzionalisti a valutare l’eventuale lesione di prerogative garantite dalla Carta.

Saranno gli elettori a valutare l’ipocrisia di questa levata di scudi, quando da anni il nostro Parlamento procede con il pilota automatico delle regole imposte da Francoforte e Bruxelles.

Qui, invece, si vuole ricostruire, numeri alla mano, come e perché si è giunti a questo punto. Cosa non ha funzionato, o forse ha funzionato fin troppo bene, nel rapporto tra il Governo, il Parlamento e la Commissione UE, al punto da esautorare di fatto il Parlamento italiano dalla sua funzione.

1) Bisogna partire dal DEF approvato dal governo Gentiloni il 26 aprile 2018. Tale Governo era dimissionario ma in carica solo per il disbrigo degli affari correnti, poiché, dopo le elezioni del 4 marzo, non si riusciva ancora a formare un nuovo Governo.

Di conseguenza, Gentiloni e Padoan presentarono un DEF contenente solo la parte tendenziale, quindi a legislazione vigente e pertanto priva della parte programmatica in quanto, evidentemente, l’assenza di un Governo con pieni poteri impediva di formulare qualsiasi programma. Il deficit/PIL previsto per il triennio 2019-21 era 0,8/0,0/-0,2. Il deficit/PIL strutturale (quello osservato dalla Ue per verificare il rispetto del Patto di Stabilità e Crescita) era previsto scendere nel 2019 al 0,4% dal 1% del 2018, con una correzione quindi di 0,6%.

2) il successivo 1 giugno, il governo Conte giurava e cominciava a trovare esecuzione il famoso “contratto di governo”, la cui faticosa gestazione era durata quasi un mese.

3) il 28/29 giugno il Consiglio Europeo approvava le raccomandazioni relative a politiche economiche, occupazionali e di bilancio per ciascun Paese membro, poi adottate formalmente il 13 luglio dal Consiglio Ecofin. Per l’Italia si ribadivano gli obiettivi già riportati nel DEF di aprile per il 2019, cioè un deficit/PIL nominale di 0,8%, deficit/PIL strutturale di 0,4% ed un sostanziale pareggio nel 2020/2021. Vale la pena notare che, contrariamente a quanto sostenuto in questi giorni, dalla lettura della raccomandazione per l’Italia si rileva, come accaduto già in passato, che il Consiglio non si limita ad indicare un obiettivo di saldo di bilancio, ma entra pesantemente nel merito dei contenuti: pensioni, politiche del lavoro, giustizia civile, fisco. Chi oggi si lamenta dell’esautorazione del Parlamento non dovrebbe dimenticarlo.

4) il 27 settembre Conte e Tria licenziavano la Nota di aggiornamento al DEF (NADEF) che conteneva finalmente gli obiettivi di politica economica del Governo dotato di una maggioranza parlamentare.

Tali cifre erano ovviamente parecchio diverse da quelle ereditate dal precedente Governo. Esse esprimevano un preciso mandato politico, nettamente diverso da quello di chi li aveva preceduti. Questi ultimi, pur non conformandosi in passato agli obiettivi del Patto di Stabilità, gli si erano però sempre avvicinati, riducendo progressivamente il deficit/PIL ed obbedendo, quasi sempre in pochi giorni e dopo un breve scambio di corrispondenza, alle richieste della Commissione.

La NADEF del nuovo Governo mostrava invece un clamoroso cambio di segno. Non solo non si conseguiva l’obiettivo, ma nemmeno ci si avvicinava per procedere proprio in direzione opposta. In particolare, il deficit/PIL nominale del 2019 era previsto salire al 2,4% (da 0,8% del DEF, divenuto nel frattempo 1,2%) ed il deficit/PIL strutturale saliva al 1,7% (da 0,4%). Una consistente differenza, senza dubbio. In particolare, giova ribadirlo, era la prima volta che si osava invertire la tendenza verso il pareggio di bilancio strutturale e si puntava ad un deficit/PIL superiore rispetto a quello dell’anno precedente.

5) La risposta della Commissione non si faceva attendere. Con un prassi insolita, senza nemmeno attendere la presentazione entro il 15 ottobre della bozza di bilancio, già il 5 ottobre arrivava la prima lettera, in cui si ribadiva la necessità di una diminuzione del deficit strutturale del 0,6%, portandolo quindi al 0,4%, mentre il Governo pianificava un aumento di quel deficit al 1,7%. È bene tenere in mente questo dato: noi avevamo chiesto 1,7% loro chiedevano 0,4%.

6) Il 16 ottobre, il Governo presentava alla Commissione la bozza di bilancio, confermando quanto già scritto nella NADEF del 27 settembre.

7) La risposta del 18 ottobre era piuttosto secca: non solo si ribadiva la necessità della correzione del deficit strutturale al 0,4%, come da raccomandazioni del Consiglio di giugno, ma si introduceva anche la violazione della regola del debito (tendenza del debito/PIL alla riduzione verso il 60%).

8) La risposta di Tria del 22 ottobre era lunga e dettagliata. In essa si riconosceva la violazione degli obiettivi di medio termine del Patto di Stabilità e Crescita, ma si ammetteva che essa avveniva in conseguenza del mandato elettorale. La crescita derivante da tali misure avrebbe fatto diminuire il rapporto debito/PIL.

9) Il 23 ottobre, la Commissione emetteva un corposo parere in cui confermava la non conformità del documento di bilancio italiano alle regole e richiedeva la presentazione di un nuovo bilancio entro le successive 3 settimane.

10) Il 13 novembre, il Governo inviava un nuovo bilancio alla Commissione, ribadendo il deficit/PIL nominale del 2,4%, promettendo maggiori proventi da privatizzazioni per ottenere la discesa del debito/PIL e chiedendo maggiore flessibilità per spese dovute ad eventi eccezionali.

11) il 21 novembre, la Commissione scatenava l’inferno. Non solo confermava quanto già detto in precedenza sulla non conformità del deficit/PIL, ma sollevava il problema del mancato rispetto della regola del debito (tendenza alla riduzione verso il 60% del rapporto debito/PIL) e, per non farsi mancare, nulla faceva notare che tale inadempienza faceva sorgere una violazione anche per gli impegni assunti per il bilancio 2018 e 2017.

12) Partivano quindi 3 settimane di trattative serrate con la Commissione che minacciava di raccomandare al Consiglio l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia. Una procedura lunga, ma comunque potenzialmente assai dannosa per l’Italia, sia in termini di reputazione che di concreti effetti finanziari.

13) Il 18 dicembre, si arrivava alla versione che accontentava tutti. Il Governo si impegnava a ridurre il deficit/PIL 2019 nominale dal 2,4% della prima versione al 2%. Ma, soprattutto, riduceva il deficit/PIL strutturale dal 1,7% della prima versione al 1,3% (al lordo di altre spese riclassificate come flessibilità per un altro 0,2%), mentre la Commissione aveva sempre richiesto l’adeguamento al 0,4%.

In definitiva, il 2019 potrà essere il primo anno in cui il nostro Paese potrà aumentare, (dal 1,1% al 1,3%) il suo deficit/PIL strutturale, anziché ridurlo.

Anche l’avanzo primario potrà attestarsi al 1,5%, in diminuzione rispetto al 2018. Per fare ciò, il Governo è stato costretto a ridurre l’entità della manovra di circa €10 miliardi, facendo leva sopratutto su ‘quota 100’ e reddito di cittadinanza per complessivi €4,6 miliardi, oltre a vari interventi sul fronte delle entrate.

14) il 19 dicembre, infine, giungeva la lettera della Commissione con cui decidevano di non raccomandare, ‘at this stage’, l’apertura di una procedura di infrazione e promettevano uno stretto monitoraggio sui conti dell’Italia.

Se tutto questo sarà sufficiente a sostenere la crescita del nostro Paese nel 2019, lo vedremo sul campo, con i dati. Il tempo per le valutazioni ex-ante è terminato e sul campo resta una trattativa che si è chiusa con un deficit/PIL strutturale a 1,3%, dopo essersi aperta con l’Italia che chiedeva 1,7% e la UE che chiedeva 0,4%.

Le valutazioni politiche sono ovviamente su sponde sideralmente opposte.

Mentre accadeva tutto questo, la legge di bilancio era approvata in prima lettura dalla Camera ai primi di dicembre e giaceva immobile al Senato, senza nemmeno poter cominciare la discussione in Commissione, in attesa che si concludesse la trattativa Stato-Europa (ogni allusione è puramente casuale).

Chi non frequenta i corridoi di Palazzo Madama o di Montecitorio, giunto a questo punto, ha alcune domande da porre:

1) Dove erano in quelle 3 settimane successive al 21 novembre, quelli che ora rivendicano la centralità del Parlamento? Mentre altri organi sovranazionali richiedevano corpose correzioni alla legge di bilancio nell’indifferenza più assoluta? Si univano forse al coro di quelli che ritenevano corretta un’ulteriore stretta di bilancio rispetto al 2018?

2) Chi ora si straccia le vesti per il Parlamento calpestato, non ha nulla da dire sulla incompatibilità tra rigido calendario del semestre europeo e libere elezioni democratiche e decisioni conseguenti in un Paese membro?

3) Quando nell’agosto 2011, giungeva una lettera a firma di Trichet/Draghi con precise prescrizioni su misure di politica economica poi attuate dal Parlamento sotto la minaccia di ‘altrimenti chiudiamo i rubinetti’, dove erano queste préfiche urlanti?

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