Il referendum confermativo della riforma sulla giustizia sarà ragionevolmente partecipato da numerosi elettori. A questo esito concorre in primo luogo la crescente consapevolezza che, a differenza delle consultazioni ordinarie, la sua validità prescinde da un quorum minimo di votanti. Ma soprattutto, giorno dopo giorno, si diffonde la convinzione che la posta in gioco non riguardi tanto gli schieramenti politici quanto il futuro prossimo della società e della stessa economia.
Non a caso, soprattutto per il Sì, si registrano nei sondaggi e nelle dichiarazioni pubbliche consensi trasversali. Il merito non è peraltro costituito solo dalle disposizioni che compongono la riforma costituzionale ma, ancor più, dal ben diverso clima complessivo che i due risultati produrrebbero.
Da un lato una parte consistente della nostra comunità sostiene il ruolo dominante delle procure che, accompagnato dal frequente sostegno mediatico, appare garantire una giustizia “creativa” e sommaria con il solo avvio della attività inquisitoria anche se, a distanza di tempo, non confermata dalle sentenze conclusive. Dall’altro, una porzione di cittadini, non di meno consistente, desidera una giustizia più riflessiva e aderente alle norme da applicare così da garantire certezze a chi, in ogni campo, è chiamato ad assumere responsabilità.
È facile supporre che gli opposti esiti amplificheranno l’una o l’altra condizione di contesto. Si pensi anche solo al diverso rapporto che avremo con le nuove macchine intelligenti, strumento di creatività per nuove attività o scudo di protezione per evitare imponderabili responsabilità penali, civili, contabili.
Sarebbe invece auspicabile che entrambe gli schieramenti riconoscessero la necessità di garantire una delle quattro libertà disegnate dal presidente americano Roosevelt nel 1941. Quella libertà dalla paura che ci motiva ad agire per essere utili a sé e agli altri.







