Economia

Le banche viste da Mario Draghi

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Il pensiero di Mario Draghi, prima di diventare presidente del Consiglio, sulle banche L’articolo di Emanuela Rossi

 

A Mario Draghi, protagonista ormai da giorni di ritratti e di biografie tendenti talvolta all’agiografia, va riconosciuta di sicuro una salda e quanto mai ampia conoscenza del mondo bancario.

Il settore del credito lo ha studiato, analizzato, frequentato, vissuto come forse pochi altri nella storia, prima come direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington (1984-1990), poi come vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide di Goldman Sachs (2002-2005), in seguito in qualità di governatore della Banca d’Italia (2005-2011) e di presidente della Bce (2011-2019). Tra istituzioni e multinazionali d’investimenti, si è mosso per decenni nel mondo bancario e, oltre alle questioni specifiche e contingenti, nei suoi diversi interventi si trovano tracce per ricostruire quella che è la sua personale visione di quel comparto essenziale per la crescita economica e utile per la stabilità sociale.

Una sintesi? “Ciò che vogliamo è un settore finanziario, e bancario in particolare, dove ci sia più capitale, meno debiti, più regole e una vigilanza molto più forte. È essenziale che tutto ciò avvenga in condizioni in cui vi sia parità concorrenziale. L’azione dei Governi è cruciale” ha chiosato  durante un’intervista al Wall Street Journal nel febbraio del 2009.

LA CONCORRENZA E LE ATTIVITÀ

Quello della concorrenza è un concetto chiave nella politica economica di Draghi e infatti si ritrova anche nel comparto in questione. “L’ulteriore sviluppo, anche dimensionale, delle banche, giova alla competitività del sistema finanziario, rafforza l’economia” ha affermato nel 2006 alle sue prime Considerazioni finali in Banca d’Italia. “Le banche minori conservano un ruolo insostituibile nel finanziamento dei sistemi produttivi locali; la presenza di intermediari di dimensione adeguata è necessaria per assicurare ampia disponibilità e basso costo dei servizi più avanzati” ha aggiunto evidenziando poi che “la crescita, l’internazionalizzazione delle imprese sono favorite dalla crescita e dall’internazionalizzazione delle banche”.

In merito alle attività, a quelle “tradizionali le banche affiancano oggi in misura crescente quella di distribuzione di una molteplicità di prodotti finanziari. Questo incide sulla composizione dei rischi. Il buon nome della banca, legato alla correttezza dei comportamenti e alla qualità dei prodotti venduti, anche se di terzi, diventa un elemento cruciale per la competitività e la stessa stabilità degli intermediari. Ai tradizionali rischi di credito e di mercato, in parte trasferiti ad altri operatori, si affiancano rischi di reputazione, legali, operativi”.

Sempre a riguardo delle dimensioni e delle attività Draghi nella stessa occasione, due anni più tardi, ha notato che “per ogni banca è essenziale disporre di un sistema di gestione e di controllo integrato; cogliere in anticipo le interdipendenze che si manifestano improvvisamente nelle fasi critiche. Il compito è tanto più urgente quanto più le banche sono grandi, complesse e attive nei mercati e nei prodotti avanzati. Il consolidamento del nostro sistema bancario, proseguito nel 2007, deve essere accompagnato da una decisa accelerazione nell’integrare reti, strutture organizzative, sistemi informatici, culture aziendali diversificate, anche per poter gestire rischi nuovi e complessi”.

LA TUTELA DEL CLIENTE

Altro tema centrale nella visione del professore romano è quella dell’attenzione nei confronti del cliente. “La fiducia del pubblico resta essenziale per la solidità delle banche” annotava nelle Considerazioni finali del 2007. “La Banca d’Italia controlla il rispetto delle regole di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari; le capillari verifiche presso gli intermediari contribuiscono a migliorarne gli standard di comportamento nei confronti della clientela. Oltre ad assicurare la correttezza contrattuale, occorre essere chiari e semplici nell’informazione che si dà ai clienti. Per rafforzare la tutela sostanziale dei risparmiatori e delle imprese, intendiamo rivedere la normativa sulla trasparenza, riducendo gli adempimenti formali”.

Quattro anni dopo, sempre durante l’appuntamento clou di Via Nazionale, Draghi ha contrastato la relazione più capitale-più costi per i consumatori: “È opinione ricorrente che un rafforzamento del capitale delle banche si traduca in un innalzamento dei costi per la clientela e finisca per frenare la crescita dell’economia. Analisi quantitative indicano invece che l’effetto netto sull’economia di un maggior patrimonio delle banche è positivo: esso aumenta la resistenza del sistema a shock avversi, riduce la probabilità di crisi; per i singoli intermediari viene ridotto il premio per il rischio sulla raccolta, lo stesso costo del capitale azionario”.

Sempre di riguardo nei confronti della clientela si è espresso nel 2006 durante la Giornata mondiale del Risparmio, organizzata tutti gli anni a fine ottobre dall’Acri e cui presenziano – oltre ai vertici delle Fondazioni bancarie – il governatore di Bankitalia, il ministro dell’Economia e delle Finanze e il presidente dell’Abi: “La tutela del cliente deve essere affidata soprattutto a strumenti che garantiscano una piena informazione sulle condizioni praticate e l’applicazione di un generale canone di correttezza nelle relazioni d’affari”.

E ancora, insistendo sul concetto di fiducia: “Trasparenza e correttezza verso la clientela sono parte integrante della sana e prudente gestione degli intermediari. Ogni mancanza crea rischi legali e reputazionali. I rapporti bancari si fondano sulla fiducia; il venir meno della fiducia può determinare rischi di instabilità, anche a livello di sistema”.

L’ATTENZIONE AL TERRITORIO

Altra nota da non sottovalutare, quella del rapporto fra banche e territorio. “Le grandi banche si giudicano anche da come organizzano l’attività sul territorio: mantenere, valorizzare il rapporto con l’economia locale significa utilizzare nella valutazione del cliente conoscenze accumulate nel corso di anni, ben più accurate di quelle desumibili da modelli quantitativi; significa saper discernere l’impresa meritevole anche quando i dati non sono a suo favore; significa saper fare il banchiere” ha detto Draghi nelle Considerazioni finali del 2010. “La risposta delle grandi banche alle esigenze locali, coerente con la sana e prudente gestione, deve conciliarsi con strategie e visioni globali”.

LA RESISTENZA ALLA CRISI

Parole di lode per come il sistema ha reagito durante la crisi iniziata nel 2007 sono arrivate in diverse occasioni. “Alle nostre banche tocca però vincere anche una seconda sfida strategica – ha detto durante la Giornata mondiale del Risparmio nel 2009 -: sono uscite sostanzialmente indenni dalla crisi; trasformino questa posizione privilegiata in un vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti, in un beneficio nei confronti dei clienti”.

Ancora meglio due anni dopo, in occasione dell’intervento all’assemblea dell’Abi di luglio 2011: “Le banche italiane hanno dimostrato e continuano a dimostrare capacità di resistenza e di reazione in tempi gravi: non solo durante la fase acuta della crisi finanziaria, ove le ha soccorse un modello solidamente ancorato al core business dell’attività bancaria; ma anche nella fase successiva, quando alla crisi è seguita una recessione profonda in tutti i paesi avanzati, durissima in Italia anche perché veniva dopo un decennio di stagnazione a sua volta seguito da una ripresa più lenta che altrove”.

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