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La torre di babele dei “ma” sui giornali

Il maismo di molti titoli dei giornali è giustificato, anzi ineludibile, ancorché ci vizi a un approccio molto limitato, del tutto insufficiente a comprendere, non diciamo ad affrontare o addirittura a risolvere, ciò che rappresentiamo come una semplice contrapposizione e che invece è un’aporia. Il corsivo di Battista Falconi

Il maismo è un metodo usatissimo nella rappresentazione mediatica della realtà. Del resto il monosillabo “ma” – definito In grammatica come congiunzione avversativa ed equivalente ad altri termini come bensì, tuttavia, però – è indispensabile al linguaggio e pertanto al ragionamento, alla nostra misera logica, quando dobbiamo cercare di dare un senso a una situazione fattuale che probabilmente non ce l’ha o ne ha troppo articolato e complesso per essere sintetizzato in poche parole.

La questione apparentemente semiologica o filosofica, in questi giorni, si concretizza soprattutto nella contrapposizione stridente tra i dati sull’inflazione e quelli sul PIL. Per citare a caso: “l’inflazione scende ma il prezzo è la gelata sul PIL”, “il PIL si è fermato ma l’inflazione scende”, “precipita l’inflazione ma si ferma anche il PIL”, “l’inflazione crolla ma la spesa resta carissima”, “l’inflazione crolla e Piazza Affari prende il volo”. Le variazioni dipendono soltanto dal fattore che si decide di privilegiare o dal taglio politico che si intende imprimere e comunque, almeno in questo caso, tutte le titolazioni sono oggettivamente esatte. Ciò che nel profondo sfugge loro – e che dire aprirebbe un ingestibile caos potenziale, svantaggioso per tutti – è che non c’è nessuna avversione tra i dati contrapposti, si tratta anzi di elementi perfettamente coerenti.

Per contenere l’aumento dei prezzi e del costo della vita e non gravare sulla parte della società che fatica a mantenere il proprio livello di vita, in particolar modo, non c’è altro sistema che scoraggiare spese e investimenti con l’aumento dei tassi di interesse, impedendo di migliorare il livello di vita a quella stessa parte della società ma anche a quella più abbiente, che potrebbe fare da traino per l’intera comunità. Per questo si parla più correttamente di stagnazione, non di recessione: è come se restassimo fermi in una palude leggermente maleodorante per non rischiare di affondarci. Sappiamo benissimo che a monte di questa fastidiosa e situazione ci sono processi globali, che talvolta rimandano a decenni o addirittura a secoli addietro: la saturazione del progresso basato sul consumo dei beni e il fiato corto dei trucchetti con cui cerchiamo di perpetrare questo modello di sviluppo, contrabbandando il consumismo come ecologismo (in questo caso la parola chiave è sempre “sostenibilità”). Dall’altra parte abbiamo l’impossibilità di proporre come modello la cosiddetta “decrescita”, una consapevole riduzione del proprio livello di vita e lo spostamento verso un paradigma sociale nel quale siano valorizzati altri aspetti, in primis il recupero del tempo libero ormai scomparso dall’orizzonte di una vita perennemente connessa.

Stiamo cercando di descrivere, beninteso, senza sposare affatto l’una o l’altra tesi. La questione, peraltro, non è ideologica ma pratica. Un’assunzione di consapevolezza e responsabilità su questo dilemma epocale comporterebbe l’avvio di processi strutturali e internazionali che superano l’ambizione di qualunque governo nazionale e non. Pertanto, si preferisce seguire l’unica via praticabile, l’adattamento all’evoluzione di una realtà che, come sempre, procede in autonomia e totale indifferenza ai tentativi di normarla. Si pensi soltanto a come l’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni abbia radicalmente stravolto le nostre esistenze mentre le leggi cercavano affannosamente di comprenderne il senso: la stessa perdente rincorsa alla quale ora si sta assistendo per l’intelligenza artificiale.

Il maismo di questi titoli è insomma giustificato, anzi ineludibile, ancorché ci vizi a un approccio molto limitato, del tutto insufficiente a comprendere, non diciamo ad affrontare o addirittura a risolvere, ciò che rappresentiamo come una semplice contrapposizione e che invece è un’aporia. Niente a che vedere quindi con le rappresentazioni mediatiche la cui contraddittorietà è nella limitatezza delle singole voci, talvolta ridicola. Quella per cui leggiamo di Luigi Sbarra della Cisl che dice “no allo sciopero” o viceversa è “pronto alla piazza”, oppure del cane precipitato a via Frattina che secondo i due quotidiani romani avrebbe ferito in modo grave o non grave una passante, oppure ancora dei 100 mila e 200 mila partecipanti a una manifestazione. Con l’umoristica aggravante che divergenze simili un tempo avevano come fonti la questura e gli organizzatori, oggi due quotidiani dello stesso gruppo editoriale…

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