Puntualmente, in ogni campagna elettorale scocca l’ora della patrimoniale. Promette molto, incassa poco, spaventa tutti e alla fine non corregge le storture del sistema fiscale. Lo dimostra un recente studio della Commissione europea. La conclusione è netta: nei paesi europei le imposte ricorrenti sulla ricchezza, quando sono state introdotte, hanno prodotto gettiti modesti, basi imponibili fragili, forti problemi amministrativi e molte vie di fuga. Per funzionare avrebbero bisogno di registri patrimoniali perfetti, valutazioni aggiornate, coordinamento internazionale, controlli capillari. Cioè di condizioni che quasi mai esistono.
Due economisti, Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, sono tornati sulla questione in un documentato volume: “Il prezzo nascosto” (Egea, 2026). La loro tesi è netta: non serve una patrimoniale, serve aggiustare il sistema fiscale italiano. Storicamente, l’Italia ha finito per concentrare il prelievo soprattutto su una categoria: il reddito da lavoro dipendente e da pensione sopra i 35mila euro. Mentre altre basi imponibili contribuiscono molto meno. Nel 2023 la quota di gettito da reddito da lavoro dipendente e profitti in Italia è il 14,7 per cento del pil, in Francia l’11 e in Spagna 12.
La grande anomalia italiana non è che non abbiamo una patrimoniale: è che tassiamo molto il lavoro e molto poco le successioni. Il gettito da successioni e donazioni in Francia è lo 0,6 per cento del pil, in Spagna lo 0,23, mentre in Italia lo 0,04. Tassiamo pesantemente chi produce reddito oggi e leggermente chi riceve patrimoni accumulati ieri. Non è un giudizio morale, è una constatazione: il nostro sistema fiscale premia l’eredità più del lavoro. E lo fa nel momento in cui salari, carriere e mobilità sociale sono più deboli.
Non bisogna inseguire la retorica della patrimoniale, sostengono gli autori, perché è la risposta sbagliata a un problema vero: il riequilibrio del carico fiscale. In Italia per l’eredità in linea diretta, da coniuge a coniuge o da genitore a figlio, fino alla soglia di un milione di euro non si paga nulla; oltre tale soglia si paga il 4 per cento. Risultato: l’Italia incassa meno di un miliardo all’anno e a pagare un’imposta sull’eredità sono meno di 59 mila contribuenti. In Francia il gettito si aggira attorno ai 18 miliardi e in Spagna a 3,4 miliardi.
Alzando l’aliquota al 10 per cento con le franchigie attuali (e quindi la stessa platea di contribuenti), oppure abbassando la franchigia a 700mila euro e oltre tale limite tassando le eredità con un sistema progressivo alla francese, si potrebbero ottenere circa 7 miliardi. Risorse che permetterebbero di abbassare l’aliquota dello scaglione relativo ai redditi tra 28 mila e 50 mila euro di 5 punti, passando dall’attuale 33 al 28 per cento.
Per un lavoratore nella fascia di reddito 40-50mila euro lordi implicherebbe una diminuzione dell’Irpef del 9 per cento. L’alternativa potrebbe essere estendere la soglia oltre cui si paga l’aliquota marginale del 43 per cento dagli attuali 50mila euro a un più europeo 65mila euro. E’ importante ridurre il prelievo al ceto medio, perché è la fascia che paga molte tasse e ha pochi trasferimenti di welfare.
Non basta. La popolazione invecchia e la ricchezza si concentra tendenzialmente negli anziani. La Banca d’Italia ha mostrato che negli ultimi trent’anni la quota di ricchezza detenuta dalle famiglie giovani è crollata, mentre quella detenuta dagli over 65 è raddoppiata. I giovani hanno redditi più bassi, carriere più intermittenti, accesso più difficile alla casa, salari reali stagnanti. Gli anziani, invece, hanno beneficiato di pensioni più generose e proprietà immobiliari acquistate a prezzi più favorevoli.
Nei prossimi anni una grande massa di ricchezza passerà per successione a un numero relativamente più piccolo di figli. Ma non sarà una distribuzione eguale, i patrimoni più grandi andranno ai figli delle famiglie già più ricche e più istruite. L’Italia rischia così di diventare una società ereditaria: pochi giovani con case, rendite e capitale familiare; molti altri con salari bassi, affitti alti e tasse sul lavoro.
Ecco perché bisogna evitare due errori opposti. Il primo è proporre una patrimoniale generale che spaventa il risparmio, produce poco gettito e offre un bersaglio politico facilissimo. Il secondo è far finta che non esista alcun problema di concentrazione patrimoniale. Il problema esiste, ma va affrontato con strumenti ordinari, trasparenti, stabili e riducendo la pressione fiscale complessiva, che oggi è la più alta dai tempi del governo Monti.







