Economia

La Pubblica amministrazione del post pandemia: è ora di uscire dalla caverna

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“È il momento di uscire dalla caverna: lasciarci dietro le spalle le ombre tremule cui siamo da sempre abituati e fare i conti con la realtà. Le evidenze ci dicono che le condizioni ci sono: sta alla politica e alla stessa burocrazia non perdere un’occasione storica e irripetibile”. L’approfondimento di Alfredo Ferrante, dirigente pubblico

 

Sono di grande interesse i risultati della rilevazione campionaria “Pa motore della ripresa: quali azioni per un’amministrazione competente, semplice, smart e digitale” che Forum Pa ha condotto recentemente su quasi 1000 dipendenti della pubblica amministrazione.

Secondo gli esiti del panel, i dipendenti pubblici, nel momento in cui alle amministrazioni viene richiesto di supportare il ciclo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), approvano il nuovo approccio al reclutamento adottato dal Ministro Brunetta, evidenziando che servono nuovi esperti di trasformazione digitale, di pianificazione e controllo, di progetti europei, in un quadro di formazione che è ancora troppo carente. Vediamo qualche aspetto particolarmente rilevante che può aiutarci a porre qualche questione in prospettiva.

Secondo le lavoratrici e i lavoratori del settore pubblico, i cambiamenti prospettati dalla Funzione Pubblica possono decisamente migliorare le politiche di assunzione delle amministrazioni soprattutto ridefinendo le procedure per individuare i fabbisogni di personale (per il 79,2% degli intervistati) e rivedendo drasticamente le procedure dei concorsi attraverso prove più orientate a verificare le competenze trasversali (71,6%).

È interessante che siano gli stessi dipendenti pubblici a evidenziare che le soft skill, la capacità di saper lavorare e di operare anche in situazioni critiche, siano un patrimonio che va coltivato per far crescere la Pa. E segnalano rilevanti squilibri: circa la metà degli intervistati sostiene che le competenze possedute siano superiori rispetto a quelle utili per il proprio lavoro quotidiano o inadeguate, segno di alcune, possibili disfunzioni quali, ad esempio, un reclutamento poco tagliato sui bisogni dell’organizzazione e un’insufficiente capacità organizzativa della dirigenza, fattori che contribuiscono a far arrancare la Pa in un quadro sociale che, invece, mostra una dinamicità in progressione geometrica.

Ma è la formazione, fra le tante spie che si accendono, ad essere di particolare interesse: quasi il 60% degli intervistati dice che nell’ultimo anno ha ricevuto una formazione su aspetti giuridico-normativi (il 21% in materie legate al management e solo il 10% in lingue straniere) e che il 92% ha provveduto a intraprendere percorsi di autoapprendimento, spesso grazie allo strumento dei webinar (assai diffusi in ragione dell’emergenza pandemica): un segnale della volontà di migliorare il proprio personale bagaglio andando oltre il quadro tradizionale delle conoscenze proprie della cultura formalistico-burocratica in netto contrasto con lo stereotipo del dipendente pubblico del tutto disinteressato alla propria missione. E proprio sulla formazione desiderata si misura lo iato fra situazione attuale e cambiamento auspicato: tra le nuove aree sulle quali i dipendenti pubblici vogliono essere formati spiccano le competenze trasversali (lavoro di squadra, gestione dei conflitti, problem solving, creatività), quelle legate alla trasformazione digitale e all’organizzazione, quelle relazionali. Sono, cioè, proprio i lavoratori del settore pubblico a individuare tutti quegli aspetti ad alto valore trasformativo che possono imprimere la spinta necessaria per compiere un vero e proprio cambio di paradigma culturale nella nostra macchina pubblica. Sono tanti gli elementi che emergono dal panel, i cui dati meritano una lettura approfondita, ma questi pochi tratti possono essere sufficienti per una qualche considerazione di contesto.

La prima: la pandemia, vero e proprio disastro umano e sanitario, rappresenta, nondimeno, una preziosa opportunità di ripensarci come società e la buona notizia sembra essere che la politica, anche con riferimento alla Pa, pare aver colto il senso dell’occasione offerta, visti sia l’attenzione rivolta alle amministrazioni in questa fase, anche grazie alla necessità di implementare il Pnrr, sia il deciso cambio di marcia sulla narrazione pubblica circa la burocrazia.

La seconda: accanto alle indispensabili conoscenze amministrativo-contabili, è improcrastinabile impostare reclutamento e formazione continua del personale pubblico in termini di competenze delle persone. È innegabile, da questo punto di vista, la spinta propulsiva data dall’utilizzo massiccio del lavoro agile – pur nella sua forma ibrida e forzatamente casalinga – durate il periodo dell’emergenza sanitaria, che ha posto personale e dirigenza davanti un aut aut: modificare radicalmente il proprio, vecchio modus operandi e adattarsi, orientandosi con mille difficoltà al risultato, o implodere.

La terza: il momento particolarmente vivace che attraversa il dibattito circa il miglioramento della macchina pubblica è utile per una riflessione di prospettiva circa quella che appare essere la retorica della “Pa dei migliori” che torna à la page nell’era del Pnrr. Sembra, finalmente, che ci si cominci a porre seriamente una fondamentale domanda: che Pa vogliamo per far cosa? È una domanda che non può che collocarci in una prospettiva di sviluppo che travalica, evidentemente, l’orizzonte di una legislatura (o, peggio, di un esecutivo) e che impone alla politica un tema di visione di almeno una generazione. E che obbliga, allo stesso tempo, di iniziare a riconsiderare come organizzare la trasformazione e lo stesso funzionamento delle strutture pubbliche, tenendo presente che la digitalizzazione è fondamentale ma, tuttavia, servente rispetto al ripensare i processi e le dinamiche che sino a ieri hanno governato la macchina amministrativa. Si parla di retorica perché l’idea di avere una Pa popolata di donne e uomini perfettamente performanti – quasi dei robot infallibili o degli arconti chiamati a dirigere la polis platonica – va a braccetto col mito del traguardo della riforma finale e definitiva della Pa stessa.

Non si è sinora colto appieno, cioè, che la pubblica amministrazione non è altro che un’organizzazione, forse la più complessa del Paese, e che, come tale, soffre dei problemi di tutte le organizzazioni: si regge sulle persone, il vero capitale su cui poggia, e, ove non curata in modo appropriato e continuativo durante tutto il suo ciclo di vita, rischia di deperire e avvizzire. Se questo è vero, dunque, ha poco senso immaginare una Pa dei migliori quanto lavorare per un’amministrazione pubblica che, in un processo di continua trasformazione, sia capace di reclutare con intelligenza e mettere le persone giuste al posto giusto, valorizzando inclinazioni, vocazioni e dimensione personali. È il momento, insomma, di uscire dalla caverna, lasciarci dietro le spalle le ombre tremule cui siamo da sempre abituati e fare i conti con la realtà. Le evidenze ci dicono che le condizioni ci sono: sta alla politica e alla stessa burocrazia non perdere un’occasione storica e irripetibile.

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