Economia

Partite Iva, perché il nuovo regime forfettario è cosa buona e giusta

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L’approfondimento del commercialista Giuseppe Liturri. Una versione ridotta dell’analisi è stata pubblicata oggi dal quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro

Stupisce l’accoglienza riservata dai grandi media all’estensione del regime forfetario a tutte le partire Iva fino €65.000 di ricavi o compensi annui. Al di sotto di questa soglia, pagando il 15% sui ricavi, al netto di una percentuale di deduzione, si assolve ogni obbligo tributario.

Un fuoco di fila impressionante di accuse e segnalazione di difetti. Si stenta a ricordare una riduzione di imposte così criticata.

In questa legge di bilancio che, per la prima volta dal 2010, interrompe la tendenza alla riduzione del deficit/Pil e torna espansiva poiché aumenta (di pochi decimali, dal 1,8% al 2%) il rapporto deficit/Pil rispetto all’anno precedente, ma in cui la pressione fiscale è prevista aumentare al 42,3% del Pil (dal 41,9% del 2018), la norma in esame costituisce una delle poche misure a favore di imprese individuali e professionisti.

Il minor gettito è stimato in €3,5 miliardi in 3 anni. L’altra misura rilevante è l’IRES ridotta al 15% su utili reinvestiti e nuove assunzioni che dovrebbe generare un minor gettito di 4,5 miliardi, sempre in 3 anni.

Viene quindi da chiedersi quale peccato mortale si nasconda dietro questo beneficio fiscale, anche perché i rilievi sono giunti da autorevoli accademici e colleghi, oltre che da qualche giornalista che probabilmente ne ha ripreso acriticamente le osservazioni, pensando che l’emissione di fattura sia un fatto discrezionale, manovrabile per cifre rilevanti a piacimento come se non esistessero committenti o cessionari.

Poiché, citando Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, ‘le parole sono importanti’, è però necessario sgombrare il campo da un equivoco lessicale ed anche sostanziale: questa norma non è la Flat Tax, su cui ha molto autorevolmente scritto Dario Stevanato in un fondamentale testo con relativa ricca bibliografia (‘Dalla crisi dell’Irpef alla Flat tax‘, 2017, Il Mulino)  ed a cui si rimanda chi voglia approfondire.

Non lo è per due motivi, che ne negano il carattere di universalità:

1) Il limite a €65.000 di ricavi/compensi annui segmenta la platea di beneficiari.

2) riguarda solo reddito di impresa prodotto in forma individuale e reddito da lavoro autonomo, escludendo quindi reddito da lavoro dipendente e pensioni.

A parte ciò, le accuse sono sostanzialmente 4 e, come si vedrà, mettendo i fatti in prospettiva ed analizzando i dati, tali accuse vengono messe pesantemente in discussione, se non smentite.

1) Incentiverebbe l’evasione e disincentiverebbe la produzione, per effetto della soglia a €65.000. Tale accusa dovrebbe però essere rivolta a tutte le soglie e, a maggior ragione, anche al precedente regime che prevedeva soglie differenziate da €25.000 a €50.000 in relazione alla natura dell’attività. L’intero sistema tributario è infarcito di soglie. Ora viene da chiedersi, perché solo questa è distorsiva? Perché solo ora si scopre la distorsività della soglia? Ma, e qui viene l’aspetto più importante, ammesso e non concesso che la soglia sia distorsiva, erano le precedenti soglie ad esserlo molto di più.

Analizzando i dati delle dichiarazioni fiscali del 2017, si rileva che beneficiano già del regime forfetario con le vecchie soglie circa 935.000 contribuenti.

L’estensione a €65.000 di ricavi/compensi dovrebbe riguardare almeno altri 500.000 contribuenti, situati nelle classi di fatturato fino a €65mila. Per un totale di circa 1,5 milioni di partite Iva.

Ciò significa che poco meno del 70% delle persone fisiche con dichiarazione Iva, rientreranno in questo nuovo regime. Se si considera che tali nuovi soggetti entranti costituiscono, con quelli già presenti, anche le classi di reddito più affollate (solo il 13% dei contribuenti Iva ha un reddito superiore a €50mila), si può concludere che tale nuova soglia è molto meno divisiva della precedente, in quanto accoglie al suo interno un numero di contribuenti molto più ampio della precedente che, invece, spaccava letteralmente in due la popolazione dei contribuenti Iva, creando molto più disincentivo a produrre oltre la soglia o creando incentivo all’illegalità. Se a questo ci aggiungiamo che, dal 2020, anche i contribuenti fino a €100mila di ricavi/compensi beneficieranno di un’imposta sostitutiva del 20%, arriviamo alla conclusione che il problema di cosa fare se si oltrepassasse la soglia riguarderà una percentuale molto modesta dei contribuenti.

2) Consentirebbe di tassare al 15% anche redditi milionari, perché l’esclusione dal regime opererebbe dall’anno successivo. Ma anche questo rilievo non si capisce perché venga fuori solo ora, con una soglia peraltro meno divisiva, come illustrato in precedenza.

Anche il regime forfetario voluta dalla prima legge di bilancio di Renzi/Padoan a fine 2014, prevedeva l’esclusione solo dall’anno successivo al superamento della soglia. Pertanto, nell’anno in cui se ne beneficiava non c’era alcun limite di ricavi o reddito. Certamente ci potrebbero essere modesti arbitraggi a cavallo d’anno per non perdere il beneficio, ma una sistematica e massiccia operazione di spostamento di compensi professionali (perché solo di questi può trattarsi), in modo da poter beneficiare ad anni alterni del regime forfetario, sembra confinato a pochi casi limite su una platea di ben 1,5 milioni di contribuenti.

Sarebbe, in ogni caso, una legittima scelta del contribuente che rinuncerebbe a cospicui incassi un anno per poi riceverli l’anno successivo. Non proprio una cosa semplicissima per i flussi finanziari del professionista.

3) Incentiverebbe la rinuncia al lavoro dipendente per beneficiare del più vantaggioso carico fiscale delle partite Iva. Ma ciò non è possibile, poiché è escluso dal regime chi esercita prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con cui sono in corso o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due anni precedenti. In ogni caso, simulare un rapporto professionale è comunque rischioso ed invece viene fatto passare come un’alternativa possibile.

4) Creerebbe disparità tra contribuenti, poiché dipendenti e pensionati continuerebbero ad essere tassati progressivamente con IRPEF. Il rilievo appare corretto. Ma allora perché non farlo per tutte le altre categorie di redditi (locazioni, capitale…) che risultano tassate con aliquota sostitutiva unica e quindi da tempo sottratte all’IRPEF, in barba a qualsiasi progressività?

In un sistema tributario infarcito di imposte sostitutive, sorge all’improvviso il problema del rispetto dell’equità orizzontale per il solo fatto che poco più del 1% dei contribuenti IRPEF passi a pagare un’aliquota unica?

È difficile pensare che accuse così focalizzate, coordinate e di dubbia consistenza, non siano l’esito di un pregiudizio che nulla ha da spartire con una equilibrata analisi della norma e rappresentino perciò interessi particolari non coincidenti con quelli del mondo delle partite Iva.

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