Economia

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps e non solo. Ecco la mazzata di Basilea 3 sulle banche europee

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L’impatto di Basilea 3 per le banche europee (non solo per le big italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi Banca e Banco Bpm) e le differenze con la regolamentazione Usa (pro istituti rispetto a quella Ue) in un report dell’Abi

 

Circa 400 miliardi di euro. Tanto costerà alle banche europee l’adozione di Basilea 3 in termini di fabbisogno di capitale aggiuntivo. A dirlo, durante un seminario a Ravenna, Giovanni Sabatini, direttore generale Abi e presidente del comitato esecutivo della Federazione bancaria europea.

L’IMPATTO DI BASILEA 3

Secondo uno studio commissionato dalla Federazione, che simula l’effetto dell’accordo di Basilea sui requisiti patrimoniali delle banche, questo forte impatto “tiene conto del fatto che i livelli di capitalizzazione delle banche europee sono elevati, con un Cet 1 medio tra il 13 e il 14%”. Per questo il conto finale è ben più alto, ricorda il Sole 24 Ore, delle stime dell’Eba che aveva già calcolato un incremento medio del fabbisogno patrimoniale del 21% con un impatto di 135 miliardi. L’accordo, ricordiamo, entrerà in vigore nel 2022 con un’implementazione progressiva fino al 2027. “Lo studio va oltre – spiega ancora Sabatini – esaminando l’effetto finale delle misure sulla crescita del Pil europeo: a regime contrazione dello 0,4%. Per questo motivo invitiamo la Ue a una seria riflessione su come mitigare l’impatto di Basilea, che è comunque un accordo internazionale”.

IL CONFRONTO CON IL NORD AMERICA

Inoltre il dg di Palazzo Altieri guarda pure Oltreoceano perché “se nel caso dell’Ue l’incremento medio sarà superiore al 20% – cita il quotidiano confindustriale -, gli istituti nordamericani avranno invece un beneficio dello 0,3% e ciò contribuirà a ridurre la competitività degli istituti europei rispetto a quelli extra Ue”.

LE AVVERTENZE DELL’ABI AL PARLAMENTO UE

Sempre nel corso di un recente seminario organizzato dall’Abi, Sabatini ha presentato un report dal titolo “Le banche europee fra innovazione e regolamentazione”. In esso, tra l’altro, si ricorda che a settembre scorso l’Abi ha fornito ai parlamentari europei alcune proposte per “individuare ciò che può essere migliorato nell’architettura normativa e istituzionale europea” così da puntare a “crescita economica, occupazione, posizione competitiva dell’Europea” visto che “le banche sono parte integrante del processo di rilancio dell’economia italiana ed europea al fianco delle istituzioni, delle imprese e delle famiglie”.

LA REGOLAMENTAZIONE BANCARIA

Attualmente esistono diverse criticità per il sistema bancario dal punto di vista della politica monetaria e della regolamentazione. Ad esempio, si legge nel report, “c’è troppa incertezza in merito ai requisiti patrimoniali che saranno richiesti alla nuova entità risultante da un’operazione di fusione”. Peraltro “tassi d’interesse negativi e requisiti patrimoniali in continuo aumento inducono le banche a preferire il trading e gli investimenti finanziari alle attività di prestito” dunque “quali entità forniranno risorse finanziarie a famiglie e imprese non finanziarie europee nei prossimi anni?”. Senza dimenticare che “ci troviamo in una fase di forte innovazione: tutto questo richiede investimenti in tecnologia sempre crescenti” e servono “meccanismi in grado di generare più capitale interno per finanziarli”.

Per quanto riguarda l’ambiente regolamentare in cui operano gli istituti di credito, Palazzo Altieri ha evidenziato come debba “essere coerente con questi obiettivi riducendo i rischi, promuovendo la stabilità del settore bancario ma senza comprimerne il ruolo a discapito della crescita e senza creare svantaggi competitivi rispetto ai settori bancari di altre aree geografiche mondiali”. Dunque, per non penalizzare l’economia, “sarà necessario tenere conto delle specificità europee nell’implementazione degli standard internazionali decisi dal Comitato di Basilea”.

L’UNIONE BANCARIA

Palazzo Altieri si è pure espresso sull’Unione bancaria. Per completarla, ha evidenziato, è “prioritario definire un quadro normativo armonizzato europeo per la gestione delle crisi delle banche non assoggettabili a risoluzione e in generale, rendere più certo, trasparente ed efficiente il sistema della risoluzione riducendone l’onerosità e migliorandone la governance”. Secondo l’Abi “l’attuale quadro di gestione delle crisi non funziona adeguatamente” e “la realizzazione di una FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation, società del governo Usa che gestisce fondi del bilancio federale, ndr) europea pienamente operativa attualmente non è fattibile”. Per questo “è necessario un allineamento del regime sugli aiuti di Stato con quello sull’intervento pubblico previsto dalla BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive ovvero le regole Ue sulla gestione delle crisi, ndr) e dall’SRMR (Single Resolution Mechanis Regulation ovvero il Fondo di Risoluzione Unico, ndr)”.

In tale direzione il suggerimento è di adottare soluzioni regolamentari quali modificare la direttiva sui DGS e cioè sui sistemi di garanzia dei depositi; coordinare la direttiva DGS così modificata con la BRRD; definire un livello di armonizzazione minima delle procedure nazionali di insolvenza per le banche; allineare le norme in materia di intervento pubblico stabilite nel quadro giuridico sugli aiuti di Stato con la BRRD e l’SRMR.

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