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Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bper, Banco Bpm. Chi preme e chi non preme per un terzo polo bancario forte

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Parole, mosse, contromosse e aspirazioni nel risiko bancario senza fine. Fatti, nomi e scenari per Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Bper, Banco Bpm e non solo. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Che ne sarà di Monte dei Paschi di Siena, cenerentola del sistema bancario italiano? Andrea Orcel, neo amministratore delegato di Unicredit, si accontenterà di lei o vorrà qualche altra preda? E Banco Bpm riuscirà a fare qualche mossa oppure dovrà cedere alle lusinghe di qualcuno, magari proprio di Orcel? Bper punterà su Sondrio oppure si volgerà al Banco Bpm, aiutando l’ad Giuseppe Castagna a non essere scalzato cadendo nell’orbita Unicredit?

Sono queste le domande che si rincorrono tra gli addetti ai lavori su quella che sarà la seconda, sostanziosa parte del risiko bancario italiano.

In tutto questo c’è chi – come Carlo Messina, dominus di Intesa Sanpaolo, reduce dalla conquista di Ubi Banca – sta alla finestra ad osservare le mosse dei suoi colleghi ma ci tiene a dire la sua.

I TRE PLAYER PER MESSINA (INTESA SANPAOLO)

Messina non vuole rimanere in lizza solo con una forte Unicredit e lo fa capire chiaramente quando parla della necessità di tre grandi gruppi nel sistema bancario. “L’Italia ha bisogno di concentrazione, di avere almeno altri due player che abbiano una buona quota di mercato perché è il futuro avere concentrazione. Credo quindi che nel giro di dodici mesi ci potrebbe essere qualche deal di M&A nel Paese. Non so quali banche si fonderanno o si metteranno insieme. Ma il futuro è entrare in un’altra stagione di fusioni”, ha detto nei giorni scorsi il ceo di Intesa Sanpaolo in una intervista alla Cnbc. “Noi abbiamo fatto la mossa giusta al momento giusto – ha proseguito -, UBI era per definizione la miglior banca in Italia dopo Intesa Sanpaolo. Così abbiamo messo insieme le due migliori della classe”. Poi un appello: “Ora tutti gli altri devono creare le giuste condizioni per il futuro”.

I TRE PLAYER PER CASTAGNA (BANCO BPM)

Sulla stessa linea Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, che pare lavori per far parte di uno dei tre gruppi e per non diventare bottino di guerra di Andrea Orcel, che è difficile si possa accontentare solo di una Montepaschi mal messa e che potrebbe puntare o allo stesso Banco Bpm o a Bper, lasciando il gruppo lombardo nelle peste. “Penso che avere almeno tre banche importanti radicate nelle migliori regioni italiane, che vuol dire anche nelle migliori regioni a livello europeo perché sappiamo che il Nord Italia compete a pieno titolo con le migliori regioni europee, darebbe forza e capacità di realizzazione, darebbe spinta a quell’execution” del Recovery fund – ha affermato – così da diventare “un moltiplicatore e un volano all’iniezione di capitali pubblici” ha dichiarato durante la manifestazione Milano Capitali affermando di non aver avuto ancora alcuna telefonata o incontro con Orcel o con Piero Montani, neo ad di Bper. E sul futuro del suo gruppo Castagna non ha dubbi: “Abbiamo cominciato 4 anni fa facendo la fusione tra Banco BPM e Banco Popolare: oggi le banche si sono ancora più concentrate e siamo rimasti non tanti per fare un consolidamento pro-attivo e non di salvataggio. Si tratta di capire quale sistema bancario sia meglio per gli stakeholder”.

Di sicuro nei giorni scorsi l’appeal di Banco Bpm è aumentato grazie alla raccomandazione di Deutsche Bank che l’ha promossa a “buy” da “hold” e quindi Montani potrebbe essere tentato da una mossa che toglierebbe Banco Bpm e sé stesso dall’orizzonte di Orcel.

A sostegno di Castagna per la formazione del terzo polo anche Emanuele Orsini, vicepresidente di Confindustria per il credito, la finanza e il fisco che lo scorso 10 giugno – durante un evento organizzato da Banca Akros cui ha preso parte anche l’ad di Banco Bpm – ha notato che “abbiamo bisogno di banche forti e di tre poli, non possiamo pensare a due poli. Abbiamo bisogno di aggregazioni e di credito in un momento come quello di oggi”. E ancora: “Penso che Banco Bpm – ha sottolineato – possa dare forza al terzo polo: io me lo auguro, abbiamo bisogno di avere un sistema bancario vicino a noi, forte, che ci accompagni nei nostri investimenti”.

UNIPOL SI AVVICINA A POPOLARE SONDRIO. PER BPER?

In tutto questo però occorre fare i conti con il primo azionista del gruppo emiliano-romagnolo, Unipol, e soprattutto con il suo attivissimo amministratore delegato, Carlo Cimbri, che nei giorni scorsi ha aumentato la sua partecipazione in Popolare di Sondrio – diventandone primo azionista con il 6,9% dal precedente 2,9% – che molto probabilmente entro la fine dell’anno si trasformerà in società per azioni dopo il pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato, atteso a breve.

Occorre ricordare a tal proposito che in passato, in un’intervista al Sole 24 Ore, Cimbri – reduce dall’aiuto a Intesa Sanpaolo nell’Opas su Ubi – aveva sottolineato come il merger Bper-Sondrio fosse “l’ipotesi più naturale” visti anche gli aspetti in comune “dal risparmio gestito alla bancassurance” tanto che “se Sondrio decidesse di trasformarsi in spa (cosa che molto probabilmente avverrà entro l’anno grazie all’attesa sentenza del Consiglio di Stato, ndr) sarebbe logico per Bper avviare un dialogo anche perché è un’ottima banca”.

COME SI MUOVERÀ ORCEL?

Ma gli occhi di tutti sono puntati su piazza Gae Aulenti e sulle prime importanti mosse di Orcel il cui ritorno in Italia è stato salutato dall’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, come “un rimpatrio di talenti e di cervelli”. Al momento il banchiere romano è in assoluto silenzio, alle prese con il nuovo piano industriale, che sarà presentato nella seconda parte dell’anno, dopo aver dato vita a una riorganizzazione del team manageriale del gruppo, “solo il primo passo di un programma ambizioso volto a realizzare il pieno potenziale di UniCredit. Ci permetterà di passare da un periodo di ridimensionamento ad uno di crescita sostenibile e profittevole” ha detto Orcel che nei giorni scorsi ha incassato per il suo gruppo la raccomandazione ad “outperform” con un target di prezzo a 12,5 euro da parte di Credit Suisse. Del resto “quando sono stato nominato amministratore delegato di UniCredit, ho promesso che una delle mie prime priorità sarebbe stata la riduzione della complessità e la semplificazione della struttura organizzativa. Oggi – ha aggiunto – potete osservare il primo passo in questa direzione: razionalizzazione del business, chiarimento dei ruoli cardine dell’organizzazione e aumento del senso di responsabilità per assicurare risultati migliori ai nostri stakeholder”.

Di sicuro dal piano industriale si capirà qualcosa di più dei suoi obiettivi e dunque del nuovo corso di Unicredit che secondo gli osservatori non si limiterà a prendersi Montepaschi per fare un favore al Tesoro che deve cedere il suo 64% di Siena entro il 2021, come da accordi con Bruxelles.

Intanto è stata tolta dal decreto Sostegni bis la parte relativa alle Dta, le attività fiscali differite, ossia il prolungamento a giugno 2022 della norma che permette di beneficiare della loro conversione nel capitale e l’ampliamento della percentuale da trasformare in credito d’imposta. Un elemento, quest’ultimo, che era stato ribattezzato “norma Mps” perché rendeva più appetibile il boccone Siena. Non è detto, però, che il tema non venga trattato in un provvedimento ad hoc.

L’IPOTESI SPEZZATINO PER MONTEPASCHI

Nell’attesa si fanno sempre più forti le voci di una possibile vendita a pezzi di Rocca Salimbeni, peraltro gravata da una bomba legale di quasi 10 miliardi.

Secondo La Repubblica Orcel – pubblicamente  avrebbe già fatto capire al Mef che “comprarsi tutto Mps non è una prospettiva desiderabile” per UniCredit e che invece preferirebbe prendersi magari le attività che il gruppo senese ha in Toscana e nel Nordest, il cui acquisto verrebbe facilitato proprio con la dote fiscale. In cambio, piazza Gae Aulenti si impegnerebbe a conservare il marchio Mps e il quartier generale a Siena.

Le filiali del Mezzogiorno potrebbero invece interessare a Mediocredito Centrale, banca pubblica già scesa in campo a fine 2019 per salvare la Popolare di Bari e creare un polo bancario nel Sud del Paese. D’altronde lo stesso ad della banca pubblica, Bernardo Mattarella, in un’intervista a La Repubblica, pochi giorni fa ha lasciato qualche indizio: “Noi abbiamo il mandato di concentrarci sul sistema creditizio e finanziario del Mezzogiorno e, qualora ci fosse bisogno, non potremmo non fare la nostra parte nell’ambito di un progetto industrialmente sostenibile con logiche, criteri e condizioni di mercato”.

Secondo Il Sole 24 Ore circolano rumor sul fatto che Orcel punterebbe in primis su Banco Bpm, anche per il suo forte radicamento in Lombardia, per poi spartire l’onere di Siena per esempio con Mediocredito Centrale.

Peraltro con intervento a più mani, scrive il quotidiano confindustriale, si supererebbero i limiti antitrust: “In caso di acquisizione della rete Mps, Unicredit avrebbe necessariamente bisogno di un supporto esterno in alcune aree, a partire dal Nord-est – tipicamente l’ex rete Antonveneta – dove la banca di Orcel è già presente in maniera significativa. Così come l’intervento di Mcc sarebbe prezioso nell’ottica dell’assorbimento della rete nel Sud Italia. Il nodo riguarderebbe forse soprattutto il quartier generale di Siena, che se andasse a Unicredit potrebbe essere assimilato a una direzione regionale e quindi dovrebbe essere oggetto di un intervento di supporto governativo in termini di esuberi”. Un progetto, questo, che potrebbe trovare consenso di massima del Tesoro visto che è difficile che Via XX Settembre possa autorizzarne uno che non dia sufficienti garanzie sul piano industriale e sociale.

In tal modo, Bper potrebbe sposarsi con la Popolare di Sondrio – complice la perdita della natura di popolare – e Banco Bpm entrare nell’orbita Unicredit. Con buona pace di Castagna e dell’autonomia del suo gruppo.

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