Economia

Perché è stato un errore affidarsi all’Inps per i 600 euro agli autonomi

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600 euro agli autonomi: essendo la misura dei benefici legati al reddito, sarebbe stato più opportuno incaricare l’Agenzia delle Entrate. L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola, esperto di lavoro e welfare

Chi scrive ha avuto – per ragioni di ufficio – rapporti frequenti e per diversi motivi con i grandi enti previdenziali. Ma soprattutto è stato per ben 13 anni al vertice dei principali istituti come presidente del Collegio sindacale dell’Inpdap (per otto anni) e dell’Inps (per cinque anni).

Ho dunque potuto vedere da vicino le difficoltà che incontrava un istituto previdenziale come l’Inpdap che accorpava enti e casse di origini diverse, che stavano costituendo sistemi informatici ognuno per suo conto, il cui assemblaggio è sembrato per tanti una sorta di ricostruzione della Torre di Babele.

Trasferito all’Inps mi sembrava di essere entrato nella war room del Pentagono, per le risorse che venivano ogni anno investite in nuove tecnologie e per il potenziale accumulato che rimaneva inespresso. Nella nomenclatura interna il dirigente generale che si occupava degli apparati tecnologici disponeva delle quote più importanti del budget ed era il cliente più ricercato dalle grandi società produttrici sul mercato. Nel 2012 il governo Monti volle fare il passo più lungo della gamba incorporando nell’Inps gli enti previdenziali (Inpadp ed Enpals) che ancora non lo erano stati negli anni precedenti. Sorse così un super-ente tra i più grandi in Europa e con pochi rivali nel mondo. Ma il gigantismo non si rivelò una buona soluzione per tanti motivi, tra i quali i differenti livelli di informatizzazione. Venne poi un sovraccarico di compiti e funzione nuove.

Dopo la conclusione del mandato di Tito Boeri (il presidente che sapeva opporsi con buoni argomenti ai nuovi governanti giallo verdi), l’Inps (con la presidenza del prof. Pasquale Tridico) divenne l’esecutore fidato delle politiche “identitarie” della nuova coalizione: realizzare quota 100 e consegnare il reddito di cittadinanza diventarono l’obiettivo da conseguire prima della consultazione elettorale per il Parlamento europeo, rimandando a dopo una più accurata verifica della coesistenza dei requisiti richiesti. Tutto il resto passò in secondo piano e si allungarono i tempi di lavorazione delle pratiche ordinarie.

Nel frattempo, Pasquale Tridico pensò che fosse venuto il momento di disperdere in giro per le sedi territoriali il nucleo di dirigenti generali selezionati da Tito Boeri e mettendo al loro posto donne e uomini nuovi, talvolta provenienti dall’ex Inpdap, per risarcirli della convinzione di essere stati discriminati nell’assegnazione dei posti di comando nel super-ente (e che – a quanto si dice negli ambienti – si erano accreditati presso il M5S). Il dirigente dell’informatica è stato spedito alla sede di Napoli in dicembre e il sostituto non ha competenze specifiche nel settore. Quindi l’Inps ha affrontato con uno stato maggiore spaesato l’ammontare dei nuovi compiti che man mano gli venivano affidati durante gli anni ‘’difficili’’ della vita del Paese. “Crisi che ha spinto il Legislatore a indirizzare sempre di più – ha dichiarato Tridico in occasione dell’ultimo rapporto annuale – l’Istituto verso l’assistenza e la protezione sociale. Strumenti recenti quali l’Ape sociale, la Naspi, il Rei ed oggi il Reddito di Cittadinanza sono la rappresentazione plastica di questo posizionamento. Ma non sono gli unici. Insieme alla assistenza per la non auto sufficienza, l’invalidità, i vari strumenti di integrazione dei redditi pensionistici, l’assegno sociale e tutti gli strumenti della cosiddetta Gestione Interventi Assistenziali (Gias) costituiscono una parte cruciale’’.

Scoppiata l’epidemia del Coronavirus, Tridico – forte di un regime ancora di gestione monocratica, visto che il Cda (non per caso) non si è ancora insediato (lo farà il 15 aprile) – si è comportato come quei generali che accettano di sottoporre le proprie truppe a una missione impossibile (ricordate ‘’Orizzonti di gloria’’ del grande Stanley Kubrick?), forzando i tempi e le procedure previste per il riconoscimento dei nuovi bonifici. Mentre l’Inps ha buon gioco nel trattare le questioni che riguardano il lavoro dipendente (a partire dagli ammortizzatori sociali), è in evidente difficoltà nelle gestione del lavoro autonomo di nuovo conio, una miscellanea di categorie che, se non sono iscritte ad un ordine e ad una cassa professionale incaricati della loro tutela, si ritrovano parcheggiate all’interno della gestione separata.

Essendo la misura dei benefici legati al reddito, sarebbe stato più opportuno incaricare l’Agenzia delle Entrate, di per sé a conoscenza dei redditi delle persone e di conseguenza facilitata a raggiungere, anche in modo autonomo, i soggetti beneficiari (versando le spettanze addirittura sul loro conto corrente). Si è scelta la strada della corsa al click, intasando il sistema.

Se la misura sarà rifinanziata nel decreto d’aprile sarà il caso di riflettere sull’utilizzazione del canale fiscale. Nel caso del flop del 1°aprile gli hacker non c’entrano. Per fare in fretta, non si è trovato né il modo né il tempo per testare le nuove procedure. Così – lasciato allo stato brado – non è andato in tilt solo il sistema ma sono state sparse al vento, sia pure per un periodo breve, anche le norme a garanzia della privacy. A parte la panzana degli hacker, la logica del click day era insita nell’operazione in sé. Quando l’ammontare stanziato è definito (nel senso che non si può spendere di più di quanto disposto) va da sé che gli interessati si precipitano a cliccare, per avere comunque una maggior sicurezza di entrare nell’elenco dei beneficiari. Un altro errore è stato quello di non coinvolgere gli intermediari (Patronati, Caf, ecc) se non in un momento successivo al flop dei giorni precedenti.

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