skip to Main Content

Ita

Ecco i veri effetti dell’inflazione su entrate, uscite e debito

Che cosa dice e che cosa non dice il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, sugli effetti dell'inflazione per il bilancio pubblico. Il commento di Giuseppe Liturri

 

Da qualche giorno riecheggia quasi ossessivamente sui media la frase pronunciata mercoledì 20 dal ministro Giancarlo Giorgetti a proposito dello spazio di manovra a disposizione della prossima legge di bilancio. Secondo il titolare di via XX Settembre “se i tassi fossero rimasti quelli dell’anno scorso o di due anni fa avevo 14-15 miliardi in più da mettere sul fisco ma non ci sono più e si farà più fatica ma si fa“.

Comprendiamo che spesso la politica debba esprimersi per slogan e approssimazioni e non ci sia nemmeno il tempo per spiegare ogni volta tutto dal principio, ma la storia bisogna raccontarla tutta, non solo gli episodi che fanno comodo.

GLI EFFETTI DELL’INFLAZIONE SUL BILANCIO PUBBLICO

Se il problema è il rialzo dei tassi operato dalla Bce da luglio 2022, con ben dieci rialzi consecutivi per complessivi 450 punti e il conseguente rialzo dei tassi dei titoli di Stato, allora bisogna osservare banalmente che quel rialzo dei tassi è proprio la reazione al rialzo dell’inflazione, che si intende contenere e ridurre. E l’inflazione manifesta altri e positivi effetti sul bilancio pubblico.

Partiamo dalle entrate tributarie. Nei primi sette mesi dell’anno sono aumentate del 8,6%. Ciò significa ben 25 miliardi in più nelle casse del Tesoro. Di cui 12,6 miliardi di Irpef (+10,9%). Per non parlare del +56% di IRES che vale altri 9 miliardi in più. Forse Giorgetti avrebbe fatto bene a ricordarlo, perché parlare solo dell’aumento delle uscite e non anche di quello delle entrate, fornisce un quadro incompleto, soprattutto quando le cause degli aumenti sono interconnesse.

Passando poi al costo medio del debito pubblico, il Def presentato da Giorgetti ad aprile, prevedeva un’incidenza degli interessi sul PIL pari al 3,7% nel 2023, 4,1% nel 2024 e 4,2% nel 2025. Da qui i 14/15 miliardi di Giorgetti, che però non sono nemmeno tali perché 0,4 punti in più di deficit/PIL di spesa per interessi sono pari a 8 miliardi in più, non 15. In ogni caso, l’aumento (dagli 83 miliardi del 2022) c’è a causa del maggior fabbisogno statale da finanziare e dei tassi in aumento. Che però si trasmette in modo piuttosto lento sul costo del debito grazie alla durata media perché, come riportato nello stesso DEF, “Anche l’Average Refixing Period, ossia il tempo medio con cui l’intero stock del debito recepisce i nuovi tassi di interesse di mercato, si è ridotto molto marginalmente, passando da 6,2 anni di fine 2021 a 6,1 anni di fine 2022, rimanendo comunque superiore rispetto al dato di fine 2020, pari a 6,0 anni”. In altre parole, ci vorranno circa 6 anni affinché tutto lo stock di debito recepisca gli aumenti dei tassi, perché solo il 12,6% dello stock di titoli è indicizzato all’inflazione e sulla parte restante continueremo a pagare un tasso fisso molto basso fino alla loro scadenza. Questo consentirà al costo medio del debito di restare relativamente basso e pari al 2,7% nel 2023, 3% nel 2024 e 3,1% nel 2025.

L’EFFETTO POSITIVO

Quest’ultimo dato ci conduce all’ultimo (positivo) effetto dell’inflazione sui conti pubblici. Infatti una crescita nominale del PIL (quindi inclusivo dell’inflazione) superiore al costo medio del debito determina, fermo tutto il resto, una diminuzione del rapporto debito/PIL. E questo (detto effetto snow-ball) ha significato una riduzione di 5,2 punti del rapporto nel 2022, e una previsione di 4,2 punti in meno nel 2023, 1,7 nel 2024 e 0,4 nel 2025. Insomma, almeno fino al 2025 abbiamo una ragionevole previsione di sostenibilità del nostro rapporto debito/PIL proprio grazie all’inflazione che gonfia la crescita del PIL nominale. Come d’altronde spiega lo stesso Def: “Nel periodo 2023-2025, l’aumento della spesa per interessi sarà compensato dalla crescita economica e dall’andamento dell’inflazione, con la componente snow-ball che si manterrà negativa. Nel 2026, invece, l’attenuarsi della crescita economica prevista e l’ulteriore incremento della spesa per interessi, che sconta il rialzo dei rendimenti sui titoli di Stato, porteranno la componente snow-ball a contribuire all’aumento del rapporto debito/PIL per 0,2 punti percentuali”.

Comprendiamo la difficoltà per Giorgetti di spiegare tutte queste cose in pochi minuti di intervento in un convegno, però poi si rischia di innescare un circolo vizioso che vede passare solo slogan parziali e fuorvianti. Amicus Plato sed magis amica veritas.

Back To Top