Economia

Il surplus è la vendetta tedesca

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

C’è un tema che si riaffaccia spesso quando si cerca di ottenere una crescita bilanciata a livello globale: eliminare gli squilibri nelle bilance commerciali per far crescere più velocemente i Paesi in deficit. Quelli in surplus, di converso, dovrebbero aumentare la propria domanda interna, e conseguentemente importare di più.

Delle distorsioni nel commercio internazionale, e delle pericolose conseguenze sulla stabilità finanziaria globale, si è lamentato vigorosamente anche il Presidente americano Donald Trump: non solo ha aperto una vera e propria guerra commerciale con la Cina, ma ha più volte minacciato di imporre dazi sulle auto europee, con l’intenzione di colpire soprattutto l’export tedesco.

I Paesi che hanno un avanzo commerciale strutturale sono infatti sempre gli stessi: dal Giappone alla Corea del Sud, dalla Cina alla Germania. Quest’ultima, nel solo periodo 2002-2015, ha accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari: più che merci esporta dunque lavoro, creando disoccupazione all’estero. D’altra parte, non volendo creare bolle di asset all’interno avendo appreso la lezione della crisi giapponese degli anni Ottanta, la Germania reinveste il surplus all’estero. Ma si espone così al default dei debitori strutturali, di cui finanzia l’import: è accaduto con gli acquisti di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e con quelli bancari alla Spagna. È un meccanismo, quello della accumulazione di attivi commerciali, che si fonda sullo squilibrio anch’esso strutturale. La conseguente moltiplicazione delle ragioni di credito determina l’instabilità finanziaria del debitore, che sfocia nel default.

La accumulazione di surplus da parte della Germania sta proseguendo senza soste: nel 2017 ha esportato beni per un valore di 1.279 miliardi di euro, ed importato per 1.035 miliardi. Rispetto al 2016, le esportazioni sono aumentate del 6,2% e le importazioni dell’8,3%, superando tutti i livelli precedenti. Nel 2017 il rapporto export/pil è stato pari al 43%, mentre l’avanzo è stato dii 244,4 miliardi di euro (7,9% del pil), solo leggermente inferiore a quello del 2016, quando era stato di 248,9 miliardi (8,5% del pil).

Per quanto riguarda la composizione merceologica del 2017, i veicoli a motore e le parti di autoveicoli sono stati come di consueto i beni di esportazione più importanti, con 234,9 miliardi di euro (18,4% dell’export totale). Al secondo posto ci sono stati i macchinari, con 184,7 miliardi (14,4%). I prodotti chimici si sono classificati al terzo posto con 115,4 miliardi (9,0%).

Per quanto attiene ai diversi mercati, ancora nel 2017 l’Unione europea è stato quello più importante: la Germania ha esportato merci per 749.7 miliardi di euro (58,6% delle esportazioni totali) e ne ha importate per 590,5 miliardi (57,1%): la profittabilità, intesa come rapporto tra saldo attivo e volume d’interscambio, è stata dell’11,5%. La Francia è stato il più importante paese europeo, con esportazioni per 105 miliardi ed importazioni per 64 miliardi, ed un saldo di 41 miliardi: in questo caso, la profittabilità è stata assai più elevata della media dell’Unione, pari al 24,3%. Ancora più succulento, con un attivo pari al 29% dell’interscambio, è stato il mercato statunitense, verso cui la Germania ha esportato per 111 miliardi di euro importando per 61 miliardi, con un saldo di ben 50 miliardi. L’Italia si colloca solo al sesto posto per export tedesco con 66 miliardi di euro, al quinto per import con 56 miliardi, ed all’ottavo per saldo attivo con 10 miliardi: con un margine dell’8,2%, è dunque il Paese industriale avanzato meno profittevole con cui la Germania commercia. Con la Cina, nel 2017 il saldo tedesco è stato ancora negativo per 15 miliardi, con esportazioni per 86 miliardi ed importazioni per 101 miliardi.

Per quanto riguarda un ipotetico riequilibrio del surplus commerciale tedesco, c’è innanzitutto un dato valutario di cui bisogna tener conto: poiché la Germania ha abbandonato il marco in favore dell’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale come invece è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale. Dai 4 marchi per 1 dollaro, il cambio in vigore dopo Bretton Woods, si passò ad 1,75 nel 1971, a seguito della decisione americana di abbandonare la convertibilità aurea del dollaro. La successiva violenta rivalutazione del dollaro a partire dal 1980, dovuta all’eccezionale aumento dei tassi di interesse reali deciso dalla Fed di Paul Volker per stroncare la stagflazione che ne era derivata in tutti gli anni Settanta, riportò il cambio a 3,5: fu allora che, con gli Accordi del Plaza del 1985, gli Usa intervennero nuovamente per imporre una svalutazione del dollaro ed una contemporanea rivalutazione del marco. I cambio arrivò a quota 1,6.

Con l’euro, tutto è cambiato: all’interno dell’area, per definizione, non sono possibili svalutazioni per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. E’ necessario ricorrere a penosissime operazioni di deflazione dei prezzi e dei salari, riducendo così la domanda di importazioni e sostenendo la competitività di prezzo all’export. L’euro è divenuto dunque uno scudo che difende l’export tedesco dalle svalutazioni competitive che doveva subire da parte di Paesi europei corsari come l’Italia. Nei confronti dei Paesi terzi, quelli esterni all’Eurozona, la più competitiva economia tedesca si cela dietro la debolezza degli altri: usa per il commercio esterno una moneta svalutata, e così si avvantaggia.

I rimedi, a livello di Unione europea sono assai deboli: c’è il divieto, a dire il vero non sanzionato, di “squilibri macroeconomici”, tra i quali è contemplato sia un attivo commerciali superiore al 6% del pil per oltre un triennio, sia un deficit peggiore del 3% per un analogo periodo.

Cercare di convincere la Germania ad abbandonare il suo modello economico mercantilista è impossibile: tutto il suo sviluppo, a partire dal 1870, ha avuto questa caratteristica. E, d’altra parte, mentre negli anni che precedettero la prima guerra mondiale le Potenze occidentali guardavano con sospetto la dinamicità dell’economia tedesca all’estero e la espansione della sua flotta mercantile, con il Trattato di Versailles immaginarono invece di garantirsi il pagamento delle Riparazioni prevedendo di riscuotere una quota dei proventi delle esportazioni tedesche. Lo stesso modello di relazioni commerciali internazionali della Germania, dopo la crisi del 1929, si fondò sul baratto tra materie prime e prodotti finiti.

Solo la Cee, preceduta dalla Ceca, ebbe come fondamento la cooperazione commerciale equilibrata, cui lo Sme apprestò più tardi il coordinamento valutario e monetario. La svolta del Trattato di Maastricht, che nulla impose se non la disciplina di bilancio per gli Stati, senza prevedere nessun vincolo o divieto nel caso di squilibri commerciali, è all’origine degli squilibri attuali, resi incurabili dopo l’adozione dell’euro. La svalutazione della lira italiana nel 1992, determinata dalla fuga di capitali in Germania derivante dal raddoppio dei tassi di interesse da parte della Bundesbank, fu esemplare della prepotenza tedesca e del venir meno ai patti su cui si fondava lo Sme, che prevedeva l’assistenza reciproca tra le banche centrali in caso di attacchi speculativi. La Germania aveva bisogno di rastrellare capitali per la ricostruzione dopo la Riunificazione, e non si fece alcuno scrupolo di destabilizzare l’Europa. Per di più, nel Trattato di Maastricht si fece pure esonerare dalla regola che vieta gli aiuti di Stato, norma ancor oggi in vigore, per sovvenire alle difficoltà dei Lander orientali che avevano subito le pende del Comunismo.

L’ultima occasione, per rimettere in sesto il sistema, c’è stata nel 2008-2010: le banche tedesche dovevano essere lasciate fallire, senza concedere deroghe alla disciplina che fa divieto agli aiuti di Stato. Lo Stato tedesco le ha salvate, sulla base di una ben congegnata decisione della Commissione europea, scaricando il peso dell’aggiustamento sul resto dell’Unione. La Commissione europea ha poi ristabilito norme draconiane nel 2013, e solo le banche ed i risparmiatori italiani ne hanno fatto le spese.

Adesso è inutile chiedere alla Germania di essere generosa, e di riequilibrare il suo commercio: si vendica di due guerre perse e di essere stata divisa per quarant’anni. La generosità non paga.

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